Sara Restante sul caso “mongolo”: «Mia figlia ha la trisomia 21» | MaremmaOggi Skip to content

«Mia figlia ha la trisomia 21, non è “mongola”: è italiana». La lezione di Sara Restante

La presidente di AIPD Grosseto interviene sul caso della pubblicità della palestra: «Prima ho chiesto direttamente di correggere il post, poi mi sono rivolta al Garante. Il titolare ha avuto il coraggio di scusarsi, ora trasformiamo quell’errore in consapevolezza»
Il post della palestra e Sara Restante con la figlia
Il post della palestra e Sara Restante con la figlia

GROSSETO. «Mia figlia è una persona con trisomia 21. Non “mongola”, ma italiana». In fondo è tutta qui, in una frase che non ha bisogno di molte spiegazioni, la posizione di Sara Restante, presidente di Aipd Grosseto e consigliera nazionale dell’Associazione italiana persone Down, sulla polemica nata dalla pubblicità di una palestra grossetana.

Una vicenda cominciata con un post promozionale nel quale compariva la parola «mongolo» utilizzata con un’accezione negativa, proseguita con l’intervento del Garante della disabilità del Comune di Grosseto Diego Montani e poi con le scuse del titolare della palestra, la rimozione del contenuto e la successiva presa di posizione della sua legale.

Adesso Restante interviene nella discussione e lo fa da una posizione particolare: come presidente dell’associazione, come consigliera nazionale AIPD e, prima ancora, come madre di una ragazza con trisomia 21. E aggiunge un elemento importante alla ricostruzione di quanto accaduto.

«Prima ho chiesto direttamente di correggere il post»

Uno dei punti sollevati dall’avvocata della palestra riguardava infatti il metodo seguito dal Garante. Secondo la legale sarebbe stata preferibile un’interlocuzione diretta e riservata prima dell’esposizione pubblica della vicenda.

Restante racconta però che quel tentativo ci sarebbe stato prima della segnalazione a Montani.

«Parto da una cosa molto semplice – dice –: ho chiesto direttamente di correggere quel post e, non essendo stato fatto, ho ritenuto doveroso segnalarlo al Garante della disabilità Diego Montani. Non è stata quindi la mia prima scelta “pubblicizzare” la vicenda, ma chiedere che venisse corretto un contenuto che ritenevo offensivo».

Un passaggio che introduce un elemento nuovo nel dibattito e che Restante accompagna immediatamente con una precisazione: non attribuisce al titolare della palestra una volontà discriminatoria.

«Sono convinta che il titolare non avesse alcuna intenzione di offendere le persone con sindrome di Down – dice –. Credo che abbia utilizzato quella parola come fanno purtroppo ancora moltissime persone: senza conoscerne davvero il significato e soprattutto la sua origine».

«Il significato è stato dimenticato, non il peso della parola»

È qui che, secondo la presidente di AIPD Grosseto, si trova il vero centro della discussione. Nel video con il quale il titolare della palestra si è scusato si parla della perdita del significato originario della parola. Per Restante è proprio questo il problema.

«Quella parola, nel linguaggio comune, è stata progressivamente utilizzata come insulto, fino a far dimenticare a molti da dove provenga e quale storia abbia alle spalle. Ma il fatto che il significato originario sia stato dimenticato non significa che la parola abbia perso anche il suo peso».

Per questo, sostiene, la vicenda avrebbe potuto chiudersi semplicemente con il riconoscimento dell’errore e la correzione del post.

Non per mettere un’etichetta su chi lo aveva pubblicato, né per accusarlo di discriminare le persone con sindrome di Down, ma per trasformare un errore in «un passo di consapevolezza».

«Il problema non è decidere se il titolare sia una brava o una cattiva persona»

Restante allarga quindi il ragionamento alle reazioni che hanno accompagnato la polemica. Ed è proprio ciò che è successo dopo la pubblicazione del post ad averla colpita maggiormente.

«Alcuni dei commenti successivi sono stati, a mio parere, persino più problematici dell’errore iniziale del titolare».

Perché il confronto, secondo la presidente AIPD, si sarebbe concentrato sull’intenzione di chi usa determinate parole, sull’ironia, sulle abitudini linguistiche e sul fatto che certe espressioni siano state utilizzate per decenni senza interrogarsi sul loro significato.

Ma la domanda, per Restante, dovrebbe essere un’altra. «Il problema non è stabilire se il titolare sia una brava o una cattiva persona. Il problema è capire perché una parola che identifica una condizione legata alla sindrome di Down sia diventata, nel linguaggio comune, un sinonimo di incapacità, stupidità o ridicolo».

