CAPALBIO. Basta allargare un cerchio sulla carta da 5 a 10 chilometri e quello che sembrava un impatto limitato cambia completamente faccia. Aumentano gli impianti, aumentano le dimensioni complessive delle aree interessate e appare con maggiore evidenza quella concentrazione di progetti energetici che dalla Maremma meridionale arriva fino alla Tuscia.
È proprio quel cerchio uno dei punti sui quali MaremmaViva ETS richiama l’attenzione, dopo l’articolo pubblicato da MaremmaOggi sul progetto agrivoltaico “Capalbio” e, soprattutto, sulla trasformazione che sta interessando l’area compresa fra Capalbio e il confine con il Lazio.
Il Comitato, presieduto da Francesco Rosi, parte dalla decisione con cui il 31 agosto la Giunta regionale ha espresso giudizio negativo di compatibilità ambientale sul progetto, ma sposta subito il ragionamento molto più avanti.
Perché, sostiene MaremmaViva, ormai il problema non è più stabilire se un singolo impianto sia accettabile oppure no. La domanda è un’altra: quale Maremma vogliamo avere fra venti o trent’anni?
«Non basta più valutare un progetto alla volta»
«L’articolo pubblicato da MaremmaOggi sul caso dell’impianto agrivoltaico “Capalbio” – scrive il Comitato – ha il merito di restituire alla questione delle rinnovabili nell’area compresa tra Capalbio e il confine laziale la sua reale dimensione».
Non quella, cioè, di un singolo progetto, ma di «una trasformazione territoriale d’insieme».
MaremmaViva aveva presentato proprie osservazioni nel procedimento relativo all’impianto, sostenendo la posizione del Comune di Capalbio e ponendo, fra le altre, tre questioni: la compatibilità con il PIT-PPR della Toscana, l’effettiva natura agrivoltaica del progetto e gli impatti cumulativi provocati dalla concentrazione crescente di impianti nell’area vasta fra Capalbio, Manciano, Montalto di Castro e la Tuscia.
Ed è proprio sugli impatti cumulativi che emerge uno degli elementi più interessanti.
Il caso del cerchio: a 5 chilometri l’impatto è basso, a 10 cambia lo scenario
Nell’istruttoria, ricorda MaremmaViva, l’analisi iniziale degli effetti cumulativi era stata effettuata considerando un raggio di 5 chilometri. Il risultato indicava un impatto basso e, in alcuni scenari, addirittura trascurabile.
La Regione ha però considerato quel perimetro insufficiente e ha chiesto di portarlo a 10 chilometri.
A quel punto il quadro è cambiato.
Sono cresciuti significativamente il numero e le dimensioni degli impianti censiti ed è emersa con maggiore evidenza la concentrazione verso est, in direzione di Montalto di Castro.
Per il Comitato è la dimostrazione di un problema metodologico enorme: chi deve stabilire il perimetro entro il quale misurare l’impatto complessivo?
Se quel confine viene definito dal proponente, sostiene MaremmaViva, il rischio è che la saturazione territoriale resti semplicemente fuori dal cerchio preso in considerazione.
«Se la misura dell’impatto dipende dal raggio – sintetizza il Comitato – allora il raggio non può essere una variabile di parte».
Da Capalbio a Montalto, il paesaggio non si ferma al confine regionale
C’è poi un secondo punto che supera persino i confini della Toscana.
Negli atti della Conferenza di servizi, sottolinea MaremmaViva, Capalbio e Montalto di Castro vengono considerati come parti di una stessa unità ecologica e paesaggistica, il sistema rurale della Maremma.
Negli atti si arriva a parlare, secondo quanto riportato dal Comitato, di «distretto territoriale saturo» e di un «effetto somma non più tollerabile».
Una definizione che porta direttamente a un’altra conclusione: per valutare davvero gli effetti cumulativi degli impianti non ci si può fermare al confine di un Comune, di una provincia e nemmeno di una Regione.
Un aerogeneratore, un campo fotovoltaico, una stazione elettrica o un elettrodotto non spariscono dal paesaggio perché pochi metri più avanti cambia l’amministrazione competente.
MaremmaViva: «Prima si pianifica, poi arrivano i progetti»
È qui che la posizione del Comitato diventa ancora più netta.
MaremmaViva non chiede di fermare le energie rinnovabili. Contesta invece quello che considera un rovesciamento della logica con cui dovrebbe essere gestita la transizione energetica.
La pianificazione, secondo il Comitato, dovrebbe stabilire prima quali territori e quali superfici siano maggiormente adatti a ospitare gli impianti. Solo successivamente dovrebbero arrivare i progetti.
Invece, sostiene MaremmaViva, sta accadendo l’opposto: arrivano le proposte degli operatori, successivamente si verifica se il territorio sia in grado di sopportarle e infine si adegua progressivamente anche la rete elettrica alle richieste di connessione.
Il Comitato richiama a questo proposito la normativa nazionale sulle aree idonee, che indica come prioritarie superfici già edificate o impermeabilizzate, aree industriali e di servizio, insieme alla necessità di tutelare paesaggio e terreni agricoli.
«Il paesaggio non è il giardino di qualcuno»
MaremmaViva respinge anche la contrapposizione fra chi sostiene le energie rinnovabili e chi viene accusato di voler semplicemente difendere il proprio territorio da qualsiasi cambiamento.
«Il paesaggio, e con esso l’habitat naturale, non è il giardino di qualcuno – scrive il Comitato – è un bene collettivo».
