Brönte, Pasolini, Welles: tutto il mondo finisce a Gerfalco Skip to content

Brönte, Pasolini, Welles: tutto il mondo finisce a Gerfalco

Scoperte letterarie e curiosità: “Gli incontri impossibili” nel borgo raccontano la storia della lettera scritta dal minatore a Pasolini. E la risposta dell’intellettuale
Gerfalco e le lettere del minatore e di Pier Paolo Pasolini
Le lettere di Pasolini e del minatore

MONTIERI. Cosa c’entrano Emily Brönte, Orson Welles e Pier Paolo Pasolini con Gerfalco? Anche la domanda, posta così, può sembrare strana. Invece, la frazione sulle colline metallifere ai piedi del rilievo montuoso delle Cornate dove si estende l’omonima riserva naturale è il centro nel quale le vite di grandissimi artisti e letterati si sono incrociate con quelle degli abitanti. Come nel caso del regista che dopo il matrimonio con Rita Hayworth, sposò Paola Mori, la contessina Paola di Gerfalco, appunto. O la scrittrice inglese, autrice di Cime tempestose, che, cento anni dopo, è come se si fosse reincarnata in Dina Ferri, poetessa che si era ritirata alle Cornate e che con la Brönte non ha condiviso soltanto la vita nella brughiera (nello Yorkshire la prima, alle Cornate la seconda), ma anche la stessa terribile malattia che le ha uccise giovanissime dopo aver – entrambe – rifiutato le cure

Paola Mori e Orson Welles

Sono queste alcune storie scoperte da Alessandro Pierini, il direttore del Festival delle Viole, che insieme al circolo Arci le Cornate ha deciso di regalare agli abitanti del borgo un ciclo di “Incontri impossibili”. L’ultimo, quello organizzato lo scorso 27 dicembre, che racconta lo scambio epistolare tra l’intellettuale scomparso il 2 novembre 1975 e un minatore della frazione. 

La lettera del minatore a Pasolini

Era il 1960 quando Giuliano Sorresina, allora ventisettenne, minatore di Gerfalco, prese carta penna e scrisse una lettera a Pier Paolo Pasolini per chiedergli di interessarsi alla vita che lui e i suoi colleghi conducevano in miniera.

 «Mi sono imbattuto per caso in quella lettera – racconta Alessandro Pierini – Stavo leggendo “Le belle bandiere” a casa di mia madre quando ho visto, in calce alla lettera, l’indirizzo di Sorresina, che abitava a Gerfalco». 

Il 27 dicembre la lettera del minatore e la risposta di Pasolini, sono state presentate a Gerfalco, di fronte al pubblico accorso al Centro visite del Parco delle Colline metallifere. Un incontro al quale hanno partecipato Irene Ciresa, Sabrina Gaglianone, Alessandro Pierini, Silvano Polvani e Carlo Traditi

Egregio Sig. Pasolini, vengo a lei con questa mia lettera, dato che stimo in lei uno dei migliori scrittori realisti.  Ho visto che ha fatto diversi libri tutti con grande successo, come Una vita violenta, Ragazzi di vita e altre composizioni di grande interesse. Signor Pasolini, ho 27 anni, e da dieci anni lavoro in miniera dove prima lavorava mio padre: i miei zii, ora, sono morti per causa di polvere.

Non so se ha un’esperienza di lavoro in miniera. Vorrei sapere se le fosse possibile fare un racconto su tal caso. Anzi anche il settimanale cui lei collabora è da circa un anno che ci aveva promesso di fare un’inchiesta sui minatori, specialmente su quelli di Maremma. Il settimanale Vie Nuove, il nostro settimanale, nella miniera in cui lavoro su cento operai 60 lo leggono. Sono rimasti delusi, volevano già da tempo avere visto l’inchiesta sui minatori. Sig Pasolini le chiedo a nome di tutti i minatori di fare qualcosa per noi, scrivere qualcosa sulla vita che facciamo.

Un momento dell’incontro a Gerfalco

Se volesse un abbozzo, un soggetto, per poi rinvasarne un racconto, ne sarò lieto. A me piace scrivere, ho fantasia, e ogni tanto scrivi qualche racconto, 100-200 pagine; Lei capirà dallo scritto stesso che ho fatto soltanto la prima elementare e per questo non posso presentare i miei lavori: sbagli di ortografia, virgole e altri errori. Sig. Pasolini mi scuserà se le chiedo troppo, se le fosse possibile mandarmi un registratore. Come le dico le mie possibilità finanziarie non mi permettono, mentre credo che se lei vuole potrebbe. Vorrei registrare un racconto commovente di 150 pagine, l’ho intitolato così: La morte di un compagno. In questo racconto di umana fede è la vita disperata dei minatori che lottano tra la vita e la morte di un compagno e un lavoro umano.