Ed è su questo che la presidente di AIPD non lascia spazio ad ambiguità.

«Non va usata come insulto. Nemmeno tra amici al bar»

«“Mongolo” non dovrebbe essere utilizzato come insulto o come sinonimo di incapace, stupido o ridicolo. Nemmeno “tra amici al bar” – dice –. È un intercalare che io sento continuamente e che considero offensivo, anche quando chi lo pronuncia non ha alcuna intenzione di riferirsi a una persona con trisomia 21».

Una distinzione, aggiunge, è necessaria: utilizzare il termine per indicare una persona della Mongolia è una cosa, trasformarlo in un giudizio negativo su qualcuno è tutt’altro.

Restante mette quindi questa parola accanto ad altre espressioni che nel corso degli anni sono state utilizzate per trasformare caratteristiche fisiche, condizioni personali, provenienza o orientamento sessuale in insulti.

La domanda che pone è semplice: perché in questo caso dovrebbe essere diverso?

«Anch’io da ragazza ho fatto bullismo»

Poi c’è un passaggio molto personale. Restante non si mette fuori dal problema e non divide il mondo tra chi ha sempre utilizzato le parole giuste e chi invece deve imparare a farlo.

«Lo dico anche assumendomi una parte di responsabilità personale: sono stata anch’io, da ragazza, una persona che ha fatto del bullismo e oggi ne sono profondamente pentita. Proprio per questo so quanto sia importante imparare a guardare le parole e i comportamenti con gli occhi di chi li subisce».

È anche da questa esperienza che nasce la convinzione che il linguaggio possa e debba cambiare insieme alla società. «Il “percepito” è cambiato. E dobbiamo essere capaci di cambiare anche noi».

La critica alla lettera dell’avvocata

Restante affronta poi direttamente l’ultimo capitolo della vicenda, quello aperto dalla presa di posizione della legale della palestra. E qui la sua posizione è critica.

«Trovo fuori luogo la lettera dell’avvocata della palestra, soprattutto perché mi sembra che abbia spostato il focus dalla questione sostanziale, cioè l’utilizzo di una parola che non dovrebbe essere usata come insulto, alla modalità con cui la vicenda è stata affrontata».

Restante comprende la necessità di un professionista di tutelare il proprio assistito, ma ritiene che sarebbe stato più utile partire proprio da ciò che il titolare della palestra aveva già fatto: riconoscere l’errore, scusarsi e rimuovere il post.

Tre azioni che, secondo lei, potevano diventare il punto di partenza di una riflessione collettiva. «Non credo che nessuno abbia bisogno di essere messo alla gogna. Ma nemmeno credo che chi solleva una questione di discriminazione debba essere messo sotto accusa per averla sollevata».

«Il titolare ha avuto il coraggio di chiedere scusa»

Restante non vuole che la vicenda diventi l’ennesimo scontro tra due schieramenti e riconosce apertamente un merito al titolare della palestra.

«Non considero questa vicenda una “caccia alle streghe” e nemmeno un attacco al titolare o alla palestra. Al contrario, credo che il titolare abbia avuto il coraggio di chiedere scusa e che da questa vicenda possa nascere qualcosa di positivo, se la usiamo per aumentare la consapevolezza».

Ma proprio sul video con il quale sono arrivate quelle scuse, la presidente di AIPD Grosseto aggiunge una riflessione.

«A me, sinceramente, è sembrato che partisse già con un atteggiamento che non aiuta il confronto. Quel sospiro iniziale, quel “davvero devo spiegare?”, restituisce immediatamente la sensazione di qualcuno che si sente chiamato a giustificarsi più che di qualcuno che ha compreso fino in fondo perché quella parola possa aver ferito».

Restante ribadisce di non mettere in dubbio né la sincerità delle scuse né l’assenza di un’intenzione discriminatoria all’origine della pubblicità. Ma introduce una distinzione.

«Chiedere scusa e spiegare le proprie ragioni sono due cose diverse. E, soprattutto, le scuse dovrebbero rimanere tali senza trasformarsi in un processo a chi ha sollevato la questione».

«Essere una palestra inclusiva non risponde alla questione che abbiamo sollevato»

C’è poi un altro passaggio del video sul quale Sara Restante vuole soffermarsi. Nel tentativo di dimostrare quanto la palestra sia una realtà aperta e inclusiva, viene data voce anche a una persona con disabilità fisica che frequenta la palestra.

