GROSSETO. La parola “peste” inevitabilmente spaventa, soprattutto quando comincia a comparire negli avvisi pubblicati dai Comuni, sui siti degli Ambiti territoriali di caccia e nelle comunicazioni rivolte a chi frequenta i boschi. Ma la prima cosa da sapere sulla peste suina africana, la PSA, è anche la più importante: non è una malattia dell’uomo, non si trasmette alle persone e non rappresenta un pericolo per la salute umana.
È invece una malattia virale estremamente contagiosa per cinghiali e suini domestici, spesso letale per gli animali e capace di provocare conseguenze economiche molto pesanti sulla zootecnia e sull’intera filiera delle carni suine. Non esistono al momento né un vaccino né una cura.
Ed è per questo che anche in Maremma e in Val di Cornia, pur non essendoci attualmente territori sottoposti alle restrizioni previste nelle aree infette o maggiormente a rischio, stanno cominciando a circolare avvisi, brochure e raccomandazioni.
Il Comune di Roccastrada, ad esempio, ha pubblicato il 19 agosto la documentazione relativa al piano per il controllo della PSA, mentre l’Atc 6 Grosseto Nord, che ha sede a Massa Marittima, ha messo a disposizione dei cacciatori la brochure della Regione.
E il momento non è casuale: si avvicina la stagione venatoria, con le giornate di preapertura previste in Toscana il 2 e il 6 settembre, e poche settimane dopo comincerà il periodo nel quale migliaia di persone torneranno nei boschi alla ricerca di porcini, altri funghi e tartufi.
In Maremma e Val di Cornia, per ora, non ci sono zone soggette a restrizione
È necessario però distinguere con precisione tra informazione e restrizioni.
Alla data del 26 agosto, secondo l’ultimo aggiornamento della Regione Toscana, le zone interessate dalle restrizioni per la PSA ricadono nelle province di Lucca, Massa-Carrara, Pistoia e Prato. La provincia di Grosseto e quella di Livorno non sono comprese nell’elenco.
Questo significa che oggi andare a caccia, cercare funghi, fare trekking o lavorare nei boschi della Maremma e della Val di Cornia non comporta le limitazioni specifiche previste nelle zone sottoposte a restrizione.
Gli elenchi, tuttavia, possono cambiare in base all’evoluzione epidemiologica. È la stessa Regione a raccomandare di controllare sempre la classificazione aggiornata prima di organizzare attività nei territori interessati. Ed è proprio questo il motivo per cui le informazioni vengono diffuse anche molto lontano dai focolai.
La peste suina è arrivata in Toscana nel 2024
La PSA non è quindi un’emergenza teorica. Il virus è già presente in Toscana.
Il primo cinghiale positivo nella regione è stato trovato nel luglio 2024 nel nord della Toscana e da allora sono state attivate misure di sorveglianza, ricerca delle carcasse, contenimento della popolazione di cinghiali e biosicurezza, in coordinamento con il Commissario nazionale, il Ministero della Salute e l’Unione europea.
Nell’agosto 2026 è stato adottato anche uno specifico Piano strategico operativo per il controllo della peste suina africana nel sub-cluster Toscana ed Emilia-Romagna, proprio in considerazione dell’evoluzione epidemiologica e della continuità ambientale dell’Appennino.
Il problema, insomma, non è se il virus sia arrivato in Toscana: è già successo. La sfida è impedirgli di continuare a scendere lungo la regione.
Perché una malattia che non colpisce l’uomo ci deve preoccupare
Se l’uomo non può ammalarsi, perché tante precauzioni? Perché possiamo diventare, senza saperlo, un mezzo di trasporto del virus.
Il virus può passare da un territorio all’altro attraverso materiale contaminato: fango sulle scarpe, pneumatici di biciclette e automobili, strumenti agricoli, vestiti, attrezzature utilizzate nei boschi, ma anche alimenti e rifiuti contaminati.
La guida della Regione indica tra le possibili vie di trasmissione il contatto diretto fra animali infetti, l’ingestione di alimenti contaminati e il contatto con scarpe, indumenti, macchine agricole e strumenti sui quali sia presente il virus. Ed è questa caratteristica a rendere particolarmente delicati i mesi che stanno per cominciare.
Cacciatori, cercatori di funghi e tartufi, escursionisti, bikers, agricoltori e operatori forestali sono persone che entrano continuamente in ambienti frequentati dai cinghiali e possono poi spostarsi anche per molti chilometri.
Il vero rischio è per allevamenti e filiera del suino
Le conseguenze possono diventare enormi soprattutto se il virus passa dai cinghiali selvatici agli allevamenti di suini.
La PSA può provocare elevata mortalità degli animali e, quando viene individuata, scattano misure sanitarie che possono interessare allevamenti, movimentazione degli animali e commercializzazione dei prodotti.
La Regione parla esplicitamente di perdite economiche estremamente rilevanti per il settore suinicolo, anche quando la malattia viene riscontrata soltanto nei cinghiali selvatici.
In una regione nella quale allevamento, produzioni tipiche, agriturismo e trasformazione delle carni costituiscono parti importanti dell’economia rurale, fermare il virus prima che entri in nuove aree significa quindi proteggere anche aziende e posti di lavoro.
Il cinghiale morto nel bosco: la cosa più importante è non toccarlo
La regola fondamentale riguarda una situazione nella quale chi va per boschi potrebbe trovarsi facilmente: un cinghiale morto, moribondo o resti di un animale.
La Regione indica quattro passaggi molto semplici.