Mi scusi. Distinti saluti. Giuliano Sorresina – via della Porta 8, Gerfalco (Grosseto).

Il lavoro nelle miniere, la difficoltà di comunicazione, la tecnologia: c’erano tutti gli elementi, in quella lettera, per catturare l’attenzione di Pasolini. «E c’è anche tantissima attualità – aggiunge Pierini – nel concetto di tecnologia che non serve per emanciparsi, ad esempio, o nella metafora tra l’oppressione della miniera e quella dell’ignoranza». 

La visita del poeta nel centro minerario

Pier Paolo Pasolini non ha tardato a rispondere. E anche quella lettera è stata pubblicata ne “Le belle bandiere”. 

Risposta di Pier Paolo Pasolini – 24.12.1960

La sua lettera mi commuove molto, caro Giuliano. Io conosco molti giovani come lei: ne conosco di nuovi, si può dire, tutti i giorni. Essi parlano in dialetto, o in un italiano molto semplice e rozzo, tuttavia quello che hanno dentro, la loro forza vitale o la loro forza morale, riesce sempre ad esprimersi. C’è il calore della loro presenza, della loro parola, della loro attenzione. In lei sento questa stessa forza vitale e morale, di molti suoi coetanei operai, o contadini, o disoccupati ma poiché lei mi scrive, e non mi parla – e la sua lettera (dato che lei, come dice, ha fatto solo la prima elementare) non può avere la stessa efficacia naturale del discorso – quella sua forza intima risulta come compressa e avvilita.

La copertina del libro Le belle bandiere

L’incertezza della sua calligrafia, i suoi errori di grammatica, la difficoltà dell’espressione, sono come una gabbia dentro cui è imprigionata la sua anima, che è appunto possibilità di espressione e di comunicazione. Ma che forte, inquieta, ribelle, speranzosa prigioniera, quest’anima! Capisco perfettamente il suo bisogno di un registratore! È certo che lei vuol sfuggire dalle strettoie della sua scrittura appena elementare, poiché ha tante cose da dire, ha una così legittima protesta da esprimere, che la viva voce le è assolutamente necessaria. Vedrò dunque di accontentare il suo desiderio. Ma, nel tempo stesso, sento il dovere di consigliarla a non scoraggiarsi davanti alla difficoltà dello scrivere: si impegni, tutti i giorni, a scrivere un po’, a ricopiare pezzi di libri buoni, pezzi di articoli di giornale, o legga a lungo, a voce alta i passi che più le interessano, mettiamo di Vie Nuove, o si rivolga ad un maestro, a una maestra del suo paese, perché, la domenica, la sera dopo il lavoro, l’aiuti a finire quegli studi che, a eterna vergogna della nazione in cui è nato, non è riuscito a compiere, neanche nei minimi limiti dell’istruzione elementare. Se lei sente dentro di sé oltre che dei sentimenti, anche il bisogno di esprimerli, non cerchi, per farlo, il modo più facile, ma il più difficile: lei ha il dovere, davanti a sé stesso e ai suoi compagni, di farsi da solo un’istruzione, di progredire. Sa quanti socialisti e comunisti, che adesso occupano posizioni importanti e di responsabilità nella lotta politica, hanno cominciato così!

Pier Paolo Pasolini

Questo è il primo passo che un operaio deve compiere nella sua lotta ideologica contro la classe sociale che lo vuole ignorante e intellettualmente impotente. È un primo passo personale, individuale, particolare, lo so: ma tuttavia quello che la spinge a farlo è la fede politica che lei ha, ed è soprattutto per essere utile a questa fede politica – che significa poi il riscatto totale e popolare di una nazione – che lei ha il dovere, lo ripeto, di migliorare. Le auguro dunque che venga presto il giorno in cui lei potrà scrivere da solo e con efficacia la testimonianza del mondo di lavoro in cui vive: dei dolori e delle ingiustizie di cui ha esperienza. So che il suo lavoro è terribile.

Un giorno – per ragioni del mio lavoro – sono sceso in fondo a una miniera di carbone, nei pressi di Lilla. Non riuscirò mai a dimenticare questa specie di discesa all’inferno. Gli operai, là sotto, erano quasi tutti italiani, ragazzi come lei, per lo più venuti dalle miniere di zolfo della Sicilia. Non è stato facile raggiungerli! Prima l’ascensore, come assorbito da una buia forza misteriosa e tremenda, mi ha trasportato in fondo a un interminabile pozzo, a un migliaio di metri in profondità: poi ho dovuto viaggiare a lungo per una galleria centrale, sopra un piccolo convoglio di carrelli, e poi camminare a piedi, per una galleria più bassa e più stretta. Intanto il ricordo del mondo, del sole, degli odori terrestri andava spegnendosi anche nel ricordo: parevano, queste, cose di un altro pianeta. Lì non c’era che una fredda, sepolcrale, brutale oscurità, e un sentore d’umido che agghiacciava i sensi.

