Carcere, l’appello di don Enzo: «Basta silenzio, non facciamo la fine dell’Aurelia» | MaremmaOggi Skip to content

Carcere, l’appello di don Enzo: «Basta silenzio, non facciamo la fine dell’Aurelia»

Il cappellano della casa circondariale scrive alle istituzioni e alla politica: «Se ne parla da almeno quarant’anni. Servono un nuovo istituto e progetti veri per il reinserimento». E avverte: «La sicurezza della città passa anche da ciò che facciamo dentro il carcere»
Il carcere di Grosseto in via Saffi e don Enzo Capitani
Il carcere di Grosseto e don Enzo Capitani

GROSSETO. È nel cuore della città, a poche centinaia di metri dal Comune, dalla Provincia, dalla Prefettura, dal Tribunale e dalle strade più frequentate del centro. Eppure, per don Enzo Capitani, il carcere di Grosseto sembra lontano migliaia di chilometri dalla vita quotidiana della comunità.

È proprio da questa contraddizione che nasce “Oltre il silenzio”, la lettera aperta che il cappellano della casa circondariale di via Saffi rivolge alle istituzioni e ai politici della provincia di Grosseto.

Un intervento che arriva dopo anni di denunce sulle condizioni dell’istituto penitenziario e mentre resta ancora aperta la partita per la realizzazione del nuovo carcere nell’area dell’ex caserma Barbetti, in via Senese.

Un carcere da 15 posti che da anni vive in emergenza

La situazione della casa circondariale di Grosseto è nota da tempo. La struttura di via Saffi, costruita nell’Ottocento, ha 15 posti regolamentari, ma negli ultimi anni ha ospitato stabilmente un numero molto più alto di detenuti.

Nel 2025 il tasso di sovraffollamento aveva raggiunto addirittura il 173%, il dato più alto della Toscana. Alle difficoltà strutturali si aggiungono quelle legate alla carenza di personale e agli spazi ridottissimi per le attività trattamentali.

Eppure, proprio dentro quelle mura, direzione, agenti della polizia penitenziaria, personale educativo e sanitario hanno continuato a portare avanti percorsi di alfabetizzazione, formazione, lavoro e reinserimento.

È esattamente questo uno dei punti sui quali insiste don Enzo: il carcere non deve essere soltanto il luogo nel quale scontare una pena, ma quello dal quale provare a ripartire.

Il nuovo carcere alla Barbetti, una storia che viene da lontano

Anche il progetto per trasferire il carcere fuori dal centro storico ha ormai una lunga storia.

Nel gennaio 2024 era arrivato l’accordo tra Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e Demanio per l’utilizzo dell’ex caserma Barbetti. Nell’agosto dello stesso anno furono consegnate le chiavi dell’area all’amministrazione penitenziaria.

Il 25 settembre 2025 arrivò poi il sopralluogo del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove. In quell’occasione venne annunciato un nuovo istituto da oltre 200 posti, con un investimento indicato in 11,6 milioni di euro.

A marzo 2026, però, proprio don Enzo Capitani era tornato a chiedere pubblicamente un’accelerazione, ricordando come del trasferimento del carcere si parli da decenni e chiedendo che fossero mostrati progetto, finanziamenti e tempi concreti.

Ora il cappellano torna sull’argomento. E lo fa scegliendo la forma più diretta possibile: una lettera aperta alla politica e alle istituzioni.

«Oltre il silenzio»: la lettera integrale di don Enzo Capitani

«C’è un luogo fisico nel centro di Grosseto che si trova a breve distanza dalle principali sedi istituzionali della comunità cittadina e provinciale: sono tutte distanti da questo luogo poche centinaia di metri, eppure paiono essere a migliaia e migliaia di chilometri di distanza e soprattutto lontani dalla vita cittadina.

Questo luogo è il carcere.

Io dico che occorre andare oltre il silenzio perché l’atmosfera che lo circonda è il silenzio dell’indifferenza, rotta solo quando ci sono manifestazioni come le campagne elettorali, le feste di Natale e Pasqua e talvolta qualche visita istituzionale.

«Dalle parole e dalle promesse ai fatti concreti»

Penso e affermo queste cose consapevole di non essere strumentalizzato, perché siamo ben lontani dalle elezioni e dal Natale. Occorre rompere il silenzio dell’indifferenza e l’unico modo per poterlo fare è passare dalle parole e dalle promesse di vicinanza e buonismo ai fatti concreti. Per esempio, quelle poche persone, che si accorgono dell’esistenza del carcere, mi chiedono se questa struttura non possa essere adeguata ai tempi.

Io rispondo di sì, che deve essere adeguata, ma che purtroppo se ne parla da almeno quarant’anni, tanto è infatti il tempo che ne sono il cappellano. Sembra come aleggiare una cappa di silenzio sopra a quell’antica fortezza che è il carcere di Grosseto.

La sicurezza non è soltanto videosorveglianza

Sento i nostri concittadini parlare nei bar, nelle vie del centro, delle proprie ansie riguardo alla sicurezza sociale e alla possibile soluzione del problema con un aumento della videosorveglianza. Nessuno pensa che la sicurezza nella nostra città non dipende, se non marginalmente, dagli strumenti di controllo, ma dal progetto educativo e formativo che può essere svolto nel carcere.

Se non si stanziano fondi e non si mettono in campo progetti qualificati per favorire percorsi di recupero culturale e lavorativo all’interno del luogo di detenzione, non ci sarà mai il cambiamento di una vita, perché a tutti capita di sbagliare in modo più o meno grave, ma a tutti va riconosciuto il beneficio della cosiddetta seconda opportunità.

«Le carceri non diventino luoghi di degrado della dignità umana»

Se non si opera secondo questa linea, le carceri saranno sempre più luoghi dove il degrado della dignità umana raggiunge il suo apice e ha come conseguenza la violenza a partire da quella autolesionista.

Avere consapevolezza, e di conseguenza agire con coscienza, significa operare in maniera concreta e preventiva sulla sicurezza dell’intera collettività cittadina. Che sia così lo testimoniano tutte le realtà carcerarie, purtroppo pochissime, in cui la rieducazione della persona passa attraverso la ricostruzione personale di chi ha commesso il reato con opportunità concrete di lavoro e formazione, che stimolano il cambiamento.

«Prevenzione significa seminare oggi frammenti di futuro»

Per fare questo occorre aver chiaro cosa sia la prevenzione. Prevenzione significa intuire il futuro ma seminare nel presente frammenti di quel futuro stesso.

Nel nostro carcere cittadino il peso di tutto questo lo sostengono il personale di pulizia penitenziaria sempre all’altezza della propria professionalità; la direzione tutta; il personale educativo e sanitario. A loro va la nostra riconoscenza.

L’appello: «Un impegno fattivo per il nuovo carcere»

Quindi mi aspetto un impegno fattivo per la costruzione di un nuovo istituto penitenziario e di un interesse concreto al reinserimento delle persone nel contesto della nostra città, ricordando che la civiltà di una comunità si misura per come è capace di neutralizzare i germi dell’odio e della vendetta.

Per favore, non facciamo fare alla possibilità di avere un nuovo carcere la stessa fine che sta facendo l’adeguamento dell’Aurelia.

Buon lavoro a tutti, a servizio delle nostre comunità.

Don Enzo Capitani, cappellano della Casa circondariale di Grosseto

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