GROSSETO. C’erano giorni in cui bastava una cena che secondo lui non era stata preparata bene. Altri in cui erano i pantaloni piegati male, un armadio non abbastanza in ordine, le faccende domestiche che non corrispondevano alle sue aspettative. E poi c’erano le accuse, gli insulti, la gelosia, le minacce. E le botte.
Schiaffi, spinte, pugni. Violenze che, secondo quanto ricostruito in tribunale, sarebbero continuate anche mentre la donna era incinta e che spesso si consumavano davanti ai figli, spettatori di quello che accadeva tra le mura di casa.
Una vita familiare che per anni sarebbe stata scandita dalla paura, dagli allontanamenti del marito e dai suoi ritorni, dalle richieste di perdono e dalla speranza della donna che quella fosse davvero l’ultima volta.
Ora su quella storia è arrivata una sentenza.
Il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Grosseto Marco Mezzaluna, al termine del processo celebrato con rito abbreviato, ha condannato il marito violento a 2 anni e 8 mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia.
Il pubblico ministero Raffaele Luca Ponte aveva chiesto una condanna a 4 anni e 4 mesi.
La donna, assistita dall’avvocata Patrizia Pagano, si era costituita parte civile anche nell’interesse dei figli minorenni.
Il giudice ha disposto anche il risarcimento del danno: 30mila euro alla moglie e complessivi 60mila euro ai figli minorenni.
Una storia cominciata quando lei era giovanissima
Dietro la sentenza ci sono anni di vita matrimoniale segnati da soprusi e sopraffazioni fisiche, morali, sessuali ed economiche.
La donna aveva conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito quando era ancora giovanissima, in Bosnia. Suo padre l’aveva costretta a sposarlo quando aveva solo 14 anni. Dopo il matrimonio i due si erano trasferiti in Italia, a Grosseto, inizialmente insieme alla famiglia di lui.
I problemi però, sarebbero cominciati presto. Prima le accuse di non essere capace di svolgere quelli che il marito considerava i suoi compiti di moglie, poi gli spintoni e, con il passare del tempo, le aggressioni.
Dal 2015 l’aveva vessata e picchiata, anche durante le diverse gravidanze. E aveva continuato a farlo, di fronte ai figli minorenni.
«Se te ne vai ti spacco la faccia»
Ci sono episodi che, letti uno dopo l’altro, restituiscono la dimensione della vita che la donna ha raccontato di aver vissuto.
Era incinta quando il marito l’ha spinta contro il muro e schiaffeggiata perché non aveva cucinato come voleva lui. Un’altra volta il pretesto sarebbero stati dei pantaloni piegati male.
Quando lei avrebbe minacciato di andarsene, la risposta sarebbe stata: «Se ti allontani ti spacco la faccia».
Poi ancora pugni alla schiena, capelli tirati, calci. Fino alla consapevolezza, raccontata dalla donna, che reagire avrebbe potuto soltanto peggiorare la situazione.
Era questo uno dei meccanismi della paura che l’avrebbe accompagnata per anni: cercare di evitare tutto ciò che poteva scatenare la rabbia del marito senza riuscire mai davvero a prevedere quale sarebbe stato il motivo successivo.
Le violenze anche durante le gravidanze
Nemmeno le gravidanze avrebbero fermato le aggressioni. Il marito pretendeva di avere rapporti con la moglie e a ogni rifiuto, cominciava la violenza.
Non si fermava di fronte a nulla, nemmeno di fronte alla pancia di una moglie all’ottavo mese: un litigio nato, ancora una volta, per una questione domestica. Prima uno schiaffo, poi una spinta contro l’armadio e quindi i pugni, anche al fianco, fino a quando sarebbe caduta sentendosi male.
In altre occasioni, alla notizia di nuove gravidanze, l’uomo avrebbe reagito chiedendole di abortire. Aborto che non c’è stato grazie all’intervento dei familiari dell’uomo.
C’erano le botte e c’erano gli insulti: parole umilianti rivolte alla moglie anche davanti ai bambini.
