Dieci anni con un fratello in carcere a Bali: la lotta di Vania | MaremmaOggi Skip to content

Dieci anni con un fratello in carcere a Bali: la lotta di Vania

Juri Angione fu arrestato al ritorno da un viaggio in Brasile con l’accusa di traffico internazionale di cocaina. Il ricordo della sorella 20 anni dopo la telefonata che cambiò la vita della famiglia dell’uomo: «Lasciati soli a combattere per evitargli la fucilazione»
Jury e Vania Angione nel carcere di Bali dove il 19 novembre 2005 l’uomo si sposò

ORBETELLO. Nell’unica foto con suo fratello, scattata il giorno del suo matrimonio, Vania non guarda l’obiettivo della macchina fotografica. Ha un vestito leggero senza maniche ed è abbracciata a Juri, in completo e cravatta. Dietro alle spalle, una piscinetta. 

Non è il giardino di un ristorante, quello che si intravede nello sfondo. Ma il carcere di Bali, dove Juri Angione era stato rinchiuso il 3 dicembre 2003. Stava rientrando a Bali, quel giorno, dal Brasile, quando, nello scalo balinese di Unghurha Bay, gli addetti alla dogana si insospettirono per un borsone da surf imbarcato sul volo arrivato via Bangkok. 

Furono trovati, oltre a tre tavole da surf, due completi da nuoto, due paia di scarpe da surf e una maschera da sub, 29 buste di plastica nascoste nella fodera interna. Buste che contenevano quattro chili e 260 grammi di cocaina che, sul mercato, avrebbe fruttato circa mezzo milione di euro. Droga della quale Juri ha sempre sostenuto, fin dal giorno del suo arresto, di non saperne nulla. 

La telefonata che ha cambiato la vita a Vania

La vita di Vania, così come quella di sua sorella Lara e dei loro genitori, babbo Giuseppe e mamma Fiorella, fu distrutta da una telefonata. «Avevo sentito mio fratello prima che partisse dal Brasile – ricorda – mi aveva assicurato che ci avrebbe chiamati appena attirato a Bali. Dopo ore dall’orario previsto per l’arrivo, però, non lo aveva ancora fatto e il suo telefono era spento». 

Una foto recente di Juri e Vania Angione

Che qualcosa non andasse, Vania lo aveva capito subito. È la sorella mezzana, ha sei anni più di Juri. E al fratello, che pochi mesi prima aveva deciso, a 24 anni, di andare a vivere in Indonesia, è molto legata. «Io e mia madre ci mettemmo a guardare la tv – dice oggi – ma nessun aereo era caduto. Jury sembrava essere sparito nel nulla, così mia mamma decise di chiamare un amico di mio fratello, orbetellano anche lui, che viveva a Bali per chiedergli se aveva notizie».

Gianluca sapeva cosa fosse successo. Aveva chiamato sua madre, che viveva nella cittadina lagunare per dirle di andare dalla mamma di Juri ed avvisarla che suo figlio era stato arrestato. Ma la donna non se la sentì di dare a Fiorella un dolore simile

«Riuscì appena a sentire la notizia dell’arresto di mio fratello – racconta – poi il credito finì. Non era come oggi, che possiamo chiamare all’estero senza spendere, quasi. In casa nessuno aveva credito sufficiente sui cellulari per chiamare di nuovo l’amico di Juri. Andai a casa di mia nonna, a chiamarlo dal telefono fisso. Gianluca mi rispose, piangeva a dirotto. A ripensarci ho ancora i brividi: mi disse che lo avevano fermato con quasi 5 chili di cocaina in borsa e che per quel reato c’era la pena di morte. Mi disse che lo avrebbero fucilato». 

La lotta di Vania per salvare la vita al fratello

I genitori di Juri corsero, il giorno dopo, in agenzia per prenotare il primo volo disponibile per Bali. «Per me è stato uno choc – ricorda Vania – Sono dovuta tornare a casa, quella sera, e dire a mia mamma e a mio babbo cosa era successo a Juri. Non sapevamo che fare, il suo amico non poteva vederlo. Il giorno dopo la notizia del suo arresto era sul televideo, era su tutti i giornali del mondo». Sul Jakarta Post scrissero che quello era il più grosso quantitativo di cocaina scoperto nell’aeroporto balinese nel 2003, e il secondo più grosso in tre anni.

Juri e Vania Angione nel 2020

I genitori di Juri riuscirono a partire il 7 dicembre. «Tramite il suo amico – ricorda Vania – erano riusciti a ingaggiare un avvocato. Oggi posso dirlo: in Indonesia c’è una corruzione bestiale: se paghi, si riesce a risolvere ma bisogna avere la fortuna di trovare un avvocato fidato. Il nostro è stato onesto: oltre che per sé, ha utilizzato i soldi che gli abbiamo dato per pagare pm e giudice, evitando a Juri la pena di morte. Per farlo, ha voluto 90.000 euro». 

