SOVANA. Oggi bisogna fare uno sforzo per immaginarla. Bisogna togliere dalla piazza i tavolini, dimenticare per un momento i visitatori che arrivano per le tombe etrusche, lasciare vuote le case di tufo e riportare indietro l’orologio di quasi tre secoli. A quel tempo Sovana stava morendo.
Non era un modo di dire. Quella che era stata una città importante del Medioevo, capitale della contea aldobrandesca, sede vescovile e patria di Ildebrando di Soana, diventato papa Gregorio VII, aveva perso quasi tutti i suoi abitanti. Nel 1702 a Sovana erano censite appena 24 persone. La malaria, insieme alle epidemie e a una crisi economica ormai secolare, aveva trasformato un centro un tempo potente in un luogo quasi abbandonato.
Quando i Lorena arrivarono sul trono del Granducato di Toscana decisero che quella terra non poteva restare vuota. E provarono a riempirla di uomini.
Tra il 1739 e il 1744 furono fatte arrivare nell’area di Sovana circa 1.700 persone provenienti dalla Lorena. Dovevano coltivare i campi, allevare animali, aprire botteghe e, soprattutto, tornare a fare di Sovana una comunità viva. Il progetto fallì in maniera devastante.
La malaria cominciò a colpire i nuovi arrivati quasi subito. Molti morirono, molti altri scapparono. Nel 1746 restavano appena 31 famiglie e quattro anni dopo, nel 1750, soltanto dieci.
È una delle storie più tragiche e meno conosciute della Maremma.
Non fu Pietro Leopoldo a mandarli a Sovana
La memoria popolare ha conservato abbastanza bene la sostanza della vicenda, ma ha finito per attribuirla al granduca sbagliato. Non fu infatti Pietro Leopoldo a ordinare il ripopolamento di Sovana. Quando i primi coloni arrivarono, Pietro Leopoldo non era neppure nato: sarebbe venuto al mondo nel 1747 e sarebbe diventato granduca soltanto nel 1765.
La grande operazione di colonizzazione avvenne invece durante il regno di suo padre, Francesco Stefano di Lorena, diventato granduca di Toscana nel 1737.
Francesco Stefano trascorse pochissimo tempo nel suo nuovo Stato e la Toscana venne amministrata in suo nome da una Reggenza lorenese. Proprio nei primi anni di quel governo prese forma il tentativo di strappare Sovana allo spopolamento. Ed era un’impresa enorme.
Arrivano 1.700 persone dal nord Europa
I numeri riportati negli studi sulle migrazioni in Toscana sono sorprendenti: fra il 1739 e il 1744 circa 1.700 tedeschi provenienti dalla regione della Lorena furono fatti arrivare a più riprese nel territorio. Non erano semplicemente braccianti ingaggiati per qualche stagione. Il progetto prevedeva che quelle persone mettessero radici.
Dovevano diventare agricoltori, allevatori, artigiani. Dovevano sposarsi, avere figli, coltivare terre che da troppo tempo producevano poco proprio perché mancavano le braccia per lavorarle.
Lo Stato cercò quindi di rendere il trasferimento appetibile. Ai coloni furono concessi attrezzi da lavoro e bestiame, strumenti per chi avrebbe avviato una bottega, ma anche pane e denaro quotidiano per affrontare i primi mesi dopo l’arrivo. Sembrava una promessa di vita nuova. Per molti si trasformò invece in una condanna.
La malaria cominciò a uccidere quasi subito
I lorenesi vennero distribuiti fra Sovana e Sorano, nel cuore di un territorio nel quale la malaria rappresentava da secoli una presenza costante.
I nuovi arrivati non avevano alcuna immunità particolare nei confronti della malattia e soprattutto, come tutti nel Settecento, non sapevano che a trasmetterla erano le zanzare Anopheles. Si parlava di aria malsana (mal – aria, infatti), di esalazioni, di luoghi nei quali semplicemente ci si ammalava.