I figli testimoni delle aggressioni
Ed è proprio la presenza dei figli uno degli aspetti più dolorosi della vicenda.
Perché i bambini non erano semplicemente nella stessa casa. Avrebbero assistito direttamente a diverse aggressioni.
In uno degli episodi più gravi, avvenuto dopo che la donna aveva subito un intervento chirurgico ed era tornata a casa con la necessità di restare a riposo, il marito l’avrebbe tirata giù dal letto facendola cadere a terra e poi colpita anche alla gamba operata.
A difenderla sarebbero intervenute la madre e la sorella dell’uomo e persino uno dei figli, mettendosi tra i genitori mentre la madre era a terra.
Il pugno alla testa e lo svenimento
L’uomo, da quella casa, andava e veniva a suo piacimento. Durante uno di quei ritorni, dopo che lei l’aveva personato per l’ennesima volta, allo scoppio di una violenta lite la donna avrebbe cercato di rifugiarsi prima in bagno e poi in cucina. Lui l’avrebbe raggiunta e colpita prima con uno schiaffo alla testa e quindi con un pugno da dietro che le avrebbe fatto perdere i sensi.
I bambini, avrebbero implorato il padre di lasciarla stare.
E mentre lei era svenuta, uno dei figli le avrebbe poi raccontato che il padre la stava riprendendo con il telefono.
Andava via, poi tornava e chiedeva scusa
La loro storia, però, non era una linea retta. Era fatta anche di separazioni temporanee, ritorni, promesse.
L’uomo si allontanava. Poi tornava e chiedeva scusa. Lei lo perdonava, sperando ogni volta che qualcosa fosse finalmente cambiato.
La paura di perdere i figli avrebbe avuto un peso enorme nella difficoltà della donna a interrompere definitivamente il matrimonio.
E così quel meccanismo sarebbe andato avanti negli anni: violenza, allontanamento, ritorno, perdono. Poi di nuovo tutto da capo.
Fino all’ultimo periodo della loro convivenza.
Le mani intorno al collo
Uno degli ultimi episodi raccontati dalla donna risale all’estate del 2024. Il marito sarebbe arrivato a casa particolarmente arrabbiato e, senza che fosse accaduto nulla prima, l’avrebbe afferrata per il collo, stringendo la presa e insultandola. Sul collo, avrebbe raccontato lei, erano rimasti i segni delle mani.
Una settimana dopo sarebbe tornato per chiederle ancora una volta scusa.
Lei lo avrebbe perdonato, ma quella volta avrebbe aggiunto qualcosa che negli anni precedenti non era riuscita a dire: non avrebbe dovuto toccarla mai più, altrimenti lo avrebbe denunciato.
Per qualche mese la convivenza era ripresa. Poi la donna aveva deciso di mettere definitivamente fine al matrimonio. Durante quel periodo infatti, l’uomo aveva anche iniziato una relazione con un’altra donna. Relazione che la moglie aveva scoperto e che aveva innescato una serie di botte e risposte attraverso video su Tik Tok nei quali l’amante la minacciava di farle togliere i figli dai servizi sociali. Minacce alle quali lei aveva risposto con lo stesso mezzo. Il marito, dopo quel dissing, l’aveva aggredita di nuovo, costringendola a chiedere scusa alla sua amante.
Disposto un risarcimento di 90mila euro
La vicenda è arrivata così davanti al giudice Marco Mezzaluna.
Il processo si è celebrato con rito abbreviato, procedimento che prevede, in caso di condanna, la riduzione della pena prevista dalla legge.
Il pubblico ministero Raffaele Luca Ponte aveva chiesto che all’imputato, difeso dall’avvocato Roberto Cerboni, fossero inflitti 4 anni e 4 mesi di reclusione.
La difesa della parte civile, rappresentata dall’avvocata Patrizia Pagano, ha portato nel processo anche la richiesta di risarcimento per la donna e per i figli.
Al termine dell’udienza Mezzaluna ha pronunciato la sentenza: 2 anni e 8 mesi di reclusione.
E poi il risarcimento: 30mila euro alla donna e altri 60mila euro complessivamente ai figli minorenni.
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