Pena di morte che per Juri è stata invocata due volte durante il processo, finito con una condanna all’ergastolo. «Grazie a quello che abbiamo pagato però – aggiunge Vania – nella sentenza che fu trascritta per la direzione del carcere, i giudici dichiararono che la condanna era a 15 anni. Con la buon condotta, mio fratello è stato in carcere 10 anni, 6 mesi e 20 giorni. Il dispiacere più grande per noi è che mio padre non lo ha visto uscire dal carcere: se n’è andato 4 anni prima che quest’incubo finisse». 

L’aiuto degli amici per evitare la fucilazione di Juri

Nelle carceri indonesiane, tutt’oggi, si muore per fucilazione. Mentre i genitori di Juri erano in volo per l’Indonesia, Vania aveva intrapreso un viaggio dal quale non sarebbe più tornata indietro. Quello per salvare la vita a suo fratello.

Servivano molti soldi: i 90.000 euro chiesti dall’avvocato per pagare giudici e pm, i soldi per andare e venire dall’Indonesia, dove sua madre e suo padre si davano il cambio ogni sei mesi per non lasciare Juri da solo. 

«Io sono andata là 11 volte, una volta all’anno, a trovarlo – racconta – Appena arrestato mio fratello misi in ogni bar e negozio di Orbetello, Albinia, Porto Santo Stefano e Porto Ercole dei barattoli per le offerte. Ricavai intorno ai 10 mila euro. Ci aiutarono degli amici, i nostri parenti e alcuni conoscenti ma la somma da raggiungere era troppo alta. Per fortuna babbo aveva un caro amico molto molto ricco che gli regalò 50 mila euro». 

I soldi servivano. Ne servivano tanti: per pagare i viaggi dei familiari di Juri, per darli alle guardie del carcere e garantire così una permanenza migliore in cella, per pagare l’avvocato. «Ho cercato di fare il possibile – aggiunge Vania – non c’è stato nulla che non abbia tentato».

Una famiglia travolta dal dolore 

La vita di Juri è stata stravolta quando si è ritrovato con le manette ai polsi. La stessa sera, è cambiata per sempre anche quella di Vania, di sua sorella e dei suoi genitori. Juri era in carcere, a Bali, buttato in una cella dove i detenuti non venivano nemmeno vistati da un medico se stavano male. 

Per due anni e 8 mesi, il ragazzo orbetellano che prima di lasciare la cittadina lagunare lavorava da un orafo, è rimasto a Bali, dove si è sposato con la fidanzata indonesiana che aveva conosciuto prima di essere arrestato. 

Juri e Vania Angione per Natale 2023 a casa della madre

«C’era mia sorella con suo marito – ricorda Vania – Andarono al carcere per trovarlo ma dissero loro che Juri non era più lì. Lo avevano trasferito, nel cuore della notte, senza dire nulla a nessuno. Lo avevano portato a Jakarta, nel carcere di Giava. Poco dopo, quando c’era là mia madre, un nuovo trasferimento, questa volta a Cilacap sull’isola Nusa Kambangan. È un’isola-carcere, dove ci sono nove prigioni. Ci si arriva solo con la nave della polizia, poi dal porto si viene accompagnati alla prigione con un pullman. Ce n’è uno per ogni carcere, dove i detenuti sono divisi a seconda del reato. È lì sull’isola che vengono giustiziati». 

Quella volta, Vania e i suoi genitori ebbero paura che per Juri fosse arrivata la fine. Invece, il giovane orbetellano in quel carcere ha scontato la pena che gli era rimasta. In una struttura abbastanza nuova, dove le guardie non si facevano pagare e dove le condizioni igieniche erano accettabili. 

«Io sono sprofondata in una brutta depressione – dice Vania – sono sempre stata la più fragile, in casa. Ero da sola con un figlio di 12 anni e una bambina di 3 anni a combattere per una cosa più grande di me. Una zia mi portò dallo psichiatra e mi convinse a curarmi. Poi ho conosciuto Katia Anedda, e mi sono sentita meno sola».

L’incontro con l’associazione Prigionieri del silenzio

Vania Angione ha fatto di tutto per aiutare suo fratello. La sua storia era finita su tutte le tv e su tutti i giornali. «Ho conosciuto tante persone che mi hanno aiutata e tra queste c’era Katia Anedda, presidente dell’associazione “Prigionieri del silenzio”. Sono andata a Roma a incontrarla, lei si è occupata a lungo di me».

