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Da Scansano all’Isis, il mistero di Maria Giulia Sergio: una nuova ricerca riapre la storia

Nel settembre 2014 lasciò la Maremma per raggiungere il Califfato in Siria. Si faceva chiamare Fatima Az Zahra, voleva combattere per lo Stato Islamico e cercò di convincere anche la propria famiglia a seguirla. Condannata a nove anni per terrorismo internazionale, di lei si sono poi perse le tracce. Ora l’Università di Pisa, con uno studio coordinato dalla professoressa Renata Pepicelli, prova a capire perché migliaia di donne abbiano scelto l’Isis e che cosa sia accaduto loro dopo la sua caduta. Una ricerca che offre una nuova prospettiva anche sulla vicenda che toccò Scansano
Maria Giulia Sergio durante la trasmissione Mattino Cinque

SCANSANO. Per anni è stata quasi un fantasma. Una donna vestita di nero, il volto nascosto dal niqab, della quale nel paese nessuno sembrava conservare un ricordo preciso. Eppure Maria Giulia Sergio, la ragazza italiana che aveva scelto di chiamarsi Fatima Az Zahra e che sarebbe diventata uno dei volti più conosciuti dell’adesione femminile al terrorismo jihadista, dalla Maremma era passata davvero.

Era il settembre del 2014 quando lasciò l’Italia per raggiungere la Siria, insieme al marito Aldo Kobuzi, cittadino albanese con legami familiari nel territorio di Scansano.

Dopo quella partenza, la sua storia sarebbe diventata un’inchiesta antiterrorismo, una vicenda giudiziaria che coinvolse due famiglie, una condanna a nove anni di reclusione e infine un mistero: che fine ha fatto Maria Giulia Sergio?

A distanza di dodici anni, la domanda resta senza una risposta. Ma oggi c’è una novità che permette di tornare su quella vicenda con uno sguardo diverso.

L’Università di Pisa ha avviato un importante progetto di ricerca dedicato alle donne che aderirono all’Isis, alle ragioni delle loro scelte, al ruolo che svolsero nei territori controllati dall’organizzazione terroristica e al destino loro e dei figli dopo la caduta del Califfato.

Il progetto si chiama LIMBO ed è coordinato dalla professoressa Renata Pepicelli. Il convegno inaugurale si tiene proprio il 27 e 28 ottobre 2026.

Maria Giulia Sergio è stata la prima foreign fighters italiana, o almeno la prima nota.

Perché una giovane italiana, cresciuta in una famiglia cattolica, decise di raggiungere lo Stato Islamico? Quanto fu autonoma quella scelta? Quale ruolo avrebbe voluto avere nella guerra? E che cosa accadde dopo, quando il progetto del Califfato cominciò a crollare?

Per rispondere, almeno in parte, bisogna tornare proprio in Maremma.

La donna che nessuno sembrava aver visto a Scansano

Nel gennaio 2015, quando il nome di Maria Giulia Sergio cominciò a comparire nelle cronache nazionali, la sua presenza nel territorio grossetano era ancora avvolta nell’incertezza.

Le prime ricostruzioni parlavano di una permanenza nella zona di Scansano, forse andata avanti per diversi mesi, a casa di  persone legate alla famiglia del marito.

In paese, però, nessuno sembrava averla conosciuta.

Le testimonianze raccolte allora restituivano soprattutto sorpresa e incredulità. La comunità albanese del territorio era conosciuta per il lavoro nelle campagne, nei vigneti e negli oliveti, e i residenti respingevano l’idea che quel mondo potesse essere identificato con il radicalismo violento di una piccola rete di persone.

L’ex sindaco Marzio Flavio Morini, interpellato all’epoca, sottolineava proprio la buona integrazione della comunità albanese e la sorpresa suscitata dalla notizia.

La ricerca delle tracce di Fatima portava verso le frazioni e le case sparse della campagna, dove sarebbe stato più difficile notare la presenza di una donna che indossava il velo integrale.