A Sovana accadde immediatamente. La documentazione raccolta dagli studiosi parla di numerose perdite provocate dalla malaria fin dai primi tempi dell’insediamento. Il governo cercò perfino di rimettere in funzione l’ospedale della città per assistere gli ammalati. Non bastò.
La morte cominciò a entrare nelle famiglie e, contemporaneamente, chi riusciva a farlo cominciò ad andarsene.
Una coppia ebbe tredici figli. Ne sopravvisse una sola
Fra le storie tramandate dalla documentazione sulla colonia lorenese ce n’è una che racconta meglio di qualsiasi statistica cosa significasse vivere a Sovana in quegli anni. È quella di Claudio Magrot, uno dei coloni arrivati dalla Lorena. Magrot tentò a un certo punto di abbandonare Sovana, ma venne convinto a tornare grazie alla promessa di nuovi aiuti.
Lui e sua moglie misero al mondo tredici figli. Quando l’uomo morì, di quei tredici ragazzi era ancora viva soltanto una figlia, che aveva quindici anni.
Il caso dei Magrot viene ricordato proprio per la sua drammaticità, ma la mortalità che colpiva le famiglie della colonia era tale da rendere quella storia tutt’altro che incomprensibile nel contesto dell’epoca. La fecondità elevata non riusciva a compensare il numero delle morti.
È forse in una vicenda familiare come questa che i grandi numeri della colonizzazione diventano improvvisamente comprensibili. Dietro quei 1.700 uomini e donne c’erano bambini, madri, padri, famiglie che avevano attraversato l’Europa credendo di trovare una terra sulla quale ricominciare.
Nel 1750 la colonia era praticamente scomparsa
La tradizione orale ha trasformato questa storia in una frase semplice e terribile: «Morirono tutti di malaria». Non accadde esattamente così.
Non morirono tutti i 1.700 coloni e non è possibile attribuire ogni scomparsa alla malaria. Una parte consistente fu falcidiata dalla malattia, mentre altri decisero semplicemente di fuggire da un territorio nel quale la prospettiva di costruire una nuova vita si stava trasformando in qualcosa di completamente diverso.
Ma il risultato demografico non fu molto differente da quello conservato nella memoria popolare. Nel 1746 erano rimaste 31 famiglie. Nel 1750 ne erano rimaste dieci. Il progetto di creare una consistente comunità lorenese nella Maremma del tufo era finito. Chi sopravvisse e rimase finì progressivamente per integrarsi con la popolazione locale.
Ma i Lorena sapevano che Sovana uccideva
È forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Quando Francesco Stefano e la Reggenza decisero di ripopolare Sovana, esisteva già un precedente disastroso. Circa ottant’anni prima, i Medici avevano avuto praticamente la stessa idea.
Tra il 1661 e il 1664 era stata organizzata l’immigrazione di circa 800 greci, suddivisi in 160 famiglie, destinati a ripopolare Sovana e il territorio circostante. Anche loro erano soprattutto agricoltori e artigiani. Il risultato era stato terribile.
Malaria, fame e condizioni di vita durissime avevano falcidiato la colonia. Nel giro di alcuni decenni la presenza greca era quasi completamente scomparsa. Ed è proprio dopo quel fallimento che, nel 1702, Sovana arrivò al punto più basso: ventiquattro abitanti.
Meno di quarant’anni dopo, il Granducato decise di provarci ancora. Questa volta con i lorenesi.
Perché continuare a mandarci uomini
Per capire una scelta che oggi appare quasi incomprensibile bisogna guardare alla Maremma con gli occhi di un governo del Settecento. Il problema non era soltanto sanitario. Era economico, agricolo e demografico.
Esistevano migliaia di ettari di terra che avrebbero potuto produrre grano, vino, olio e bestiame, ma mancavano gli uomini necessari per coltivarli. Lo spopolamento alimentava l’abbandono, l’abbandono peggiorava le condizioni del territorio e le condizioni del territorio rendevano ancora più difficile convincere qualcuno a viverci.
