Agrivoltaico a Grosseto, oltre 388 MW di impianti nella piana | MaremmaOggi Skip to content

La piana rischia di cambiare volto: oltre 388 MW di pannelli intorno a Grosseto

La Regione impone la Via al progetto Iren alle Gerlette: 31.536 pannelli su 35 ettari. A pesare è soprattutto la concentrazione di impianti nella pianura grossetana e il rischio di trasformare il paesaggio della bonifica
La zona della Gerlette, vicino a Braccagni, dove è previsto l'impianto
La zona della Gerlette, vicino a Braccagni, dove è previsto l’impianto

GROSSETO. Sono 35 ettari di terreno agricolo, ma bastano per capire le dimensioni della partita che si sta giocando nella pianura grossetana. Perché alle Gerlette, a circa 700 metri da Braccagni, Iren Green Generation Tech vuole realizzare un nuovo impianto agrivoltaico da 20,81 MWp, composto da 31.536 pannelli fotovoltaici.

Eppure il vero tema che emerge dal decreto firmato dalla Regione Toscana il 5 agosto va molto oltre il singolo progetto.

È la concentrazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili nella pianura di Grosseto ad aver assunto ormai dimensioni tali da spingere gli stessi uffici regionali a mettere nero su bianco il rischio di una trasformazione profonda del paesaggio rurale.

Il nuovo impianto Iren non è stato bocciato. Ma la Regione ha deciso che dovrà essere sottoposto alla procedura completa di Valutazione di impatto ambientale, perché allo stato attuale non è possibile escludere effetti negativi significativi sul paesaggio.

E nelle 17 pagine del decreto le parole utilizzate sono particolarmente nette: l’impatto paesaggistico viene definito «certo ed intenso» e destinato a protrarsi per tutta la vita dell’impianto, fino a 30 anni.

Oltre 31mila pannelli alle porte di Braccagni

Il progetto si chiama semplicemente “Grosseto” ed è stato presentato da Iren Green Generation Tech srl, società con sede a Torino.

L’impianto dovrebbe sorgere in località Gerlette, a circa 700 metri dalla frazione di Braccagni, su terreni oggi destinati all’agricoltura.

La superficie catastale complessivamente interessata è di 35,07 ettari, mentre quella racchiusa dalle recinzioni raggiungerebbe 30,20 ettari, suddivisi in cinque diverse aree.

La parte energetica sarebbe costituita da 31.536 moduli fotovoltaici bifacciali in silicio monocristallino, ciascuno con una potenza di 660 watt.

Non si tratta inoltre di pannelli fissi. I moduli sarebbero installati su tracker monoassiali, strutture capaci di seguire il movimento del sole. Alla massima configurazione prevista dal progetto, i pannelli potrebbero raggiungere 4,1 metri di altezza, mentre l’altezza minima sarebbe di 2,1 metri.

La producibilità stimata è di poco meno di 39mila MWh all’anno.

Il progetto comprende anche cabine elettriche, magazzini, control room, viabilità interna e perimetrale e tutte le infrastrutture necessarie per collegare l’impianto alla rete elettrica.

Agricoltura e produzione di energia insieme

Iren presenta il progetto come agrivoltaico avanzato. Significa che, almeno nelle intenzioni progettuali, l’attività di produzione di energia dovrebbe convivere con quella agricola.

Tra le file dei pannelli è prevista inizialmente la coltivazione di erba medica, alla quale dovrebbero seguire colza e colture di copertura.

Sotto alcune delle strutture verrebbero invece create fasce per gli insetti impollinatori e sono previste anche 20 arnie per la produzione di miele biologico.

Lungo il perimetro dovrebbe essere realizzata una fascia vegetale larga cinque metri, con circa 1.120 olivi della varietà Leccino e migliaia di piante di lentisco e corbezzolo.

Proprio quella fascia, pensata dal proponente per attenuare la visibilità dell’impianto, è però diventata uno dei punti critici dell’istruttoria regionale.

La barriera verde che rischia di cambiare il paesaggio

Per la Regione, infatti, piantare alberi e arbusti tutto intorno ai pannelli non risolve automaticamente il problema.

Nelle conclusioni dell’istruttoria viene osservato che la fascia di mitigazione, pur presentata come elemento di ricomposizione ecologica, assumerebbe una conformazione perimetrale tale da determinare un «effetto barriera».

Un elemento considerato poco coerente con il paesaggio della bonifica grossetana, storicamente caratterizzato da orizzonti aperti e grandi superfici a seminativo.