Una testimonianza che Restante non mette affatto in discussione e della quale riconosce il valore. Ma che, secondo la presidente di AIPD Grosseto, non risponde alla specifica questione dalla quale è nata la polemica. «Ben venga, naturalmente, ogni esperienza di inclusione. Ma in questa vicenda il punto non è la disabilità in generale. Il punto è la disabilità intellettiva e, nello specifico, la sindrome di Down».

È una distinzione che Restante considera fondamentale. La testimonianza di una persona con una disabilità fisica può certamente raccontare quanto un ambiente sia capace di accogliere e includere, ma non può diventare, secondo la presidente di AIPD, la risposta a una contestazione che riguarda l’utilizzo come insulto di una parola storicamente associata alle persone con sindrome di Down. «Sono piani diversi», dice.

Ed è proprio sovrapponendo quei due piani che, secondo Restante, si rischia di allontanarsi ancora una volta dal cuore della discussione.

«Invece di fermarsi a riflettere sul perché quella parola sia diventata un’offesa e sul perché una madre, un’associazione e un Garante abbiano ritenuto necessario intervenire, si finisce per raccontare quanto la palestra sia inclusiva, quanto sia stata fraintesa, quanto siano stati eccessivi i giornalisti o quanto sia stato inopportuno l’intervento del Garante».

«Così si rischia di capovolgere i ruoli»

Ed è a questo punto che Restante individua quello che considera il rischio maggiore di tutta la discussione nata dopo la pubblicazione di quel post: che il caso finisca per essere raccontato al contrario.

«Quasi senza accorgercene, i ruoli si capovolgono. Chi ha usato una parola sbagliata diventa la persona che deve difendersi, mentre chi ha sollevato il problema sembra diventare il “cattivo” della storia». Ma non è questa, insiste, la contrapposizione che vuole alimentare.

Anzi. «Io non credo che debba andare così. Non c’è bisogno di trovare un colpevole».

Ed è una frase importante, perché riporta anche la critica al video dentro il senso generale dell’intervento di Restante: non dimostrare che il titolare della palestra sia discriminatorio, né negare il lavoro inclusivo svolto dalla struttura, ma riconoscere che una parola è stata utilizzata in modo sbagliato e capire perché quell’utilizzo abbia provocato una reazione.

«C’è bisogno di riconoscere un errore, comprenderne il motivo e trasformarlo in un’occasione di consapevolezza. E questo sarebbe stato, secondo me, il significato più bello e più autentico di quelle scuse».

«I giornalisti hanno raccontato una vicenda pubblica»

Secondo Restante, nel corso del video il baricentro della discussione finisce infatti per spostarsi.

«Il tema viene progressivamente spostato: dalle parole utilizzate nel post alle reazioni che quelle parole hanno provocato, dai giornalisti che ne hanno dato notizia al Garante che è intervenuto, fino a chi ha sollevato pubblicamente il problema. E questo, a mio avviso, è un peccato».

La presidente di AIPD Grosseto interviene quindi anche sulle critiche rivolte all’informazione locale che ha raccontato il caso.

«I giornalisti online del territorio hanno semplicemente dato rilievo a una comunicazione che era stata pubblicata e che, evidentemente, aveva suscitato una contestazione. Non trovo corretto trasformare chi racconta una vicenda in parte del problema, soprattutto quando il contenuto iniziale era effettivamente discutibile».

«Non è censura. È scegliere le parole che lasceremo ai nostri figli»

Alla fine il discorso torna là dove era cominciato: a sua figlia. Ed è probabilmente il passaggio più potente dell’intervento.

«Io vorrei un mondo migliore per mia figlia e per tutti i ragazzi e le ragazze con trisomia 21. E credo che questo mondo migliore si costruisca anche attraverso cose apparentemente piccole: una parola che scegliamo di non usare, una battuta che decidiamo di non fare, un errore che abbiamo il coraggio di riconoscere e correggere».

Poi quella frase: «Perché mia figlia è una persona con trisomia 21. Non “mongola” ma italiana».

Per Restante non si tratta di imporre un vocabolario o stabilire dall’alto che cosa si possa o non si possa dire. «Non è una questione di censurare le parole. È una questione di scegliere consapevolmente quali parole vogliamo lasciare alle generazioni future».

E forse, dopo giorni di polemiche su chi avesse ragione, su chi dovesse telefonare a chi e su dove finisca l’ironia e cominci l’offesa, è proprio da questa frase che la discussione può ripartire.

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