Quella prima ricostruzione giornalistica era necessariamente prudente: si parlava di una possibile permanenza cominciata tra il 2012 e il 2013, ma senza elementi sufficienti per stabilirne con certezza la durata.

Gli accertamenti successivi avrebbero permesso di definire meglio almeno l’ultima parte del percorso. Nel settembre 2014 Maria Giulia Sergio e Aldo Kobuzi passarono dalla Maremma prima di raggiungere la Siria.

Non è invece documentato che la donna abbia svolto un addestramento militare a Scansano. Le informazioni sul suo addestramento con le armi riguardano il periodo trascorso nei territori controllati dall’Isis.

Il matrimonio e la partenza verso il Califfato

Maria Giulia Sergio era nata nel 1987, in una famiglia originaria della provincia di Napoli che si era successivamente trasferita nel Nord Italia. Aveva studiato, frequentato l’università e svolto lavori per mantenersi. Nel 2007 si era convertita all’Islam, assumendo il nome di Fatima Az Zahra.

La conversione religiosa, di per sé, non aveva alcun rapporto necessario con il terrorismo. Il suo successivo percorso verso l’estremismo jihadista fu una radicalizzazione specifica, maturata negli anni attraverso convinzioni ideologiche, contatti personali e reti di reclutamento.

Il momento decisivo arrivò nel 2014, con la proclamazione del Califfato da parte dello Stato Islamico. Per Maria Giulia, secondo la ricostruzione dello studioso Francesco Marone, quell’annuncio rappresentò una svolta.

Il 17 settembre 2014 sposò nella moschea di Treviglio Aldo Kobuzi, un uomo che conosceva da poco e con il quale condivideva il progetto di raggiungere la Siria.

Il matrimonio, secondo gli investigatori, era strettamente legato alla decisione di partire. Quattro giorni dopo, il 21 settembre, la coppia lasciò l’Italia in aereo, diretta verso la Turchia e poi verso i territori siriani controllati dall’Isis. Prima di quel viaggio ci fu il passaggio dalla Maremma, dove Kobuzi aveva familiari e legami con la comunità albanese.

Scansano entrò così, quasi senza saperlo, nella storia di una delle più note vicende italiane di adesione al Califfato.

In Siria voleva imparare a usare le armi e combattere

Una volta arrivata in Siria, Maria Giulia Sergio non si limitò, secondo le ricostruzioni investigative, a seguire il marito: voleva partecipare attivamente al progetto dello Stato Islamico.

Le comunicazioni intercettate dagli investigatori italiani, successivamente analizzate anche negli studi sul jihadismo, raccontano una donna convinta delle proprie idee, determinata a difenderle e intenzionata a coinvolgere altre persone.

In Siria si sottopose ad addestramento con le armi, manifestando il desiderio di combattere. Ma l’organizzazione terroristica assegnava prevalentemente agli uomini il ruolo di combattenti, mentre alle donne riservava soprattutto altre funzioni.

Anche per questo la sua storia è particolarmente significativa: Fatima non si considerava semplicemente la moglie di un combattente. Aveva maturato una propria adesione ideologica e aspirava a contribuire direttamente alla causa jihadista.

Quella volontà non deve però essere confusa con la prova di una sua effettiva partecipazione a combattimenti: le fonti documentano l’addestramento e il desiderio di combattere, non un suo accertato impiego sul campo di battaglia.

È una distinzione importante, soprattutto oggi che la ricerca universitaria cerca di ricostruire con precisione i ruoli realmente svolti dalle donne nell’Isis.

Le telefonate dalla Siria per convincere la famiglia a raggiungerla

Dalla Siria, Maria Giulia continuò a mantenere i contatti con i familiari rimasti in Italia e proprio quelle comunicazioni sarebbero diventate una delle prove centrali dell’inchiesta.

La donna cercava di convincere il padre, la madre e la sorella a lasciare l’Italia e raggiungerla nei territori controllati dallo Stato Islamico.