Alessandro Pierini, direttore del Festival delle Viole

Dopo una interminabile camminata in questo putrido e riarso cunicolo, mi sono trovato davanti a una specie di buco, non più alto di un’ottantina di centimetri, semi-otturato da dei paletti e da dei macigni. Bisognava infilarsi lì dentro. Ho dovuto vincere un terrore fisico che mi pareva, in un primo momento, invincibile; e non ci sarei riuscito, se non avessi pensato che tutti i giorni centinaia di operai, più giovani e più vecchi di me, e col mio stesso diritto a vivere una vita umana e decente, erano costretti a vincere lo stesso terrore. Per rispetto a loro sono riuscito a dominare la mia ribellione fisica. Così mi sono infilato in quell’interstizio, mezzo morto per il senso di soffocamento, sono entrato nella taglia. Un budello attraverso cui bisogna camminare gobbi, tra i paletti che reggevano l’incombente, terrificante tetto di terra, l’intera montagna che era sopra di noi. Ognuno in una specie di nicchia, gli operai erano lì che lavoravano da molte ore: col martello pneumatico, un orrendo strumento di tortura, stavano frantumando la roccia nera di fronte a loro. In quella nicchia che era appena più grande di una tomba, riuscivano appena a muoversi: e il tremito infernale del martello li scuoteva come pupazzi. Erano aspetto nudo, tutti neri di carbone, e solo qualche osso del corpo magro e l’occhio allucinato, biancheggiava in mezzo a quella crosta nera che li copriva. Non potrò mai scordare il senso di rabbia impotente contro l’ingiustizia del nostro mondo, che mi ha dato l’umile, grato sorriso di un operaio siciliano, felice di vederci lì accanto a lui.

Se vie nuove vi ha promesso di fare un’inchiesta o un articolo sul vostro lavoro, faccio mia quella promessa: e, appena avrò un po’ di tempo libero – ossia dopo febbraio – verrò a Gerfalco a trovarvi e ad ascoltarvi. Così potremo discutere meglio quello che le dicevo all’inizio di questa lettera, in cui per forza di cose, non ho potuto essere che troppo breve e approssimativo. Mi perdoni e mi saluti con la più calda simpatia tutti i suoi compagni.

Il borgo centro culturale delle colline metallifere

È una scommessa che ancora non è stata vinta del tutto, ma che grazie a iniziative come “Gli incontri impossibili” e al ben più conosciuto Festival delle viole, sta mettendo al centro della vita culturale della provincia proprio il borgo di Gerfalco. È qui che Pasolini pare sia stato, nel febbraio del 1961. «Di quella sua visita però – spiega Pierini – non è rimasta alcuna traccia».

Molti dei colleghi di Sorresina, il minatore che ha scritto a Pasolini, non ci sono più. E anche l’autore della lettera è scomparso due anni fa: aveva lasciato il borgo e si era trasferito nelle Marche dove ancora oggi vive suo figlio. Un bis nipote invece abita ancora a Gerfalco, ma dell’originale della lettera non ha saputo mai niente

La lettera potrebbe quindi essere ancora da qualche parte, nella vecchia casa del minatore a Gerfalco, casa abbandonata da tempo. 

Giuliano Sorresina nella lettera a Pasolini si proponeva anche come “soggettista”, spiegando allo scrittore e poeta di aver scritto un centinaio di racconti. Proposta questa che all’epoca, in paese, gli aveva fatto meritare un soprannome: i colleghi e tutti coloro che avevano saputo della scambio epistolare avevano cominciato a chiamarlo “l’attore”. 

«Storie come questa sono importantissime per il borgo di Gerfalco – dice ancora Alessandro Pierini – Noi ci stiamo sforzando di far passare un concetto: far diventare il borgo un centro culturale vero e proprio. Non sono soltanto le città a dover svolgere questo ruolo, un paese come questo, ha potenzialità infinite da esprimere». Il 27 dicembre, al Centro visite c’erano anche Silvano Polvani, che ha scritto centinaia di pagine sulle miniere e sulla loro storia, e Mario Tosi, doppiatore, che ha letto le due lettere. 

Potenzialità, quelle di Gerfalco, che sono state già ben dimostrate durante il Festival delle viole, che ha portato musicisti di fama internazionale nel borgo, facendolo conoscere in tutto il mondo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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