Non bisogna toccarlo, spostarlo o manipolarlo. Bisogna memorizzare la posizione, possibilmente rilevare le coordinate e scattare una fotografia da distanza di sicurezza. Poi occorre allontanarsi e fare immediatamente la segnalazione.
Il numero unico regionale è: 0573 306655. È attivo tutti i giorni, festivi compresi, dalle 8 alle 20.
La guida regionale specifica inoltre che, in caso di contatto accidentale con l’animale o con l’area circostante, occorre pulire e disinfettare scarpe, attrezzature e indumenti.
Una carcassa non è soltanto un animale morto: nel caso della PSA può costituire per molto tempo un importante serbatoio del virus.
Cercatori di funghi e tartufi, cosa cambia
Il tema diventa particolarmente attuale con l’avvicinarsi dell’autunno.
Nelle zone sottoposte a restrizione, la Regione ha pubblicato indicazioni specifiche per chi cerca funghi e tartufi. Occorre utilizzare calzature facilmente lavabili o soprascarpe rimovibili, portare con sé materiale per la sanificazione e, al termine dell’attività, cambiare calzature, lavare e disinfettare scarpe, mezzi e attrezzature. Nel caso si utilizzi un cane, nelle aree nelle quali le prescrizioni si applicano devono essere puliti anche collare, guinzaglio ed eventuale pettorina.
La guida regionale richiama inoltre la necessità, per la ricerca di funghi e tartufi nelle aree interessate, di evitare contatti con suini nelle 48 ore successive e di smaltire correttamente il materiale monouso utilizzato.
Sono norme che oggi non si applicano automaticamente ai boschi di Grosseto o della Val di Cornia, perché questi territori non sono nelle zone soggette a restrizione, ma fanno capire quanto sia semplice trasportare il virus senza rendersene conto.
Caccia al cinghiale, la biosicurezza diventa decisiva
Ancora più evidente è il problema per la caccia, soprattutto quella al cinghiale.
La Regione raccomanda di trasportare carcasse e organi in contenitori o sacchi chiusi, in modo da impedire la dispersione di liquidi, di effettuare l’eviscerazione nelle strutture previste, di smaltire correttamente i visceri e di cambiare e disinfettare scarpe, indumenti, materiali e mezzi al termine dell’attività venatoria.
Sono comportamenti che assumono un peso ancora maggiore considerando l’enorme mobilità legata alla caccia: squadre che si spostano, fuoristrada, cani, attrezzature e persone che possono frequentare territori differenti nell’arco di pochi giorni.
E proprio per questo la vigilanza non riguarda esclusivamente i Comuni nei quali il virus è stato già trovato.
Trekking, mountain bike e cani: le regole nelle zone sottoposte a restrizione
Nelle aree soggette alle restrizioni la guida regionale indica anche una serie di comportamenti per le attività ricreative.
Per escursionismo, biking e pesca dilettantistica viene richiesto di restare sui sentieri, non uscire dai percorsi indicati, tenere i cani al guinzaglio, non lasciare residui alimentari e parcheggiare nelle aree stabilite. Al termine dell’attività devono essere pulite e disinfettate le calzature e, per le biciclette, anche le ruote.
Nelle zone di restrizione II e III, inoltre, le attività organizzate all’aperto con più di venti partecipanti devono ottenere preventivamente il parere favorevole del servizio veterinario dell’Asl.
Ancora una volta: sono prescrizioni riferite alle aree classificate, non un divieto generalizzato di frequentare i boschi toscani.
Le zone: da quella a rischio fino agli allevamenti colpiti
Il sistema distingue diversi livelli.
La zona I è un’area considerata ad alto rischio o confinante con territori interessati, ma dove la malattia non è stata accertata.
Nella zona II il virus è presente nei cinghiali selvatici e vengono rafforzate biosicurezza, controlli e limitazioni.
La zona III è invece quella nella quale la PSA è stata riscontrata anche nei suini domestici, con misure ancora più rigorose su allevamenti e movimentazioni.
La Regione individua inoltre specifiche zone di controllo dell’espansione virale, nelle quali assume particolare importanza la ricerca sistematica delle carcasse dei cinghiali.
Nessun allarme sanitario per le persone, ma attenzione nei boschi
È probabilmente questo il messaggio più importante per la Maremma e la Val di Cornia.
Non c’è oggi un’emergenza sanitaria per le persone e non risultano restrizioni PSA nei nostri Comuni.
Non c’è quindi motivo di evitare una passeggiata nel bosco, rinunciare alla ricerca dei funghi o pensare che la peste suina rappresenti un pericolo per chi mangia carne regolarmente commercializzata e sottoposta ai controlli sanitari previsti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il problema.
La peste suina africana è ormai presente in Toscana, il cinghiale è diffusissimo anche nella Maremma e nella Val di Cornia e nei prossimi mesi decine di migliaia di persone torneranno a frequentare boschi e campagne per caccia, raccolta di funghi, tartufi, lavoro e attività sportive.
Per questo basta ricordare una regola semplicissima: se si trova un cinghiale morto, non si tocca.
Si prende nota del punto, ci si allontana e si telefona al 0573 306655.
Il resto è soprattutto buon senso e biosicurezza: niente rifiuti alimentari nei boschi, attenzione a scarpe e attrezzature e, soprattutto per chi si sposta fra territori diversi, pulizia accurata di tutto ciò che può avere raccolto terra e fango.
Perché la PSA non può far ammalare un uomo. Ma un uomo, senza saperlo, può aiutare la PSA a fare molti chilometri.