Non erano soltanto conversazioni familiari: secondo gli investigatori, si trattava di una vera attività di pressione e reclutamento, attraverso la quale Fatima presentava il trasferimento nel Califfato come un obbligo religioso e una scelta necessaria.

Nelle intercettazioni emergeva la sua adesione alla propaganda dell’Isis, compresa la giustificazione della violenza contro coloro che l’organizzazione considerava nemici.

La famiglia, intanto, aveva attraversato un processo di conversione e radicalizzazione che gli inquirenti collegavano anche all’influenza esercitata dalla giovane.

Le posizioni dei familiari, tuttavia, non erano tutte identiche: secondo l’analisi di Francesco Marone, la sorella Marianna mostrava una maggiore adesione al progetto, mentre i genitori manifestavano esitazioni e motivazioni più complesse, nelle quali pesava anche il desiderio di ricongiungersi alla figlia.

È proprio questa complessità a rendere il caso interessante: una stessa rete familiare poteva contenere convinzioni ideologiche, legami affettivi, pressioni e aspettative differenti.

Il blitz del 1° luglio 2015 e gli arresti anche in Maremma

Il 1° luglio 2015 la vicenda ebbe una svolta clamorosa: la polizia eseguì una serie di ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione Martese, coordinata dalla Procura di Milano.

Le indagini avevano ricostruito una rete di persone accusate, a vario titolo, di sostenere il reclutamento e l’organizzazione dei viaggi verso i territori dell’Isis.

Le misure coinvolsero due nuclei familiari: quello italiano di Maria Giulia Sergio e quello albanese del marito Aldo Kobuzi.

Gli arresti interessarono anche la Maremma: a Scansano fu arrestata Arta Kacabuni, familiare di Kobuzi. Un altro uomo legato alla stessa rete, Baki Coku, residente nel territorio grossetano, venne arrestato in Albania.

Furono arrestati anche Sergio Sergio, Assunta Buonfiglio e Marianna Sergio, rispettivamente padre, madre e sorella di Maria Giulia.

La giovane, che si trovava all’estero, non fu raggiunta dagli investigatori italiani.

L’inchiesta dimostrò quanto la vicenda non riguardasse soltanto una scelta individuale, ma un sistema di relazioni attraverso il quale venivano favoriti i contatti e i trasferimenti verso lo Stato Islamico.

Le condanne e la tragedia della famiglia Sergio

Negli anni successivi arrivarono i processi e le condanne. Maria Giulia Sergio fu condannata in contumacia a nove anni di reclusione per terrorismo internazionale.

La sorella Marianna Sergio ricevette una condanna a cinque anni e quattro mesi, divenuta definitiva dopo il pronunciamento della Cassazione nel 2018. 

La vicenda ebbe anche conseguenze drammatiche sul piano familiare: la madre Assunta Buonfiglio morì nell’ottobre 2015, dopo essere stata ricoverata in ospedale durante la detenzione.

Il padre Sergio Sergio, condannato a quattro anni, morì nel 2017. Nel corso del procedimento aveva sostenuto che il proprio desiderio fosse soprattutto quello di mantenere unita la famiglia, una versione che si inseriva in un quadro giudiziario ben più ampio.

Intanto Maria Giulia restava lontana dall’Italia e le notizie sulla sua sorte si facevano sempre più incerte.

È morta in Siria? Il mistero che dura da anni

Nel novembre 2018, quando la Cassazione confermò le condanne relative alla rete familiare, Maria Giulia Sergio veniva indicata nelle cronache come probabilmente morta in Siria.

Ma quella notizia non equivaleva alla conferma ufficiale del decesso: non erano infatti disponibili elementi sufficienti per stabilire con certezza dove e quando fosse morta, né per escludere definitivamente altre possibilità.

A distanza di anni, il problema rimane: il crollo territoriale dello Stato Islamico, culminato nel 2019, lasciò dietro di sé migliaia di persone con percorsi difficili da ricostruire: combattenti uccisi, prigionieri, donne rinchiuse nei campi, persone rientrate nei Paesi d’origine e altre delle quali si erano perse le tracce.

