ORBETELLO. Il mondo Giacomo Fe lo ha girato davvero. Fotografo, reporter di viaggio e social media manager, ha trasformato la curiosità per luoghi e persone in un mestiere, visitando 42 Paesi, realizzando quasi cento assignment e collaborando con riviste e realtà legate al turismo e al mondo dei viaggi. Eppure c’è un posto al quale continua a guardare in maniera diversa da tutti gli altri: Orbetello.
Nel 2024 gli è stata assegnata l’Anguilla d’Oro, il riconoscimento della Pro Loco Lagunare agli orbetellani che si sono distinti portando il nome della città oltre i confini del territorio. In quell’occasione Fe spiegò con poche parole il rapporto con le proprie origini: «Il mondo è tutto bellissimo, ma con Orbetello ho un legame particolare: è casa mia».
È proprio da questo legame che nasce adesso una lunga riflessione sul futuro della Laguna di Orbetello, costruita mettendo insieme studi scientifici, dati e documenti pubblici. Fe non si presenta come uno scienziato e non pretende di indicare una ricetta miracolosa. Ma pone una questione politica e amministrativa precisa.
«Da orbetellano credo che uno dei segnali più importanti che dovrà dare la prossima amministrazione sarà un cambiamento nella gestione della Laguna».
Perché, sostiene, tutto il resto parte da lì. «Senza una Laguna sana, qualità della vita, sviluppo del territorio, rilancio della pesca e perfino parlare seriamente di turismo rischiano, per me, di rimanere soltanto chiacchiere».
Le grandi crisi della Laguna vengono da lontano
Fe usa un’espressione molto dura, parlando della Laguna come della storia di «una morte annunciata e perseguita». Ma, prima di arrivare alle proprie considerazioni, sceglie di partire da ciò che raccontano gli studi.
Le crisi anossiche non sono infatti un fenomeno recente. La letteratura scientifica ricorda episodi ricorrenti fin dagli anni Sessanta e quattro grandi morie nel 1986, 1992, 1993 e 2015. Poi è arrivata l’estate del 2024, con una delle crisi più drammatiche vissute dall’ecosistema lagunare.
E proprio quanto accadde dopo le emergenze dei primi anni Novanta rappresenta, secondo Fe, un precedente sul quale riflettere.
Tra il 1994 e il 1996 furono infatti realizzati interventi che agirono contemporaneamente su più fronti: raccolta delle macroalghe, eliminazione degli scarichi reflui e sistema dei canali a mare. Nel 2001 uno studio registrò un chiaro recupero delle comunità bentoniche, pur evidenziando la permanenza di alcuni elementi di disturbo.
Il punto, per Fe, è proprio questo: capire cosa abbia funzionato allora, cosa sia cambiato successivamente e quali strumenti possano essere utilizzati oggi per evitare che la Laguna continui a oscillare tra normalità ed emergenza.
Il nodo del ricambio dell’acqua
Uno dei temi centrali della sua riflessione riguarda il ricambio idrico. Fe richiama uno studio del 2019 sulla circolazione della Laguna secondo il quale nel 1907, quando erano attivi Fibbia, Nassa, Ansedonia e Santa Liberata, entravano circa 540mila metri cubi d’acqua ogni 12 ore. Nella configurazione del 2016 la stima scende invece a circa 340mila metri cubi.
Una differenza che porta gli autori dello studio a indicare una riduzione dello scambio prossima al 40%.
Ed è partendo da questi numeri che Fe pone una serie di domande: quanta acqua entra realmente oggi durante il pompaggio? Quanta ne esce? Quanto incidono griglie, paratoie e altre strutture? E soprattutto: le pompe vengono governate incrociando in tempo reale dati come marea, vento, livello dell’acqua e concentrazione di ossigeno?
Non sono domande che Fe trasforma automaticamente in accuse. La questione che pone è un’altra: capire se sia possibile anticipare una crisi, intervenendo quando i parametri cominciano a segnalare il rischio anziché quando l’anossia si è ormai estesa.
Alghe e fondali, la domanda sui risultati
C’è poi la grande questione delle alghe e della biomassa. Da anni nella Laguna vengono utilizzate strategie che prevedono anche la frammentazione dei banchi algali e la risospensione del materiale organico. Secondo Fe, dopo un periodo così lungo sarebbe però necessario mettere in fila i risultati e misurarli.
Quanto è diminuita l’eutrofizzazione? Come è cambiato il carico organico accumulato sui fondali? Quali effetti ha avuto nel tempo questa strategia sulla qualità dell’acqua?
Da qui nasce la proposta di tornare a valutare anche una maggiore rimozione fisica della biomassa algale, eventualmente affiancandola a sistemi capaci di valorizzare il materiale recuperato.
Il principio indicato da Fe è quello di sottrarre al sistema una parte della materia organica e dei nutrienti, anziché lasciarli continuare a circolare all’interno dell’ecosistema lagunare.
Gli studi ci sono: «Adesso devono servire per decidere»
A sostegno del proprio ragionamento Fe richiama il lavoro di numerosi studiosi che, in epoche differenti, si sono occupati della Laguna di Orbetello.
Tra questi Lorenzo Cappietti, professore associato di Costruzioni idrauliche e marittime dell’Università di Firenze e direttore del Labima, e Irene Simonetti, ricercatrice dello stesso ateneo, impegnati negli studi sulla circolazione e sul rinnovo dell’acqua.
Richiama inoltre i lavori di Amanda Zannella e Claudio Lubello sull’idrodinamica, sui tempi di trasporto e sulla temperatura dell’acqua, e quelli di Claudio Lardicci, Serena Como, Stefania Corti e Francesca Rossi sul recupero delle comunità bentoniche dopo gli interventi degli anni Novanta.
Un patrimonio di studi che, secondo Fe, non dovrebbe rimanere confinato alla letteratura scientifica, ma diventare uno degli strumenti sui quali costruire le decisioni sulla gestione della Laguna.
«Bisogna prevenire le crisi, non inseguirle»
Alla fine il ragionamento torna al punto dal quale era partito. Giacomo Fe non sostiene di possedere la soluzione definitiva a un problema complesso come quello della Laguna. Chiede però che quanto è stato studiato e imparato negli ultimi decenni venga trasformato in scelte verificabili, misurabili e soprattutto preventive.
«Ricambio più efficiente, canali funzionali, pompaggio governato dai dati, riduzione dei nutrienti, maggiore rimozione e valorizzazione della biomassa e soprattutto prevenzione delle crisi».
È questa la direzione che propone di discutere. Perché la Laguna non è soltanto una questione ambientale. È pesca, turismo, economia, paesaggio, qualità della vita e identità di Orbetello.
E forse non è casuale che a sollevare il tema sia qualcuno che ha trascorso una parte importante della propria vita professionale guardando luoghi lontani attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Dopo 42 Paesi, Fe torna a mettere a fuoco quello che considera il paesaggio più importante: quello di casa.
Con una richiesta molto semplice: non aspettare la prossima emergenza per occuparsi della Laguna.