Juri era in carcere, ma Vania e la sua famiglia avevano bisogno di appoggio. Di quello che l’associazione fornisce a chi lotta affinché i diritti dei detenuti italiani all’estero vengano garantiti. 

Un’associazione, quella della quale fa parte anche l’avvocata grossetana Francesca Carnicelli, che da anni sostiene le famiglie di chi si trova in carcere all’estero. «Le istituzioni sono completamente assenti – dice Vania – La Farnesina per noi non ha mosso un dito e questo è vergognoso. Sono stata due volte ospite da Maurizio Costanzo e durante una trasmissione, chiese addirittura al console di dimettersi. Mi fece incontrare anche Gianfranco Fini, dietro le quinte, quando era ministro degli Esteri». 

Per aiutare Juri, per salvargli la vita, Vania e i suoi familiari hanno dovuto combattere da soli. «Eravamo disperati – dice – Quando mio padre e mia madre, che non erano nemmeno mai saliti su un aereo, si sono ritrovati a Bali, era stato dato loro il numero di telefono del console italiano. Lo hanno chiamato la sera, appena atterrati. Rispose loro di non permettersi più di telefonargli a quell’ora». 

Costanzo, dalla sua trasmissione, chiese le dimissioni: il console non volle partecipare, partecipò l’ambasciatore, Francesco Greco. «Una persona squisita – dice Vania – che è andato anche in carcere a trovare mio fratello. I detenuti francesi, inglesi e americani che erano con Juri, a Natale ricevevano un pacco dono dal consolato. A mio fratello non è mai stato mandato nulla». Giuseppe e Fiorella, quando sono arrivati a Bali, si sono dovuti arrangiare. 

«Hanno trovato un italiano che viveva là e che ha fatto loro da interprete – spiega la figlia – Non sapevano da chi andare, a chi rivolgersi. Erano abbandonati a loro stessi. Io non ho mai contestato le leggi indonesiane: ho sempre però contestato il fatto che l’Italia, per gli italiani, non hanno fatto niente. Quando mio fratello è stato trasferito dal carcere di Jakarta a quello di Cilacap, l’ho scoperto io navigando su Internet. Né il carcere, né il consolato, né l’ambasciata ci ha avvisati. Ho letto che erano stati trasferiti  270 trafficanti di droga, e ho capito che tra loro c’era mio fratello. 

L’impegno di Vania per i detenuti all’estero

Dopo l’incubo in cui Vania e la sua famiglia è precipitata, la donna ha deciso di dare una mano a quelle famiglie che si sono trovate nella sua stessa situazione. Lo ha fatto con la famiglia di un ragazzo di Torino, incarcerato in India, ha risposto a un altro detenuto, che era in Spagna. 

«Se riguardo indietro mi ritrovo nello stesso incubo. Non so come ho fatto a farcela – spiega – Io non sono una persona forte e il fatto che non si riuscisse a sapere niente di mio fratello mi ha devastata. Ogni tanto, veniva fuori un nuovo problema: i soldi non bastavano, mio padre era pensionato, mia mamma uguale». Jury aveva lavorato nella bottega di un orafo per 5 anni prima di partire. «Aveva 24 anni ed era innamorato di quei luoghi – spiega – qualcuno ha anche detto a mia madre che non gli avrebbe dovuto permettere di trasferirsi là. Ma ognuno di noi deve essere libero di fare le proprie scelte. Mio figlio, che ora ha 32 anni, vive e lavora in Thailandia. Sta bene è felice e lo sono anch’io». 

Vania, se qualcuno la chiama per avere aiuto, non si tira indietro. «Io ero sola quando mio fratello è stato arrestato – dice – Vorrei che altre persone non si trovassero nella mia stessa, terribile, condizione». 

L’appuntamento: il 10 aprile la presentazione del libro “Prigionieri dimenticati”

La storia di Vania e di Juri è una delle tante vicende trattate dall’associazione “Prigionieri del silenzio” che mercoledì 10 aprile sarà a Grosseto con la presidente Katia Anedda e con l’avvocata Francesca Carnicelli, per presentare, insieme a MaremmaOggi, il libro “Prigionieri dimenticati”. 

L’appuntamento è alle 18.30 nella redazione di MaremmaOggi. Con Katia Anedda, autrice del libro insieme a Federico Vespa, e all’avvocata Carnicelli, ci saranno anche Vania Angione e tanti altri ospiti. 

La presentazione del libro “Prigionieri dimenticati” al Senato

La scorsa settimana, il libro è stato presentato al Senato

 

 

 

 

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