Non ci sono, nelle fonti pubbliche verificate per questa ricostruzione, elementi sufficienti per stabilire definitivamente la sorte di Maria Giulia Sergio.

Non è corretto affermare che sia certamente viva. Ma non sarebbe corretto neppure dare per accertata la sua morte. Ed è anche per questo che la sua storia, dodici anni dopo la partenza dalla Maremma, conserva una domanda irrisolta.

La nuova ricerca dell’Università di Pisa: capire le donne dell’Isis

È in questo quadro che assume particolare interesse il progetto LIMBO, avviato dall’Università di Pisa e coordinato dalla professoressa Renata Pepicelli.

Il programma, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso il Fondo Italiano per la Scienza, vuole ricostruire le esperienze delle donne che aderirono allo Stato Islamico, il loro ruolo durante l’esistenza del Califfato e le conseguenze della sua caduta.

Il progetto Limbo

Il convegno inaugurale, in programma il 27 e 28 ottobre a Pisa, affronta il tema della partecipazione femminile alla violenza politica, mettendo a confronto epoche, territori ed esperienze differenti.

La ricerca riguarderà sei Paesi: Siria, Iraq, Giordania, Tunisia, Francia e Regno Unito.

Non si tratta soltanto di studiare il passato.

L’obiettivo è comprendere che cosa sia accaduto alle donne e ai minori dopo il 2019, quando l’Isis perse il controllo del territorio che aveva occupato.

Alcune donne si trovano ancora nei campi insieme ai figli, altre sono detenute, altre sono tornate nei Paesi d’origine e hanno intrapreso percorsi di deradicalizzazione.

Sono esperienze profondamente diverse, che non possono essere racchiuse in un’unica definizione.

Migliaia di donne e bambini coinvolti nel Califfato

Per comprendere le dimensioni del fenomeno, l’Università di Pisa richiama le stime relative agli stranieri che raggiunsero lo Stato Islamico in Siria e Iraq.

Si parla di un numero compreso tra 44mila e 53mila persone, provenienti da oltre sessanta Paesi. Secondo le stime citate dall’ateneo, circa il 14 per cento erano donne e il 13 per cento minori.

Numeri che aiutano a comprendere perché lo studio del jihadismo non possa limitarsi alla figura del combattente armato.

Le donne svolsero ruoli differenti: l’organizzazione assegnava loro prevalentemente compiti legati alla famiglia, alla maternità e all’educazione dei figli, ma alcune furono coinvolte anche nella polizia morale, nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione.

Comprendere quelle funzioni significa interrogarsi sulle responsabilità individuali, ma anche sui meccanismi attraverso i quali un’organizzazione terroristica cercava di costruire una società sottoposta alle proprie regole.

Renata Pepicelli: le donne non erano tutte vittime passive

Uno degli aspetti più importanti del progetto riguarda proprio il modo in cui viene interpretata la partecipazione femminile.

Per molto tempo, nel racconto pubblico del terrorismo jihadista, le donne sono state spesso rappresentate soprattutto come mogli, madri o persone trascinate dagli uomini.

La ricerca coordinata da Pepicelli vuole superare questa semplificazione. La professoressa osserva infatti che molte donne arrivate nello Stato Islamico non si descrivono come soggetti passivi, ma come persone che avevano compiuto una scelta, rivendicando un ruolo attivo nel progetto politico e religioso dell’organizzazione.

Questo non significa negare che altre abbiano subito coercizioni, violenze o condizioni di vulnerabilità.

Significa, piuttosto, distinguere le diverse esperienze e ricostruire le responsabilità senza cancellare la complessità delle vicende individuali.

Una prospettiva che sembra particolarmente adatta a rileggere anche la storia di Maria Giulia Sergio.