La natura agrivoltaica dell’impianto, riconosce la Regione, permette la compresenza tra produzione agricola ed energetica e consente di conservare la fertilità del terreno. Ma questo, secondo gli uffici, non elimina l’effetto visivo prodotto da migliaia di pannelli, strutture e cabine elettriche.

Ed è proprio qui che il decreto cambia prospettiva. Perché il problema non sono soltanto i 35 ettari delle Gerlette.

Una pianura sempre più piena di progetti

Nello studio degli effetti cumulativi, il proponente ha analizzato ciò che si trova o potrebbe trovarsi in futuro entro un raggio di 10 chilometri dall’area interessata.

Ed emerge un elenco impressionante.

Nel decreto vengono citati, oltre al progetto Iren da 20,81 MWp:

  • un impianto agrivoltaico a Braccagni da 38,47 MWp, in procedura di VIA ministeriale;
  • un impianto agrivoltaico avanzato da 39 MWp, con sistema di accumulo, nel Comune di Gavorrano;
  • il progetto eolico “Parco Eolico Grosseto”;
  • l’agrivoltaico “Il Poggione” da 44 MWp, nel Comune di Grosseto;
  • l’impianto “GR Gavorrano” da 44,29 MWp, tra Gavorrano, Roccastrada e Grosseto, accompagnato da un sistema di accumulo da 22 MW;
  • “Grosseto Alfepo” da 68 MWp;
  • il fotovoltaico “GR Rugginosella” da 84,89 MWp, con un sistema di accumulo da 80,34 MW;
  • “La Maremmana” da 49 MWp, con accumulo da 18 MW;
  • l’impianto agrivoltaico Le Rogaie, già valutato positivamente in sede di VIA ministeriale.

A questi devono essere aggiunti gli impianti già presenti e quelli che potrebbero trovarsi in fasi amministrative differenti.

Oltre 388 MWp nei progetti di cui è indicata la potenza

C’è un numero che aiuta a comprendere la scala del fenomeno.

Sommando soltanto gli impianti elencati dal decreto per i quali viene riportata una potenza precisa, compreso quello Iren alle Gerlette, si arriva a circa 388,46 MWp.

E si tratta di un dato per difetto.

Nel calcolo, infatti, non rientra Le Rogaie, perché nel passaggio del decreto che elenca gli impianti cumulativi non ne viene indicata la potenza, e naturalmente non viene sommato il progetto eolico, che utilizza un’altra tecnologia e per il quale in quel punto dell’atto non è riportata la potenza.

Non significa che tutti questi impianti saranno realizzati. Molti si trovano ancora in procedura di VIA o in altre fasi autorizzative. Ed è proprio questa distinzione che la stessa Regione mette in evidenza.

Ma è altrettanto significativo che gli uffici regionali abbiano deciso di considerare anche lo scenario nel quale alcuni o tutti questi progetti vengano autorizzati.

La Regione applica il «worst case scenario»

La normativa sulla verifica di assoggettabilità a VIA impone, in linea generale, di valutare gli impatti cumulativi rispetto ad altri progetti esistenti o già approvati.

Non obbliga invece a conteggiare allo stesso modo tutti gli impianti ancora sottoposti a valutazione o autorizzazione.

La Regione Toscana, però, fa una scelta precisa.

Richiamando il principio di precauzione, decide di tenere conto anche del cosiddetto “worst case scenario”, cioè lo scenario peggiore: quello nel quale alcuni o tutti gli altri impianti solari attualmente in istruttoria ottengano il via libera.

Ed è alla luce di questa possibile concentrazione futura che gli effetti sul paesaggio assumono un peso decisivo.

«Un importante elemento di alterazione»

Il primo parere del Settore regionale competente sul paesaggio era già stato particolarmente severo.

Gli uffici avevano rilevato che l’impianto, per la sua estensione, sarebbe diventato un importante elemento di alterazione nella percezione del paesaggio rurale, indipendentemente dalla sua classificazione come agrivoltaico.

Il punto centrale è proprio questo: non basta continuare a coltivare una parte dei terreni per poter affermare che il paesaggio resti immutato.

Secondo gli uffici regionali, nella pianura grossetana è già in corso una trasformazione provocata dal moltiplicarsi degli impianti per la produzione energetica.

Il rischio evidenziato è che gli elementi storicamente distintivi del paesaggio della bonifica diventino progressivamente secondari rispetto a una nuova funzione predominante: la produzione di energia.

Le integrazioni non convincono il Settore paesaggio

Durante il procedimento, la Regione aveva chiesto al proponente numerosi chiarimenti e integrazioni.