La colonizzazione straniera sembrava una scorciatoia. Importare popolazione significava, nelle intenzioni del governo, interrompere quel circolo vizioso. A Sovana accadde il contrario.
Da città medievale a luogo quasi senza abitanti
Il declino appare ancora più impressionante se confrontato con il passato della città. Sovana era stata capitale aldobrandesca, libero comune, importante centro religioso e sede episcopale. La diocesi esisteva già nei primi secoli del cristianesimo e per lunghissimo tempo il nome di Sovana aveva indicato un territorio molto più importante del piccolo borgo che conosciamo oggi.
Poi arrivò il lento svuotamento.
La stessa Chiesa, alla fine, prese atto della situazione: la residenza vescovile era stata trasferita già nel Seicento e nel 1777 anche la sede effettiva della diocesi passò a Pitigliano. La ricostruzione della Chiesa cattolica sottolinea come Sovana non avesse ottenuto benefici duraturi né dalle politiche di ripopolamento medicee né da quelle lorenesi.
Ancora nel 1833 gli abitanti erano appena 64. Praticamente un pugno di persone in una città che aveva avuto mura, palazzi, chiese e un vescovo.
L’ultima lorenese sarebbe morta nel 1821
Anche sulla fine della colonia esiste un piccolo mistero. Alcune ricostruzioni storiche indicano in Lucia Callais, morta a Sovana nel 1821, l’ultima superstite della comunità lorenese. Una pubblicazione dedicata alla storia e alla cultura della Maremma parla di 58 famiglie lorenesi stabilite a Sovana e altre 14 a Sorano e indica proprio Lucia Callais come ultima sopravvissuta.
Altre fonti locali riportano però il nome Maria Callais, sempre con la stessa data di morte. È una discrepanza che suggerisce prudenza e che meriterebbe una verifica diretta sui registri parrocchiali di Sovana.
Quello che non cambia è il significato della storia. Circa ottant’anni dopo l’arrivo dei primi coloni, della grande operazione con cui i Lorena avevano pensato di ripopolare Sovana non rimaneva più una comunità riconoscibile.
«Un tragico e inutile sciupio di dolore, vite umane e denaro»
Questa vicenda è stata studiata in modo specifico dallo storico e geografo Leonardo Rombai, che nel 1985 dedicò alla colonia un lavoro pubblicato sul Bollettino della Società Storica Maremmana.
Il titolo scelto da Rombai è probabilmente la migliore sintesi possibile dell’intera operazione: «Un tragico ed inutile sciupìo di dolore, di vite umane e di denaro: la “colonia lorena” di Sovana (1739-1745)». Perché la colonizzazione costò uomini e denaro, provocò sofferenze enormi e non raggiunse praticamente nessuno degli obiettivi per i quali era stata immaginata.
Eppure quella storia oggi è quasi scomparsa dalla memoria comune.
La città che alla fine è sopravvissuta
C’è però un ultimo paradosso. I Medici provarono a salvare Sovana portandoci i greci e fallirono. I Lorena provarono a salvarla portandoci centinaia e centinaia di persone dal nord Europa e fallirono. Per secoli Sovana continuò a essere descritta come un luogo destinato a scomparire, sconfitto da una malattia della quale nessuno conosceva ancora realmente il meccanismo.
E invece Sovana è ancora lì.
Non sono stati i grandi progetti demografici del Seicento e del Settecento a restituirle una vita, ma ciò che per secoli era rimasto nascosto sotto terra e dentro il tufo: la sua storia etrusca, medievale e archeologica.

Oggi migliaia di persone arrivano in un borgo nel quale tre secoli fa il Granducato dovette mandare uomini da centinaia di chilometri di distanza perché quasi nessuno voleva più viverci.
E dietro le facciate di tufo, tra la Rocca, il Duomo e le vie che conducono verso le necropoli, resta nascosta anche questa storia: quella di 1.700 persone mandate a ridare vita a Sovana e di una Maremma che, allora, riuscì quasi a inghiottirle tutte.




