GROSSETO. Prima c’era un vecchio edificio giallo, malandato, costruito accanto alla parte storica dell’ex ospedale e utilizzato per anni dal Comune per ospitare l’Anagrafe e altri uffici. Il progetto che ne prevedeva la demolizione lo definiva addirittura un’«edificazione incongrua nel tessuto edilizio del centro storico» e prometteva di sostituirlo con un nuovo fabbricato costruito seguendo «regole compositive e materiche più aderenti ai valori delle preesistenze contigue».
Cinque anni dopo, mentre il cantiere si avvicina alla conclusione, proprio intorno al risultato di quell’operazione si è accesa una delle discussioni urbanistiche più forti degli ultimi anni a Grosseto.
Perché in via Saffi, davanti alle Mura medicee e a poche decine di metri dal Cassero senese, è comparso un grande edificio di tre piani, caratterizzato da un giallo ocra molto intenso e, sul lato che oggi colpisce maggiormente chi passa, da un’imponente testata completamente cieca.

Che sia bello o brutto appartiene inevitabilmente alla sensibilità di ciascuno. Ma che il nuovo palazzo abbia provocato una reazione fortissima è ormai un fatto: architetti, urbanisti, professionisti, commercianti e decine di cittadini stanno contestando l’impatto della costruzione sul cuore storico della città.
E tornando indietro attraverso i documenti e le immagini del progetto emerge una storia che rende la discussione ancora più interessante: il palazzo di via Saffi ha cambiato profondamente aspetto nelle diverse fasi attraverso le quali è stato rappresentato alla città.
Il progetto nasceva proprio per dialogare con il centro storico
Non è un particolare secondario. Quando nel 2021 Grosseto presenta il progetto “Ri-Abitare Grosseto: la via dell’identità e dell’innovazione” per partecipare al Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare, il PINQuA poi confluito nel PNRR, l’amministrazione individua quattro principi guida: recuperare e rifunzionalizzare il patrimonio esistente, evitare nuovo consumo di suolo, rilanciare un centro cittadino in via di spopolamento portandovi funzioni e residenzialità giovanile e rivitalizzarne il tessuto socioeconomico.
E la posizione dell’ex Anagrafe non viene affatto considerata neutra. Nella relazione originaria il complesso di via Saffi viene descritto espressamente come «prospiciente il Cassero senese e il Bastione Fortezza». Nel cuore della storia della città. Il rapporto con alcuni dei monumenti più importanti di Grosseto era quindi noto e dichiarato fin dall’inizio della progettazione.
Proprio per questo il vecchio edificio, ritenuto incongruo, avrebbe dovuto lasciare il posto a una costruzione capace di inserirsi meglio nel tessuto storico. La relazione parla esplicitamente di «regole compositive e materiche più aderenti ai valori delle preesistenze contigue». Ed è una frase che, guardando oggi il nuovo palazzo, assume inevitabilmente un peso particolare.
Il primo rendering: rosa, logge e aperture verso la città
Nella prima rappresentazione del PINQuA il nuovo edificio appare molto diverso da quello che oggi sta emergendo dal cantiere. È un fabbricato lungo, ma il fronte viene alleggerito da logge, rientranze, aperture e variazioni della facciata. I colori sono quelli del rosa e della terra e il piano terreno viene rappresentato in forte relazione con gli spazi esterni.
Non era casuale neppure la scelta dei materiali. Nella relazione progettuale originaria si ipotizzava per i piani superiori anche l’utilizzo del mattone faccia a vista, proprio con l’obiettivo dichiarato di creare un rapporto con le Mura; in alternativa era previsto l’intonaco colorato.

L’idea, insomma, non era soltanto quella di sostituire un edificio vecchio con uno nuovo, ma di farlo cercando una relazione architettonica con un punto particolarmente delicato della città. L’intervento veniva allora indicato in 7 milioni di euro e avrebbe dovuto produrre 20 alloggi insieme a servizi comunali e spazi collegati all’Università.
Venti appartamenti per riportare giovani dentro le Mura
La funzione residenziale, infatti, non è stata aggiunta successivamente. È uno degli elementi fondanti del PINQuA. Il Comune sceglie di utilizzare la ricostruzione per creare 20 appartamenti di edilizia residenziale pubblica destinati in particolare alle giovani coppie, servizi integrati all’abitare e mantenere al piano terreno un presidio di uffici pubblici.
Nei documenti la finalità viene espressa senza ambiguità: portare giovani famiglie nel centro storico significa «dare un futuro al centro storico».
È la filosofia del “Ri-Abitare”: non soltanto restaurare edifici, ma utilizzare la residenza per contrastare lo spopolamento del centro e riportarvi vita stabile. Ed è proprio questo uno degli argomenti con cui oggi l’amministrazione difende l’intervento.