Ma le risposte non hanno superato tutte le perplessità.

Il Settore paesaggio ha giudicato alcune integrazioni non esaustive e altre solo parzialmente esaustive.

Uno dei nodi è rappresentato dalle simulazioni fotografiche.

Secondo gli uffici regionali, nelle nuove immagini prodotte per mostrare come apparirebbe l’impianto da vari punti del territorio non erano rappresentati contemporaneamente anche gli altri impianti in corso di autorizzazione.

Ed è proprio questa contemporaneità potenziale, invece, a rappresentare uno degli elementi principali da valutare.

«Gli altri impianti non sono una facilitazione»

È forse uno dei passaggi politicamente e ambientalmente più significativi dell’intero decreto.

Il fatto che il territorio sia già interessato da numerosi impianti FER non viene considerato dalla Regione un argomento a favore dell’inserimento di un altro impianto.

Al contrario. Secondo il Settore paesaggio, la presenza di una pluralità di infrastrutture energetiche non costituisce «una facilitazione», ma può diventare una sorta di pregiudiziale negativa nella valutazione paesaggistica.

Il punto è semplice: l’effetto cumulativo non può essere calcolato chiedendosi soltanto quanto peserà il nuovo impianto rispetto a quelli già presenti.

Bisogna chiedersi come apparirà l’intero paesaggio quando tutti questi impianti verranno sommati.

E la Regione ritiene che questo aspetto non sia stato approfondito sufficientemente.

Il Comune: «Si sta snaturando il paesaggio rurale»

Dentro il decreto c’è anche una posizione molto dura del Comune di Grosseto.

Il Settore Servizi per le imprese e il territorio, nel contributo presentato il 7 aprile, lamenta infatti una perdita del potere pianificatorio locale davanti al proliferare dei progetti FER.

Una questione che va ben oltre il singolo procedimento.

Secondo il Comune, infatti, l’analisi degli effetti cumulativi dovrebbe abbracciare un territorio molto più ampio proprio perché sul territorio comunale si stanno concentrando numerose richieste sottoposte a procedimenti diversi: comunali, regionali e statali.

Il rischio denunciato è lo snaturamento del paesaggio rurale e della tipica maglia agraria della bonifica storica.

Il Comune teme inoltre una progressiva “saldatura” tra aree rurali e periurbane, capace di cambiare il tradizionale rapporto tra città e campagna.

Tra le richieste avanzate ci sono anche maggiori approfondimenti sulle invarianti strutturali, misure compensative ambientali e sociali da concordare con l’amministrazione e un adeguato piano di dismissione.

L’area è classificata come non idonea dalla disciplina regionale

C’è poi un’altra criticità rilevante. L’impianto non si trova in un’area classificata come idonea dalla normativa nazionale.

Questo, precisa la Regione, non impedisce automaticamente la sua autorizzazione.

Ma soprattutto il progetto non risulta coerente con la disciplina regionale specifica sul fotovoltaico a terra e con il Piano ambientale ed energetico regionale, perché interessa un’area inserita tra quelle considerate non idonee.

Le fattispecie indicate sono due: “Zone all’interno di coni visivi e panoramici” e “Diversa perimetrazione in aree DOP e IGP”.

Anche in questo caso, però, “non idonea” non equivale a “vietata”.

La stessa Regione spiega che l’inserimento in una di queste aree comporta una elevata probabilità di esito negativo delle valutazioni, ma richiede comunque di analizzare concretamente il singolo progetto.

Inoltre, Iren propone un impianto agrivoltaico avanzato e non un semplice campo fotovoltaico a terra.

Acqua, rumore, polveri: le altre criticità

Quello paesaggistico è il problema principale, ma non è l’unico aspetto affrontato nell’istruttoria.

Arpat aveva inizialmente chiesto approfondimenti su suolo e sottosuolo, terre e rocce da scavo, microclima, emissioni di polveri, rumore ed elettromagnetismo.

Dopo le integrazioni presentate dal proponente, il 5 agosto l’Agenzia aveva però ritenuto che, per le materie di propria competenza, il progetto avrebbe potuto anche essere escluso dalla procedura completa di Via, a condizione di imporre precise prescrizioni.

Tra le questioni ancora da affinare c’erano le stime sulle polveri prodotte dal cantiere, la corretta individuazione dei ricettori, alcuni aspetti relativi all’ambiente idrico e il monitoraggio del microclima.

