Quando Grosseto si mise in bicicletta: migliaia in strada dietro a Romolo e il mito della Sbiciclettata | MaremmaOggi Skip to content

Quando Grosseto si mise in bicicletta: migliaia in strada dietro a Romolo e il mito della Sbiciclettata

Da cinque amici a migliaia di persone sulla strada per Istia: fotografie, ricordi e aneddoti riportano alla luce uno dei fenomeni popolari più amati degli anni Novanta. Romolo Domeniconi: «Accidenti se sono contento. Se fossi lì magari mi riprendeva la voglia»
Romolo Domeniconi con la sua Sbiciclettata

GROSSETO. C’era una bicicletta da fornaio, di quelle pesanti, con il portapacchi davanti e dietro. Sopra avevano sistemato una grossa batteria, un megafono e un’asta con il microfono. Davanti pedalava Romolo Domeniconi, dietro veniva Grosseto.

Migliaia di persone. Bambini, genitori, nonni, ragazzi, biciclette da corsa e vecchie bici tirate fuori dalle cantine, tandem improbabili, mezzi costruiti apposta per farsi notare. Un serpentone così lungo che, quando i primi erano ormai sulla strada per Istia, gli ultimi dovevano ancora lasciare la città.

E soprattutto non si pagava niente.

Niente iscrizione, niente biglietto, niente quota per partecipare. E persino agli sponsor non venivano chiesti soldi: se volevano esserci, dovevano regalare qualcosa alla gente. Una bicicletta, una merenda, un cappellino, un premio, un viaggio. Alla fine si scatenò quasi una gara a chi riusciva a mettere a disposizione la cosa più bella.

Era la Sbiciclettata. E per alcuni anni, tra la fine degli Ottanta e soprattutto i Novanta, fu una delle manifestazioni popolari più incredibili che Grosseto abbia conosciuto.

Adesso quella storia torna a vivere attraverso le immagini nell’ambito della Città Visibile dedicata agli anni Novanta: con le fotografie dell’Agenzia Bf che verranno proiettate e che restituiscono non soltanto una manifestazione, ma una città che per un giorno all’anno sembrava avere deciso di lasciare a casa l’automobile e andare tutta insieme nella stessa direzione.

Una storia che cominciò quasi per caso.

Cinque amici prendono la bicicletta e succede tutto

«L’invenzione è stata quasi per forza», racconta oggi Romolo Domeniconi. All’inizio non c’erano migliaia di partecipanti, non  c’erano sponsor e non c’erano premi. C’erano solo cinque amici.

Domeniconi ricorda Carotta, Nardini, Bartalucci, Ciacci e se stesso. Una domenica videro la gente dirigersi verso il mare e decisero di fare esattamente il contrario: presero le biciclette e andarono verso Istia.

«La gente andava verso il mare, noi si andò verso Istia – ricorda – E da lì è nato il discorso. Poi s’andò a pranzo».

È quella che, nella memoria di chi ha conservato fotografie e ritagli di giornale, è diventata l’edizione zero della Sbiciclettata. La documentazione dell’epoca racconta infatti di quella prima pedalata tra amici, precedente al 1987, dalla quale sarebbe nata l’idea di trasformare una domenica in bicicletta in qualcosa di molto più grande.

Non c’erano Facebook, WhatsApp, moduli online o campagne pubblicitarie. C’era un negozio che si chiamava Gilda Abbigliamento, era in via Vinzaglio, dove oggi c’è la Vineria, e fuori venne messo un cartello. Chi voleva partecipare lasciava nome e cognome e riceveva il suo pettorale.

Romolo pensava a una cosa tra amici, magari un po’ più allargata. Poi cominciarono ad arrivare le iscrizioni.

«Dissi: le mogli, i figlioli e i parenti vengono – racconta oggi Romolo – Una figuraccia non si fa. Poi si iscrissero duecento persone. E a quel punto, tanto dieci che duecento…».

Secondo i ricordi familiari conservati insieme al materiale della manifestazione, nel giro di pochissimo le adesioni erano diventate addirittura alcune centinaia. Domeniconi, vedendo crescere continuamente i nomi, a un certo punto pensò seriamente di lasciar perdere: dove li avrebbe portati tutti?

Non lasciò perdere. E Grosseto cominciò a pedalare. Accanto a lui, a dare una mano, aveva un gruppo di amici che non si è mai tirato indietro: Vincenzo e Luciano Colombo, Adriano Fumi, Cesare Svetoni, Stefano Carotta, Quintilio Franchini e Aldo Mattei. 