Le intercettazioni e le ricostruzioni investigative, infatti, descrivevano una donna che non aveva semplicemente seguito il marito, ma che aveva manifestato convinzioni autonome, cercato di coinvolgere la propria famiglia e dichiarato la volontà di combattere.

Il caso di Fatima non dimostra che tutte le donne dell’Isis abbiano avuto un percorso simile. Mostra, però, perché sia necessario studiarle senza considerarle automaticamente figure marginali.

I figli dell’Isis, le vite rimaste sospese

Un altro capitolo fondamentale della ricerca riguarda i bambini. Molti sono nati nei territori controllati dallo Stato Islamico oppure sono stati portati in Siria e Iraq quando erano molto piccoli.

Dopo la caduta del Califfato, numerosi minori sono rimasti nei campi insieme alle madri, in condizioni spesso segnate da precarietà e incertezza giuridica.

Alcuni non possiedono certificati di nascita riconosciuti. Altri non hanno documenti validi per ottenere la cittadinanza del Paese d’origine dei genitori.

Per alcuni si pone il problema dell’apolidia, cioè della mancanza di una cittadinanza riconosciuta. Questo può rendere difficile l’accesso a diritti fondamentali, dall’istruzione all’assistenza sanitaria.

Una parte dei bambini arrivati nei campi dopo il 2019, intanto, è diventata maggiorenne. Sono persone che non hanno scelto l’adesione dei propri genitori all’Isis, ma che continuano a subirne le conseguenze.

È anche a queste esistenze che il progetto LIMBO vuole dare attenzione.

Dalla Maremma alla ricerca internazionale, dodici anni dopo

La vicenda di Maria Giulia Sergio appartiene ormai alla storia del terrorismo jihadista italiano ma il suo passaggio dalla Maremma continua a rappresentare un capitolo particolare di quella storia.

Perché racconta come una rete di relazioni internazionali potesse attraversare anche piccoli territori apparentemente lontani dai grandi scenari della guerra.

E perché mostra quanto fosse difficile, nel 2015, ricostruire il percorso di una donna che aveva lasciato l’Italia per raggiungere un’organizzazione terroristica.

Allora le domande riguardavano soprattutto i luoghi della sua radicalizzazione, i contatti, il viaggio, le persone che l’avevano aiutata e il pericolo rappresentato dal reclutamento.

Oggi la ricerca scientifica ne aggiunge altre.

Quali ruoli cercavano le donne che raggiungevano l’Isis? Quanto contavano le loro scelte personali? Come si intrecciavano convinzioni ideologiche, relazioni familiari e pressioni? E che cosa accadeva quando quel mondo crollava?

Non sappiamo se il progetto coordinato da Renata Pepicelli prenderà in esame direttamente il caso di Fatima.

Sappiamo però che le domande poste dall’Università di Pisa consentono di guardare quella vicenda da una prospettiva nuova, più ampia e meno legata soltanto alla cronaca giudiziaria.

Il mistero di Fatima e quella traccia lasciata a Scansano

Nel gennaio 2015, cercare Maria Giulia Sergio a Scansano significava inseguire una presenza difficile da afferrare: una donna che pochi ricordavano, un passaggio nelle campagne, una rete di conoscenze e poi la partenza per la Siria.

Le indagini della Digos avrebbero dato nomi, date e responsabilità a una parte di quella storia e i processi avrebbero stabilito le condanne, ma non avrebbero risposto a tutte le domande.

Dodici anni dopo, resta soprattutto il mistero della sorte di Maria Giulia Sergio, una donna che aveva scelto di raggiungere il Califfato e che da quel mondo non è più tornata.

Mentre a Pisa prende avvio una ricerca dedicata alle donne dell’Isis e alle vite rimaste sospese dopo la sua caduta, la storia che attraversò Scansano torna così ad assumere un significato nuovo.

Non soltanto il racconto di una partenza.

Ma quello di una scelta radicale, delle sue conseguenze e di una domanda che il tempo non ha ancora cancellato: che fine ha fatto Fatima?

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