Poi il progetto cambia
Tra quel rendering e il palazzo attuale, però, passano diversi anni e diverse fasi progettuali. Nel 2024, con l’appalto integrato, la progettazione architettonica passa a HYDEA, mentre Cooperativa Civile si occupa delle strutture e Newatt degli impianti. Il progetto definitivo aggiornato viene consegnato nel luglio 2024 e l’esecutivo nell’ottobre dello stesso anno. (Qui – La scheda del progetto definitivo ed esecutivo)
Il nuovo fabbricato viene descritto con circa 2.450 metri quadrati di superficie lorda e circa mille metri quadrati di superficie coperta, articolati su tre piani fuori terra e un seminterrato.
La descrizione dice che la costruzione ricalca «in parte» la stessa sagoma dell’edificio esistente. Il quadro economico complessivo, nel frattempo, raggiunge 8.787.322,53 euro.
Nel 2024 davanti alle Mura il palazzo era rappresentato bianco
Ed è qui che entra in scena un’immagine particolarmente significativa. Tra gli elaborati dell’esecutivo c’è AR60 – Fotoinserimenti, datato ottobre 2024. Non è più il rendering iniziale del PINQuA. È una rappresentazione del progetto ormai arrivato alla fase esecutiva, inserito dentro una fotografia reale della città.
In primo piano ci sono le Mura. Dietro compare il nuovo edificio. Ancora dietro, i tetti e le torri del centro storico.

La geometria è ormai molto più vicina a quella che vediamo oggi: il volume è lungo, su tre livelli, la copertura è sostanzialmente piana e il fronte è molto più regolare rispetto al progetto del 2021. Ma cambia radicalmente l’immagine dell’edificio.
Nel fotoinserimento dell’ottobre 2024 il corpo principale è chiaro, praticamente bianco, scandito da cornici e dettagli color ruggine. Una porzione verso l’edificio storico viene rappresentata con un rivestimento bruno-terroso.
Oggi, invece, l’intero grande volume appare giallo ocra. Il confronto è particolarmente evidente perché nello stesso fotoinserimento del 2024, all’estremità del complesso, compare già un edificio preesistente giallo, quello che ospita l’università: il nuovo corpo veniva invece distinto cromaticamente da quello storico.
Dal rosa al bianco, fino al giallo di oggi
La sequenza delle immagini racconta quindi almeno tre momenti differenti. Nel 2021 il PINQuA viene rappresentato attraverso un edificio rosa-terra, articolato da logge e aperture. Nell’ottobre 2024 il fotoinserimento dell’esecutivo mostra una costruzione dalla geometria ormai molto vicina a quella attuale, ma con una grande facciata chiara e dettagli ruggine. Nel settembre 2026 l’edificio che sta uscendo dal cantiere appare invece come un grande volume giallo ocra.
Questo non significa che il palazzo costruito sia difforme dal progetto approvato.
L’AR60 disponibile è infatti una revisione dell’ottobre 2024 e il progetto esecutivo ha attraversato ulteriori revisioni prima della validazione e dell’approvazione definitiva nell’aprile 2025. Inoltre non è stato possibile reperire l’elaborato specificamente dedicato ai colori e ai materiali della facciata.
Il confronto consente però di affermare un dato: l’immagine con cui l’opera è stata rappresentata nelle diverse fasi progettuali è cambiata sensibilmente prima di arrivare al risultato che oggi vedono i grossetani.
Aureli: «Un macroscopico aumento di volumetria»
È soprattutto sull’impatto della nuova costruzione che interviene l’architetto Roberto Aureli. «Dopo la Camera di commercio, il Cosimini, il mercato coperto, non soddisfatti, abbiamo partorito in centro storico l’ultimo esempio di architettura moderna», scrive.
Aureli contesta anche l’idea che il nuovo edificio sia sostanzialmente equivalente al precedente e invita a documentarsi su quello che definisce un «macroscopico aumento di volumetria», ponendo anche una questione più generale: quale precedente può rappresentare un intervento del genere per i proprietari degli immobili del centro storico e per la tutela dello skyline della città?
Dalle sole fotografie non è possibile verificare tecnicamente l’affermazione sull’aumento di volume, che richiederebbe il confronto tra i dati metrici delle due costruzioni. È però evidente la diversa presenza visiva del nuovo edificio rispetto al precedente.
Rusci: «Un’occasione persa»
Ancora più duro è Simone Rusci, architetto e urbanista e presidente del Parco regionale della Maremma. «Tornando da un giro a Vienna, questo edificio, costruito con soldi pubblici, mi sembra ancora più brutto», scrive. Poi il giudizio diventa tranchant: «Un’occasione persa, un monumento alla sciatteria, all’ignoranza e all’incapacità».
Anche Paolo Mazzetti, ex presidente dell’Ordine dei commercialisti, parte dal confronto fotografico.
«Prima il contesto traspirava, oggi il nuovo blocco domina la scena. La differenza di ingombro parla da sola. Confrontando le due immagini, la variazione di altezze, proporzioni e presenza visiva rispetto all’edificio demolito è netta».