Nel 1987 sono già 567

La prima edizione strutturata documentata è quella del 1987. La destinazione è la Steccaia sull’Ombrone e i partecipanti sono già 567. L’iniziativa coinvolge l’assessorato allo Sport, il quartiere Clarisse e l’Ente comunale di consumo, che offre la colazione ai partecipanti.

Qualcuno, arrivato all’Ombrone, fa persino il bagno. A rivedere oggi quelle fotografie viene quasi spontaneo chiedersi come fosse possibile organizzare una cosa del genere con la leggerezza di allora.

«Come abbiamo fatto a non farci male? Non lo so», dice Orazio Domeniconi, il figlio di Romolo, che quella manifestazione l’ha vista nascere e crescere. Un pensiero che riaffiora mentre vengono sfogliate le immagini di quegli anni.

Poi la Sbiciclettata cresce. E quando torna negli anni Novanta non è più una pedalata: è diventato un fenomeno cittadino.

Nel 1992 sono 1.202, l’anno dopo diventano 1.501. Nel 1994 sono 2.351, nel 1995 si arriva a 3.544 partecipanti.
Tremilacinquecentoquarantaquattro persone in bicicletta, in una Grosseto che allora aveva poco più di settantamila abitanti.

Il serpentone invadeva la strada per Istia

La destinazione ormai era diventata Istia d’Ombrone. La città si svuotava e la strada si riempiva di biciclette.

«Quando Romolo era a Casalecci, i primi uscivano ancora da Grosseto», raccontano oggi ricordando la lunghezza del serpentone. Istia, all’arrivo, veniva praticamente invasa dai partecipanti.

Ma chiamarla manifestazione ciclistica sarebbe riduttivo. La bicicletta era il pretesto. La Sbiciclettata era una gigantesca festa popolare, nella quale la competizione non esisteva e anzi sembrava quasi che più fosse strano il mezzo con cui ci si presentava, meglio fosse.

C’erano tandem a tre, biciclette trasformate, invenzioni costruite per l’occasione. E davanti a tutti quella bicicletta da fornaio con il megafono, diventata una specie di ammiraglia artigianale della manifestazione.

Il pettorale numero uno aveva anche il suo proprietario storico: Mauro Bartalucci. Poi c’era Romolo e dietro, tutti gli altri.

La regola più importante: i soldi non devono esserci

Forse, però, il segreto della Sbiciclettata era un altro: i soldi non dovevano esistere. Era quasi una regola morale.

«Non ho mai chiesto nulla a nessuno – racconta Domeniconi – Se qualcuno ci dava i cappelli, prendevamo i cappelli. Poi la gente cominciò a telefonarmi. Lo spirito della manifestazione era avere tutto gratis».

Nessuna quota d’iscrizione per chi pedalava e nessuna richiesta economica agli sponsor. Le aziende potevano partecipare, ma portando qualcosa.

E così, anno dopo anno, nacque una sorta di gara della generosità. C’era chi offriva la merenda per migliaia di persone, chi assicurava i partecipanti, chi metteva in palio biciclette. I premi iniziarono a diventare sempre più importanti e nelle edizioni successive arrivarono anche soggiorni e viaggi. 

Le biciclette, soprattutto all’inizio, erano tra i premi più ambiti. E non veniva consegnato un voucher: Romolo prendeva materialmente la bicicletta e la passava oltre la transenna al vincitore, che se ne tornava a casa pedalando anche su quella che veniva offerta da Tommasini. 

Tanta pasta quanto pesi

Poi arrivò il bilancione. Ed è probabilmente una delle immagini che raccontano meglio che cosa fosse la Sbiciclettata. Si trattava di una gigantesca bilancia a due bracci, costruita appositamente. Il fortunato estratto si sedeva da una parte. Dall’altra cominciavano a mettere pacchi di pasta. Uno, due, dieci, venti. Finché la bilancia non raggiungeva l’equilibrio.

Il premio era semplicissimo e meravigliosamente assurdo: tanta pasta quanto pesi.

Il bilancione della Sbiciclettata

«Ogni anno bisognava inventarsi qualcosa di nuovo», ricorda Romolo. Nel 1996 il gioco cambiò ancora: sul bilancione arrivò il vino. Tante bottiglie quanto servivano a raggiungere il peso del vincitore, offerte da Villa Banfi secondo la documentazione conservata dagli organizzatori.

E poi la merenda per tutti, l’estrazione dei premi, la festa all’arrivo. Nelle ultime edizioni arrivò persino Miss Sbiciclettata. Non c’era bisogno di inventare una definizione per quello che stava succedendo. Semplicemente, Grosseto si divertiva.

«Per una città come Roma sarebbe stato come portarne in strada centomila»

A un certo punto la Sbiciclettata cominciò a essere conosciuta anche fuori dalla Maremma. Domeniconi ne parlò con una rivista specializzata nel cicloturismo e il rapporto tra la popolazione di Grosseto e il numero dei partecipanti impressionò chi si occupava professionalmente di ciclismo.