Una falda che può arrivare a un metro dal piano di campagna

Il decreto dedica spazio anche all’idrogeologia della zona.

I dati della stazione piezometrica di Braccagni mostrano oscillazioni stagionali importanti: nei periodi piovosi la falda può arrivare a circa un metro dal piano di campagna, mentre durante l’estate può scendere fino a circa cinque metri.

Il proponente ha previsto che, se durante gli scavi venissero intercettate acque sotterranee, potrebbero essere impiegati sistemi temporanei di aggottamento.

La Regione evidenzia inoltre la necessità di approfondire la coerenza del modello idrogeologico utilizzato e considera tra i principali rischi della fase di cantiere quello legato a eventuali sversamenti accidentali di sostanze inquinanti.

Il cavidotto attraversa corsi d’acqua e la ferrovia

Anche le opere necessarie per collegare l’impianto alla rete presentano numerose interferenze.

Il cavidotto deve attraversare o correre parallelamente a diversi corsi d’acqua del reticolo idrografico locale e deve inoltre superare la linea ferroviaria Pisa-Roma.

Rete Ferroviaria Italiana ha espresso una posizione favorevole all’opera, ma ha precisato che la soluzione progettuale prevista per l’attraversamento ferroviario dovrà essere modificata e successivamente autorizzata.

Il Genio Civile ha invece ritenuto possibile escludere impatti significativi sui corsi d’acqua, purché vengano rispettate precise condizioni.

Ha però rilevato che la quantità e la categoria d’uso della risorsa idrica attualmente concessa potrebbero non risultare compatibili con le esigenze del progetto, rendendo eventualmente necessaria una modifica della concessione.

Trent’anni di trasformazione

È nelle ultime pagine del provvedimento che la Regione riassume il problema.

Il progetto ha dimensioni rilevanti e introdurrebbe ampie superfici artificiali e riflettenti all’interno di una pianura caratterizzata dal paesaggio agricolo e dalla maglia dei seminativi della bonifica.

L’impatto riguarda non soltanto la superficie fisicamente occupata dai pannelli, ma anche una porzione più ampia di territorio che entra in relazione visiva con l’impianto.

E quell’impatto, scrive la Regione, è «certo ed intenso».

È reversibile, perché teoricamente al termine della vita dell’impianto strutture e pannelli possono essere rimossi, ma è contemporaneamente un impatto di lunghissima durata: può accompagnare il paesaggio fino a 30 anni.

La Regione manda Iren alla Via

Da qui la decisione.

La procedura avviata nei mesi scorsi era una verifica di assoggettabilità a Via. Doveva cioè stabilire se il progetto avesse caratteristiche tali da poter evitare la Valutazione di impatto ambientale completa.

La risposta della Regione Toscana è stata negativa. Non è possibile, sulla base degli studi e delle integrazioni presentate, escludere impatti negativi significativi sul paesaggio.

Iren dovrà quindi eventualmente presentare un progetto a un livello maggiore di dettaglio, corredato dallo Studio di impatto ambientale, affrontando una nuova fase di consultazione degli enti e del pubblico. Solo al termine di quel procedimento potrà essere stabilita la compatibilità ambientale dell’opera.

Quindi non siamo di fronte a un diniego definitivo alla costruzione dell’impianto. Ma nemmeno a un via libera.

La Regione ha stabilito che le criticità sono abbastanza consistenti da rendere necessario il livello di valutazione ambientale più approfondito.

Il vero nodo è il futuro della pianura grossetana

Ed è forse proprio questo il dato più importante contenuto nel decreto. La discussione non riguarda più soltanto se un singolo campo agrivoltaico possa convivere con l’agricoltura.

Il problema diventa quanti impianti possa sopportare complessivamente lo stesso territorio senza cambiare natura.

Un progetto da 20 MW può essere valutato in un modo se isolato nel territorio. Assume un peso completamente diverso se intorno esistono o vengono progettati decine e decine di altri megawatt. E nella pianura grossetana questa non è più un’ipotesi astratta.

Lo stesso decreto regionale elenca, entro un raggio di appena dieci chilometri, una successione di progetti che, considerando solo quelli dei quali viene specificata la potenza, arriva già a oltre 388 MWp.

Non tutti saranno necessariamente autorizzati e realizzati, ma la Regione ha deciso che non è più possibile ignorare lo scenario nel quale una parte consistente di essi possa effettivamente vedere la luce.

Perché a quel punto a cambiare non sarebbe soltanto qualche appezzamento. A cambiare potrebbe essere il volto stesso della pianura della bonifica grossetana.

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