Ceccherini: «Il vecchio edificio non aveva alcun valore»
A difendere l’intervento è il vicesindaco Bruno Ceccherini, che parte proprio da ciò che c’era prima. «Il manufatto di prima non aveva alcun valore dal punto di vista storico né architettonico, per di più non era assolutamente restaurabile visti i materiali vetusti e scadenti».
Poi richiama la finalità sociale dell’opera: «Ora abbiamo 20 appartamenti per giovani coppie per cercare di rivitalizzare il centro».
Ed è un punto che trova riscontro nella filosofia originaria del PINQuA: il progetto nasce precisamente per utilizzare la nuova residenzialità come strumento per contrastare lo spopolamento del centro storico. Ceccherini risponde infine direttamente alle critiche: «Poi ci sono quelli bravi che non so perché non si fanno votare per mettere a disposizione di Grosseto tutto il proprio talento».
Falconi: «Io lì avrei riportato gli uffici comunali»
C’è però un altro modo di leggere la vicenda, che prescinde completamente dall’estetica del nuovo edificio. A proporlo è Federica Falconi, titolare della libreria Mondadori di corso Carducci.
Falconi non contesta la necessità di realizzare abitazioni nel centro storico. Si domanda piuttosto se un immobile pubblico di quelle dimensioni e in quella posizione non rappresentasse un’occasione irripetibile per concentrare nel centro gli uffici e i servizi comunali oggi distribuiti in più sedi.
Un grande polo comunale, sostiene, avrebbe portato quotidianamente dentro le Mura dipendenti, cittadini, professionisti e utenti, con una ricaduta anche sulle attività economiche: bar, ristoranti e negozi. È quasi il rovesciamento della filosofia PINQuA.
Il progetto sceglie di riabitare il centro, riportandovi famiglie. Falconi propone di riportarvi funzioni, facendo entrare ogni giorno nel cuore della città un numero molto maggiore di persone.
Due strategie diverse per rispondere allo stesso problema: come far tornare vivo il centro storico.
Il punto non è soltanto se il palazzo sia bello o brutto
Ed è probabilmente qui che la polemica di questi giorni diventa qualcosa di più della discussione sul colore di una facciata. Il vecchio edificio era stato giudicato dallo stesso progetto «incongruo nel tessuto edilizio del centro storico». Quello nuovo avrebbe dovuto seguire regole compositive e materiali «più aderenti ai valori delle preesistenze contigue». E la sua collocazione davanti al Cassero e al Bastione Fortezza era stata espressamente considerata fin dall’origine.
È quindi sulla capacità del nuovo edificio di raggiungere proprio quell’obiettivo che oggi si concentra inevitabilmente la discussione. Non spetta a un articolo stabilire se l’architettura sia bella o brutta. Né le immagini disponibili permettono di sostenere che quanto realizzato sia difforme dal progetto esecutivo definitivamente approvato.
Ma una domanda rimane. Se l’obiettivo dichiarato era sostituire un edificio considerato incongruo con uno maggiormente aderente ai valori del centro storico, il risultato che oggi appare davanti alle Mura e al Cassero ha raggiunto quell’obiettivo?
A giudicare dalla polemica esplosa in città, Grosseto ha appena cominciato a discuterne.
E poi ci sono le strade
C’è infine un altro effetto del grande cantiere di via Saffi che comincia a essere ben visibile e riguarda le strade del centro storico attraversate per mesi dai mezzi pesanti diretti all’area dei lavori. Il percorso utilizzato dai camion ha interessato in particolare via Mazzini, via Saffi e la passerella di Campo Amiata, strade che per caratteristiche, pavimentazione e collocazione certamente non sono nate per sopportare un passaggio continuo di mezzi da cantiere.
Oggi lungo questo itinerario le pietre presentano numerose rotture, avvallamenti e cedimenti, con buche e diversi elementi della pavimentazione che risultano smossi. Non è possibile stabilire, senza una verifica tecnica, un rapporto diretto di causa ed effetto tra ogni singolo danneggiamento e il transito dei camion del cantiere PINQuA, ma è altrettanto evidente che il passaggio ripetuto di mezzi pesanti rappresenta una sollecitazione particolarmente importante per una pavimentazione del centro storico.
LE FOTO
La questione, quindi, potrebbe non terminare con la conclusione del nuovo edificio. La speranza è che il Comune, una volta terminata la fase più pesante del cantiere, verifichi puntualmente le condizioni dell’intero percorso utilizzato dai mezzi e concordi con le imprese coinvolte gli eventuali interventi necessari per ripristinare le pavimentazioni danneggiate.
Perché l’intervento di via Saffi nasce come progetto di rigenerazione del centro storico. E proprio per questo sarebbe difficile immaginare di consegnare alla città un edificio completamente nuovo lasciandosi alle spalle strade storiche piene di buche, pietre rotte e pavimentazioni sconnesse.