Romolo Domeniconi con Miss Sbiciclettata

«Mi dissero che, facendo le proporzioni, era come se a Roma fossero partite centomila persone». Arrivò anche una proposta curiosa.

«Mi contattò uno che aveva una squadra di professionisti, Falini, dove c’era Cipollini agli inizi – ricorda Domeniconi – Volevano fare la nostra manifestazione quando organizzavano le loro gare. Ma non si poteva fare».

Perché, in fondo, la Sbiciclettata funzionava proprio perché era nata a Grosseto e in quel modo lì: una città intera che un gruppo di amici era riuscito a trascinarsi dietro. 

A un certo punto era diventato un lavoro

Solo che da cinque persone si era passati alle migliaia e quello che era nato una domenica, quasi per scherzo, richiedeva ormai mesi di preparazione.

«Quando si arrivò a quei numeri, già da settembre bisognava cominciare a organizzare per giugno», ricorda Domeniconi. 

Romolo pensava continuamente a come migliorare la manifestazione. Per una delle ultime edizioni gli venne persino l’idea di prendere un camper e girare per i paesi della provincia a raccogliere le iscrizioni, in modo da portare ancora più persone a Grosseto.

Poi si fermò. «Stava diventando un lavoro», ricorda. E un lavoro non doveva esserlo. Quando smisero di organizzare la Sbiciclettata, i grossetani scrissero al sindaco, ci furono telefonate, tentativi di capire come continuare. Successivamente la manifestazione proseguì con un coinvolgimento diverso delle istituzioni, ma qualcosa dello spirito iniziale inevitabilmente cambiò. la palla passò al Comune che riuscì a mettere in piedi un paio di edizioni. Ma non c’era più il seguito che Romolo era riuscito a portarsi dietro. 

Perché l’idea originaria era semplicissima: si andava tutti dietro a Romolo.

«Oggi non si potrebbe più fare»

Ogni tanto qualcuno gli chiede perché non rifarla. La risposta è che quella Sbiciclettata apparteneva anche a un tempo diverso.

«Oggi, con le regole che ci sono, no – dice – Ho provato anche a informarmi, ma le norme per le manifestazioni cicloamatoriali sono cambiate. È come la cocomerata: non si può più fare come facevamo allora». 

E lui, almeno ufficialmente, dice di non avere intenzione di ricominciare.

Poi gli si chiede se sia contento che, a distanza di trent’anni, qualcuno abbia tirato fuori le fotografie, abbia deciso di rimetterle insieme e di raccontare quella storia dentro una manifestazione dedicata proprio agli anni Novanta.

La risposta cambia tono: «Accidenti se sono contento». Per Romolo Domeniconi la Sbiciclettata non è stata soltanto una manifestazione.

«Era una cosa che sentivo. La paragono alla vineria: mi ha dato una soddisfazione enorme – spiega – A un certo punto, ovunque andassi, mi riconoscevano. I giornali ne parlavano».

Racconta persino di un ufficiale della Questura che un sabato gli aprì l’ufficio per permettergli di fare il passaporto per sua figlia. Era diventato quello della Sbiciclettata.

Le fotografie tornano fuori trent’anni dopo

Ed è forse questo che rende speciale la mostra inserita nella Città Visibile. Le immagini della Sbiciclettata saranno proiettate in continuo alle Clarisse e riporteranno davanti agli occhi dei grossetani le biciclette, i pettorali, il bilancione, i premi, le partenze, gli arrivi a Istia e soprattutto quella fiumana di persone che per qualche ora prendeva possesso della strada.

Per chi c’era sarà probabilmente impossibile guardarle senza cercarsi in mezzo alla folla, per chi non c’era sembrerà forse incredibile che una cosa del genere sia realmente successa. E invece succedeva.

Senza un’app per iscriversi, senza un sito internet, senza Facebook per convocare la gente. Le iscrizioni si prendevano per strada, davanti a un negozio di via Vinzaglio.

Cinque amici erano andati a fare un giro in bicicletta perché tutti gli altri andavano al mare, poi erano andati a pranzo e avevano avuto un’idea.

Qualche giorno dopo Romolo aveva attaccato un cartello fuori dal negozio e alla fine dietro quella bicicletta da fornaio si era messa a pedalare Grosseto.

Romolo, invece, nei giorni in cui quella storia torna sulle pareti e sugli schermi della città, è in Sardegna. E forse è meglio così.

«Meno male che sono qui – ride – perché sennò magari me lo richiedevano. E mi riprendeva la voglia».

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