BATIGNANO. La porta della chiesa si aprirà ancora. Le campane continueranno a suonare sopra i tetti di Batignano. Le persone entreranno, si siederanno negli stessi banchi, alzeranno gli occhi verso l’altare.
Ma don Michele non sarà più lì. Non ci sarà la sua voce, non ci saranno le sue omelie, quelle capaci di passare dal Vangelo agli Iron Maiden, perché anche così sapeva parlare alle persone. Non ci sarà quel prete fuori dagli schemi che bussava alla porta dei malati per andare a trovarli a casa, che ascoltava, discuteva, consolava. Che per molti era diventato qualcosa di più di un parroco.
Don Michele Lamberti è morto a 57 anni venerdì 28 agosto nel reparto di leniterapia dell’ospedale Misericordia di Grosseto, dove era stato trasferito dopo il ricoverato in rianimazione di domenica 9 agosto.
Lo ha ucciso quella gravissima malattia contro la quale aveva cominciato a combattere alla fine di maggio. Una battaglia che, per qualche settimana, era sembrato perfino riuscire a vincere.
Ed è forse proprio questo a rendere ancora più difficile da accettare il dolore che ha attraversato Batignano. Perché don Michele lo stavano aspettando tutti.
Il ritorno che sembrava una promessa
Aveva superato un delicatissimo intervento alla testa. Aveva lasciato la terapia intensiva delle Scotte di Siena. Era stato dimesso dall’ospedale e aveva scelto di trascorrere la convalescenza in un luogo che per lui significava casa, affetti, radici: Nomadelfia, la comunità alla quale era legato da sempre.
Ogni piccolo passo avanti era diventato una festa silenziosa anche a Batignano. Poi, due tre settimane fa, era arrivato quello che a molti era sembrato il segnale più bello.
La sera prima del ricovero, don Michele aveva partecipato alla cena degli Usi civici.
Vederlo lì aveva riempito il cuore dei suoi parrocchiani. Non servivano grandi discorsi, bastava la sua presenza. Bastava poterlo guardare, salutarlo, sapere che dopo quelle settimane terribili era ancora lì.
Il peggio, finalmente, sembrava alle spalle. Si poteva ricominciare a immaginare il giorno del suo ritorno in parrocchia. La prima messa, la prima omelia, il primo sorriso scambiato sul sagrato.
Ma il destino, per chi non crede, o il disegno di Dio, per i tanti fedeli che in questi mesi hanno pregato per lui, aveva scritto un’altra storia.
Quella battaglia cominciata alla fine di maggio
Il calvario di don Michele era cominciato sabato 23 maggio. Da giorni non rispondeva ai messaggi e alle telefonate. In paese pensavano che avesse l’influenza. Poi non si era presentato a celebrare la messa.
Era stato allora che alcuni parrocchiani, preoccupati, avevano deciso di andare a cercarlo.
La porta della sua abitazione era rimasta chiusa. Erano stati chiamati i carabinieri e, una volta entrati, don Michele era stato trovato esanime nel letto.
Era vivo, ma le sue condizioni erano gravissime. La corsa in ospedale, poi il trasferimento alle Scotte di Siena. E Batignano, improvvisamente, aveva cominciato a vivere con il telefono in mano e il cuore sospeso, aspettando una notizia, un miglioramento, un segnale.
Nei giorni precedenti qualcosa era già successo. Don Michele aveva avuto nausea e vomito, ma non aveva raccontato fino in fondo quanto stesse male. Una parrocchiana lo aveva trovato perfino disteso su una panca, prima di una funzione, senza forze. Lo aveva convinto a tornare a casa.
Nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
Una chiesa intera aveva pregato per lui
Quando la notizia delle sue condizioni si era diffusa, Batignano aveva fatto ciò che fanno le comunità quando uno di loro sta combattendo una battaglia troppo grande per essere affrontata da solo.
Si era stretta ed aveva pregato: il 28 maggio la chiesa del paese era gremita. C’erano anziani, famiglie, ragazzi. C’erano i suoi parrocchiani e c’erano gli amici arrivati da Nomadelfia.

Tutti insieme per lui, per quell’uomo che tante volte era stato accanto agli altri nel dolore, nella malattia, nella paura.
«Lo ha fatto tante volte per noi, ora è arrivato il nostro momento», avevano detto allora alcuni fedeli.
Forse è tutta qui la misura dell’affetto che Batignano provava per il suo parroco.
Non soltanto nelle messe celebrate o nelle feste organizzate. Ma nella riconoscenza di chi ricordava una visita ricevuta quando stava male, una parola pronunciata al momento giusto, una mano appoggiata sulla spalla quando il peso della vita sembrava insopportabile.
Il delicatissimo intervento e quella notizia che fece piangere il paese
Poi era arrivato il momento più difficile. Il 1° giugno don Michele era stato sottoposto a un delicatissimo intervento neurochirurgico alle Scotte di Siena, durato molte ore.
Le ore successive erano state interminabili. I medici erano prudenti. A Batignano si continuava a pregare.
Poi, finalmente, il 4 giugno era arrivata la notizia che tutti aspettavano: don Michele aveva lasciato la terapia intensiva ed era stato trasferito in reparto.
Ce l’aveva fatta, almeno alla prima battaglia. In paese quella notizia aveva commosso tutti. Tanto che era stata organizzata una nuova veglia. Stavolta non soltanto per chiedere, ma anche per ringraziare. Sembrava l’inizio del ritorno.
