GROSSETO. Non finirono nemmeno la cena. Erano a Sant’Angelo in Colle, sulla strada del ritorno da Rimini, quando arrivò una telefonata: «La città è in subbuglio e vogliono che tornate, tornate».
Grosseto aspettava i suoi campioni, quelli che poche ore prima avevano conquistato il primo scudetto della storia del Bbc, e non aveva intenzione di andare a dormire senza abbracciarli. I giocatori lasciarono la tavola, salirono sul pullman e ripartirono, ma da Paganico in poi anche tornare a casa diventò un’impresa: c’era una città che era venuta loro incontro.
Alessandro Cappuccini, grossetano, classe 1961, era uno di quei ragazzi. Aveva 25 anni, lanciava per la Grohe e aveva contribuito a portare una finale interminabile fino alla partita decisiva. Quarant’anni dopo, quando racconta quella notte, ricorda la cena, il pullman, la gente, le attività aperte per festeggiare.
«Abbiamo fatto a passo d’uomo da Paganico a Grosseto, perché non riuscivamo a passare dalla gente che praticamente ci scortava. Siamo arrivati in piazza Volturno: l’apoteosi. Mi ricordo tanti che avevano un’attività di ristoro e ci hanno aperto quella sera. Milvio Cortesi, che aveva l’osteria-enoteca in via San Martino, aprì la cantina. La città era impazzita».
Era il 19 ottobre 1986. A Rimini il Grosseto aveva vinto gara sette per 7–2, chiudendo sul 4–3 la serie contro la Trevi. Edomani, 19 ottobre 2026, sono quarant’anni da quella domenica che resta nella memoria sportiva della città.

La voce alla radio che ancora gli fa venire la pelle d’oca
Prima ancora delle immagini, a Cappuccini torna in mente una voce. Quella di Tiziano Pacifici, che dai microfoni di Radio Grifo raccontava gli ultimi istanti della partita, mentre sul campo si compiva qualcosa che Grosseto aspettava da anni.
«La cosa che mi è rimasta più dentro è riascoltare l’ultima parte della radiocronaca di Tiziano Pacifici. Ogni volta che la sento mi viene la pelle d’oca, è veramente una cosa incredibile. Sull’ultimo out della settima gara aveva la voce rotta dal pianto. È una cosa che mi è entrata dentro».
Nella registrazione c’è ancora l’emozione di quel momento, e chi era in campo può ritrovarla attraverso la voce di chi lo stava raccontando. Cappuccini la ricorda così, insieme alla consapevolezza che quella squadra avesse ormai tutto per arrivare fino in fondo.
«Eravamo pronti da tempo per vincere lo scudetto. E ce l’abbiamo fatta».
Sette partite per arrivare al primo scudetto
Il cammino della Grohe era passato dal primo posto nel proprio girone, dalla vittoria sul Milano nei quarti di finale per 3–1 e da quella sul Nettuno in semifinale per 4–2. Poi era arrivato il Rimini, con una finale che avrebbe richiesto tutte e sette le partite.
Grosseto aveva vinto le prime due, 4–0 e 11–10. Rimini aveva risposto con un 3–0 e un 12–2, riportando la serie in equilibrio. La quinta partita era stata dei maremmani, 11–2; la sesta dei romagnoli, 2–1 al tredicesimo inning. Tutto rimandato alla settima.
Dentro quei risultati Cappuccini ritrova il proprio turno sul monte, i compagni e la capacità della squadra di ripresentarsi pronta dopo una sconfitta.
«Il pomeriggio lanciai io e si vinse 11 a 2, me lo ricordo. Fu una gara che ci rimise in corsa. Poi la sera Olsen lanciò benissimo, ma c’era un gran Malpeso, che agli extra inning fece quel fuoricampo. E il giorno dopo la carta Spadoni fu vincente, perché lanciò una magnifica partita».
La sconfitta della sera aveva allungato ancora l’attesa. Il giorno dopo, però, Grosseto avrebbe trovato il modo di chiudere la finale e portare a casa il titolo.
IL VIDEO DELLA FINALE – da Fibs Channel Youtube
Luciani, il gruppo e quelle «focacce» prima di lanciare
L’allenatore era Vincenzo “Vic” Luciani. Cappuccini, parlando di lui, torna soprattutto alla vita della squadra durante la settimana, al tempo trascorso insieme e alle cene dopo le partite.

«Vic è stato sempre il collante, ha creato un bel gruppo. Durante la settimana vivevamo insieme e, alla fine delle partite, andavamo sempre tutti insieme a mangiare. Eravamo un gruppo ormai coeso e forse quel qualcosa in più ci ha permesso di avere anche questi risultati». Con Luciani c’erano Giuseppe Saverio Pegoraro, Igino Monaci e Marco Felici.
In quel gruppo c’era spazio anche per prendersi in giro, alleggerendo la tensione di chi sarebbe salito sul monte. «Quando lanciavo io mi dicevano: “Oggi arrivano le focacce”. Perché, insomma, non è che non mi battevano: mi battevano, ma la difesa era forte».

