Clochard in città, Alessandra e Joseph e il sogno di una casa | MaremmaOggi Skip to content

Clochard in città, Alessandra e Joseph e il sogno di una casa

Tra paura, dignità e un amore nato per strada, la 57enne racconta la sua vita senza un tetto: «Vorrei solo una speranza»
Il giaciglio di Alessandra e Joseph al palazzo Lamarmora
Il giaciglio di Alessandra e Joseph al palazzo Lamarmora

GROSSETO. Un giaciglio di fortuna vicino a delle case nasconde sempre una storia. E questa è la storia di Alessandra, di cui vi abbiamo già parlato: la donna vive sotto i portici del palazzo Lamarmora.

Dall’uscita del primo articolo non è cambiato molto, se non un nuovo amore e la risposta della collettività. La donna vive per strada da due mesi, con la paura, la depressione e tanta voglia di trovare una casa.

«La cosa che mi manca di più è fare la doccia quando voglio. In questa esperienza ho capito quanto le cose che mi facevano arrabbiare fossero superflue, come il classico guasto all’auto – dice Alessandra – E ho anche visto una bellissima risposta dalla comunità, fra chi si ferma a chiacchierare, chi ci porta qualcosa da mangiare e anche dalla Caritas, che per noi fa veramente molto».

Eppure la risposta che manca, quella che farebbe davvero la differenza, è quella delle istituzioni. Perché quando le persone sono in questo genere di difficoltà dovrebbero essere aiutate concretamente.

Alessandra: «Vorrei solo avere la speranza di ripartire»

Per le donne clochard la situazione è particolarmente complicata: si tratta di vivere per strada, di notte, al freddo, con persone poco raccomandabili che passano per le strade.

«Qua dove siamo c’è luce anche tutta la notte, ma abbiamo un po’ di paura lo stesso. Qualche sera fa sono passati più volte quattro uomini che mi fissavano, meno male che ora c’è Joseph qui con me – dice Alessandra – Anche il dormitorio mi fa un po’ paura, tralasciando che a Grosseto c’è solo quello maschile, ma so che qualcuno è stato derubato nella notte dagli altri ospiti. Qua per strada mi sento più al sicuro».

Alessandra era un’imprenditrice e non ha scelto questa situazione: ci si è ritrovata e, purtroppo, i figli non la possono ospitare.

«Avevo un’attività che ho dovuto chiudere perché ha aperto un supermercato proprio lì vicino – dice la donna – Poi ho avuto diversi problemi di salute per cui ho l’invalidità al 63%. Vivo con il reddito d’inclusione, ma non posso permettermi un appartamento con quei soldi: mi basterebbero solo per l’affitto e non riuscirei a pagare le utenze. Vorremmo solo avere la speranza che questa situazione possa finire».

La 57enne ha una storia clinica molto complessa, fra un tumore alla tiroide rimosso, la cecità e il diabete.

L’amore trovato per strada 

Alessandra ha 57 anni e l’età pensionabile è abbastanza lontana. La situazione complicata in cui si trova l’ha portata a sviluppare la depressione. Ma in tutto questo dolore ci sono due cose che le scaldano il cuore: il compagno Joseph e le persone che si fermano ad aiutarla o anche solo a parlare con lei.

«In molti ci cercano per la città e mi dicono che sono diventata famosa, e questo mi strappa sempre un sorriso. In molti si preoccupano per me: anche un ragazzo, l’altra sera, mi ha portato una pizza da dividere con Joseph. Un altro uomo mi ha portato il riso alla cantonese – dice la 57enne – Questi gesti mi riempiono il cuore, come anche i ragazzi della Caritas, che la sera ci portano tutto quello di cui abbiamo bisogno: un pasto caldo, dei vestiti e delle coperte».

Per strada e senza nessuno con lei, Alessandra ha trovato l’amore: da un mese lei e Joseph stanno insieme.

«Non so se le cose andranno bene con lui, ma ora ho una persona che si prende cura di me e che si preoccupa per me. Anche lui è un clochard e ci siamo conosciuti alla Caritas – dice la donna – Tutto è difficile per strada, ma avere lui al mio fianco mi fa sentire più sicura».

Toc toc istituzioni

Molti rappresentanti delle associazioni sono passati al giaciglio di Alessandra e Joseph per provare ad aiutarli, ma nessuno è tornato con un aiuto concreto.

«Ci hanno detto che hanno delle riunioni in programma, ma poi non è passato più nessuno – racconta la donna – Io non ce l’ho con nessuno, ma mi chiedo perché non possa accedere alle graduatorie per una casa popolare solo per avere un piccolo bilocale dove poter vivere. Sono molti i rifugiati di guerra in provincia e loro hanno degli aiuti a cui io non ho accesso, e di questo mi dispiace molto: né io né loro abbiamo scelto questa situazione, solo che io non vengo aiutata».

Ad Alessandra basterebbe un posto con una cucina, una camera e un bagno. Chiede solamente il minimo indispensabile per vivere una vita normale.

«Penso a tutte quelle case chiuse e a quei fondi sfitti e mi chiedo perché non possano darcene uno. Non importa che sia ristrutturato, lo faremmo anche noi piano piano – dice la 57enne – Vorremmo che qualcuno ci restituisse la speranza di una vita normale, anche solo l’ingresso in una graduatoria per una casa farebbe la differenza. Qual è il mio sbaglio? Essere italiana?».

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