A Nomadelfia per ricominciare
Dopo le dimissioni dall’ospedale, don Michele era tornato a Nomadelfia per la convalescenza.Lì aveva continuato il suo percorso, circondato dall’affetto di una comunità alla quale era profondamente legato.
Intanto Batignano aspettava, senza fretta. Nessuno pretendeva che tornasse subito all’altare. Nessuno chiedeva altro se non che recuperasse le forze. Bastava sapere che stava meglio.
E quando, due settimane fa, era riuscito a partecipare alla cena degli usi civici, quel momento aveva avuto il sapore di una promessa.
Eccolo, don Michele era ancora lì. Provato, certo. Ma presente. Per chi gli voleva bene era abbastanza per tornare a sperare davvero.
Domenica il nuovo ricovero, poi il silenzio
Poi, all’improvviso, tutto è precipitato. Domenica 9 agosto don Michele è stato ricoverato nella rianimazione dell’ospedale Misericordia di Grosseto.
Quella malattia che sembrava avergli concesso una tregua aveva ripreso a correre. E questa volta non gli ha lasciato scampo.
Don Michele è morto lì, all’ospedale dove i medici hanno tentato ancora una volta di strapparlo a un destino che, invece, era già segnato. La notizia è arrivata a Batignano e ha spento le parole.
Perché ci sono dolori che fanno gridare. Altri che fanno piangere. E poi ce ne sono alcuni che lasciano soltanto silenzio. È quello che avvolge oggi il borgo.
Non era soltanto il parroco
Don Michele Lamberti era nato a Brescia. Era stato ordinato sacerdote a Grosseto nel 2005 e da cinque anni guidava la parrocchia di Batignano.
Ma raccontarlo soltanto attraverso le date sarebbe impossibile, perché in cinque anni era entrato nelle case e nelle vite.
Aveva battezzato bambini, celebrato matrimoni, accompagnato famiglie nel momento terribile di un addio. Aveva ascoltato confessioni, paure, problemi. Aveva discusso, qualche volta aveva fatto arrabbiare qualcuno. Era un uomo, prima ancora che un sacerdote.
Ed era proprio questa sua umanità ad aver creato un legame così forte.
Per gli uomini e le donne della sua generazione era diventato un fratello. Per tanti ragazzi era una specie di fratello maggiore. Per gli anziani una presenza sulla quale poter contare.
Per tutti, semplicemente, era don Michele, quello che si poteva incontrare per strada, quello al quale raccontare un problema.
Quello che magari, durante un’omelia, riusciva a tirare fuori una citazione musicale dove nessuno se l’aspettava, quello che andava a trovare i malati.
Oggi è Batignano a sentirsi malata di dolore.
L’omelia che non ascolteranno più
C’è una crudeltà particolare nelle attese interrotte. Batignano aveva aspettato don Michele per quasi tre mesi.
Lo aveva aspettato quando era alle Scotte. Lo aveva accompagnato con le preghiere durante l’intervento. Aveva gioito quando era uscito dalla terapia intensiva. Aveva continuato ad aspettarlo mentre recuperava le forze a Nomadelfia. Poi lo aveva rivisto e allora aveva cominciato ad aspettare qualcos’altro. Il suo ritorno a casa, la sua voce dentro quella chiesa, un’altra delle sue omelie. Una domenica normale, finalmente.
Quella domenica non arriverà.
E adesso resta un altare che per qualche tempo sembrerà più vuoto, una comunità che dovrà imparare a fare i conti con un’assenza enorme e un borgo intero che dovrà trovare il modo di salutare il sacerdote che aveva accompagnato così tante persone nei loro addii.
Questa volta, saranno loro ad accompagnare lui. Probabilmente con le stesse preghiere che avevano riempito la chiesa a maggio, quando tutti chiedevano che don Michele potesse tornare.
Era tornato. Solo per poco. Abbastanza, però, per regalare ai suoi parrocchiani un’ultima immagine da custodire: quella sera di due settimane fa, seduto alla cena degli usi civici, di nuovo in mezzo alla sua gente.
Forse oggi, per chi crede, la consolazione può stare proprio lì: nel pensare che quello non fosse soltanto un ritorno. Forse era già un saluto.
L’ultimo saluto
Giovedì 27 agosto, quando le condizioni di salute di don Michele sono precipitate, il fratello del parroco è partito dalla provincia di Brescia per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio.
I funerali, organizzati dalle onoranze funebri La Pace, saranno celebrati nella chiesa di Nomadelfia, nella comunità della quale don Michele aveva scelto di fare parte, sabato 29 agosto alle 11. Poi la salma partirà per il suo paese natale, Roncadelle, dove verrà inumato.
Ci saranno anche i batignanesi ad accompagnarlo, come tante volte lui aveva accompagnato loro, nei momenti felici e in quelli più difficili. Lo faranno con quell’abbraccio fraterno che don Michele non aveva mai fatto mancare e con la promessa di un nuovo incontro.
Un incontro che in tanti, nel piccolo borgo alle porte di Grosseto, avrebbero voluto avere ancora qui, in chiesa, per strada o intorno a un tavolo, magari soltanto per scambiare due parole e un sorriso. E che invece, per chi crede, dovrà essere rimandato più avanti.
Perché don Michele se ne è andato, ma da Batignano non se ne andrà davvero mai. Resterà nelle persone che ha incontrato, nelle famiglie che ha accompagnato e nella memoria di un paese che per anni lo ha chiamato semplicemente “don”.