Lo racconta con l’ironia di chi conosce il proprio posto dentro una squadra e sa quanto contino i compagni che ha alle spalle. «Vic, quando è venuto a Grosseto, ha dato la sua esperienza come allenatore. Però eravamo tutti maturi per affrontare una finale di questo tipo».

Il general manager di quel gruppo di campioni era Luigi Pegoraro. Fu lui a costruire una squadra vincente, insieme al presidente Armando Falconi e al vice, Stefano Palmieri.

I campioni e i ragazzi diventati grandi a Grosseto
Era una squadra con giocatori di grande qualità e una forte radice cittadina. Sul monte c’era Richard Olsen, dietro il piatto Craig Stimac, all’interbase John Cortese. Nella serie finale Stimac mise insieme quattro fuoricampo e sette punti battuti a casa, mentre Beppe Massellucci ne portò a casa sei.
Ma quando Cappuccini ripassa i nomi di quel Grosseto, vuole ricordare anche chi aveva costruito la propria stagione lontano dai riflettori più forti.
«Eravamo tanti italiani e tanti grossetani. Dobbiamo ricordare che quell’anno ci fu una grande annata anche di Piccioli: Roberto fece un gran campionato. Avevamo Foschiani, Massellucci, Luongo, Mazzieri, Costa, Gandolfi, Borghino».
I PROTAGONISTI
Anche chi arrivava da fuori, racconta, faceva parte della vita quotidiana della città. «Eravamo una squadra quasi completamente costruita qui a Grosseto. Perché anche se Costa era di Torino, o Cortese veniva da fuori, vivevano qui con noi. Stimac pure viveva qui con noi».
È un legame che continua a riemergere quando i protagonisti si ritrovano, nelle serate di amarcord dedicate al Bbc, tra fotografie, racconti e nomi che per tanti grossetani sono ancora familiari.

«Si è vinto noi, ma ha vinto la città»
Per capire la festa di quella notte bisogna ricordare quanto il baseball fosse entrato nella vita di Grosseto. Cappuccini lo aveva visto crescere nei campi, nelle strade, nei luoghi dove i bambini provavano a giocare, e poi sugli spalti che accompagnavano la squadra.
«Era tanto tempo che Grosseto puntava allo scudetto. C’era una passione per il baseball incredibile, si giocava in tutti i punti della città».

Quella passione aveva seguito i giocatori fino alla finale, aveva aspettato il risultato e poi li aveva richiamati a casa, interrompendo la loro cena. «Si è vinto noi, ma ha vinto la città. Il pubblico è stato un fattore determinante anche nella vittoria, perché ci ha sempre sostenuto ed erano veramente tanti. Entrare allo stadio era una bolgia».
Quarant’anni dopo resta la gratitudine per aver vissuto tutto questo: la vittoria e il ritorno, il campo e piazza Volturno, piazza Albegna e piazza della Vasca, i compagni e la gente venuta ad aspettarli. «È veramente una cosa che ho avuto la fortuna di vivere».

Dai ricordi ai ragazzi di oggi
Cappuccini dice anche che non si vive di ricordi. E quando gli chiediamo che cosa vorrebbe trasmettere a un ragazzino che oggi comincia a giocare, il racconto si sposta subito sul presente. Con il fratello Stefano e altri allenatori è tornato a lavorare con i giovani, per costruire un gruppo che possa crescere e diventare una squadra grossetana.
«Ci siamo riavvicinati a creare un gruppo, con Stefano, mio fratello, e altri allenatori che hanno voluto partecipare: un gruppo di ragazzi che potesse poi arrivare a comporre una squadra grossetana».
Gli stanno a cuore prima di tutto i valori e ciò che lo sport può dare a un ragazzo mentre cresce: la capacità di stare insieme, di parlare con gli altri, di trovare il proprio posto in un gruppo. «I ragazzi con lo sport possono davvero aprirsi e migliorarsi nella vita, nella comunicazione, nell’entrare nel gruppo».
È qualcosa che lui ha cominciato a imparare molto prima dello scudetto, quando il gioco occupava i pomeriggi e per incontrarsi bastava uscire di casa.
«Noi abbiamo vissuto la strada e la strada ci ha portato anche a essere bravi a livello di coordinazione. La nostra scuola era il cortile. Siamo migliorati a livello fisico, ma anche nel comportamento sociale, nella socializzazione».
Da quel cortile al monte di lancio di una finale, fino al lavoro di oggi con i ragazzi, Cappuccini ritrova un filo che attraversa quarant’anni. Lo aveva vissuto nella squadra di Luciani, nelle cene insieme, nelle battute prima delle partite e nell’abbraccio di Grosseto dopo la vittoria. Adesso prova a farlo conoscere a chi entra per la prima volta in campo.