E per Capalbio il tema assume un peso particolare.
Il PIT-PPR della Regione Toscana, ricorda MaremmaViva, individua nella Bassa Maremma un sistema caratterizzato da paesaggi agricoli tradizionali, aree umide, sistemi costieri e lagunari, boschi, agroecosistemi e testimonianze storico-insediative. Per la pianura e le colline capalbiesi vengono indicati valori da preservare, limitando l’artificializzazione e mantenendo la continuità del paesaggio agricolo.
Vincoli che per anni hanno condizionato – e protetto – l’attività di cittadini e imprese.
Per questo, sostiene il Comitato, quelle stesse regole non possono diventare improvvisamente secondarie quando arriva un grande investimento energetico.
Le sentenze della Consulta: «Nessun interesse può cancellare tutti gli altri»
Nella lettera vengono richiamate anche due recentissime decisioni della Corte costituzionale.
Secondo la ricostruzione di MaremmaViva, con la sentenza 127 del 2026 la Consulta ha riconosciuto che anche il paesaggio agrario rientra nella tutela costituzionale e che l’interesse alla produzione di energia rinnovabile non può essere considerato sempre e automaticamente prevalente sulla tutela del paesaggio e delle coltivazioni.
Con la sentenza 144 del 2026, invece, la Corte ha bocciato una moratoria regionale sui procedimenti autorizzativi, chiarendo che un’area non classificata come idonea non diventa automaticamente vietata agli impianti.
Per il Comitato le due decisioni, lette insieme, indicano la strada: niente blocchi generalizzati alle rinnovabili, ma nemmeno un via libera automatico. Ogni progetto deve essere valutato realmente, tenendo conto anche dell’area vasta e degli effetti che si sommano a quelli degli altri interventi.
«Nelle aree industriali un modello, nei territori rurali un altro»
MaremmaViva propone quindi una transizione energetica capace di distinguere territori profondamente diversi.
In una grande zona industriale ed energivora, sostiene il Comitato, può avere senso concentrare maggiormente la produzione: ci sono capannoni, parcheggi, superfici già impermeabilizzate, infrastrutture e soprattutto consumi elevati.
In una realtà rurale e paesaggistica come Capalbio, invece, il modello dovrebbe puntare maggiormente su fotovoltaico sulle coperture, autoconsumo, produzione diffusa e impianti proporzionati alle caratteristiche dei luoghi.
Il Comune ha già avviato, ricorda MaremmaViva, il percorso per la costituzione di una Comunità energetica rinnovabile.
Non significa, sottolinea il Comitato, che la Maremma possa sottrarsi agli obiettivi della decarbonizzazione. Significa decidere come debba contribuire.
C’è anche l’effetto della rete: cabine, elettrodotti e nuove infrastrutture
Poi c’è una questione spesso meno visibile dei pannelli e delle pale: la rete elettrica.
Un grande impianto non porta infatti soltanto pannelli fotovoltaici o aerogeneratori. Servono cabine, stazioni elettriche, cavidotti, elettrodotti, viabilità e opere per la connessione.
E MaremmaViva pone un interrogativo cruciale: cosa accade quando un territorio con consumi elettrici relativamente bassi concentra un numero crescente di richieste di connessione?
Occorre potenziare la rete. Ma una rete più potente e capace di ricevere nuova produzione può, a sua volta, rendere quella stessa zona ancora più appetibile per ulteriori progetti.
Un meccanismo che, secondo il Comitato, dovrebbe essere governato prima e non semplicemente registrato quando è già in corso.
L’altro fronte sono le pale alte più di 200 metri
Il ragionamento viene esteso anche ai grandi impianti eolici, soprattutto quando vengono proposti aerogeneratori con altezze superiori ai 200 metri.
In questi casi, sostiene MaremmaViva, non dovrebbe bastare dichiarare la potenza nominale.
Per valutare correttamente il rapporto fra beneficio energetico e sacrificio territoriale servirebbero dati sulla produzione realmente attesa, sul capacity factor, sulla qualità della risorsa eolica, sulle misurazioni anemometriche e sulle eventuali limitazioni determinate dalle prescrizioni ambientali.
Più cresce l’impatto dell’opera, insomma, più dovrebbe essere rigorosa la dimostrazione del beneficio che quell’opera produrrà davvero.
«La domanda è quale Maremma vogliamo fra venti o trent’anni»
Ed è nelle conclusioni che la risposta di MaremmaViva all’articolo di MaremmaOggi diventa una questione politica e territoriale molto più ampia del progetto bocciato a Capalbio.
Il problema non è stabilire quanti altri pannelli o quante altre pale possano ancora trovare fisicamente posto nelle campagne.
Il problema è decidere quale trasformazione complessiva della Maremma si voglia programmare nei prossimi venti o trent’anni.
«La transizione energetica non deve essere fermata. Deve essere governata», scrive il Comitato.
Prima, quindi, la pianificazione del territorio e della rete, poi le localizzazioni. Prima le superfici già trasformate e le aree industriali, poi l’eventuale nuovo consumo di suolo. Prima la valutazione del fabbisogno, della produzione effettiva e delle alternative, poi il sacrificio paesaggistico.
La posizione di MaremmaViva si chiude così: «Non chiediamo meno rinnovabili. Chiediamo rinnovabili nei luoghi giusti, con dimensioni proporzionate e con benefici energetici realmente dimostrati».
È questa, per il Comitato, la linea che separa una transizione energetica subita dalla Maremma da una transizione realmente pianificata.




