ROCCASTRADA. Trentaseimila pannelli, quasi 20 megawatt di potenza e un investimento da decine di milioni di euro. Ma adesso, intorno al grande progetto agrivoltaico che dovrebbe sorgere nelle campagne di Ribolla, la domanda non riguarda più soltanto dove saranno installati i pannelli.
La domanda è diventata un’altra: chi c’è dietro l’investimento?
Ed è qui che una vicenda nata intorno alla transizione energetica della Maremma assume improvvisamente una dimensione molto più grande.
Perché dietro la società italiana che ha presentato il progetto, la Spv Energy 3 Srl, gli attivisti del collettivo Diritti in Palestina hanno ricostruito una catena societaria che porterebbe alla multinazionale israeliana Shikun & Binui Ltd.
Un gruppo il cui nome compare da anni in documenti e ricerche internazionali sulle attività economiche negli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.
La questione ha già provocato reazioni politiche. Rifondazione Comunista chiede al presidente della Regione Eugenio Giani di fermare l’iter, il Movimento 5 Stelle annuncia battaglia e dal Partito democratico arrivano richieste di verifiche.
Adesso interviene anche Francesco Limatola, che in questa storia ricopre un doppio ruolo: è sindaco di Roccastrada, il Comune nel quale dovrebbe sorgere l’impianto, ed è presidente della Provincia di Grosseto.
E Limatola introduce un’altra questione.
Quella del rischio che dietro la corsa alle rinnovabili possano nascondersi operazioni prevalentemente finanziarie, capaci di utilizzare il territorio senza lasciare benefici proporzionati alle comunità locali.
Il progetto: 36.828 pannelli e quasi 20 megawatt
I numeri contenuti negli atti regionali danno la dimensione dell’intervento. Il progetto “Ribolla” prevede una potenza nominale di 19.955 kWp e l’installazione di 36.828 moduli fotovoltaici bifacciali in silicio monocristallino.
L’area interessata dall’impianto agrivoltaico è di circa 25 ettari, suddivisi in due sotto-aree. Non si tratta, almeno sulla carta, di un impianto fotovoltaico tradizionale.
Il progetto è classificato come agrivoltaico avanzato e prevede il mantenimento dell’attività agricola: coltivazioni erbacee con rotazione quadriennale negli spazi tra i moduli, fiori selvatici e olivi nelle aree esterne.
I pannelli saranno distanziati tra loro di circa 6,1 metri mentre i sostegni, secondo la documentazione progettuale esaminata dalla Regione, avranno una profondità di infissione non superiore a un metro e mezzo.
Poi c’è il problema di portare l’energia prodotta fino alla rete.
Nella configurazione originaria è previsto un cavidotto interrato di circa 16 chilometri: 5,7 chilometri nel territorio di Roccastrada e 10,3 in quello di Grosseto, fino alla zona di Bottegone, vicino all’Aurelia.
La società ha però chiesto a Terna di poter adottare una soluzione decisamente più corta, collegando l’impianto alla stazione elettrica di Ribolla, distante circa 600 metri.
Il territorio aveva già sollevato le criticità
La discussione intorno al progetto non nasce con il caso relativo alla proprietà della società. Le perplessità del territorio erano arrivate molto prima e sono contenute negli stessi atti del procedimento regionale.
L’Unione dei Comuni montana Colline Metallifere, attraverso il settore Urbanistica e Ambiente, ha espresso parere negativo.
Uno dei nodi principali riguarda l’impatto paesaggistico e in particolare l’interferenza dell’impianto con la visuale panoramica percepita dalla frazione di Montemassi: secondo i tecnici dell’Unione, l’intervento non sarebbe compatibile con gli obiettivi di tutela delle relazioni tra gli insediamenti e il paesaggio agricolo circostante.
Anche la Provincia di Grosseto ha evidenziato il peso dell’intervento sul paesaggio agricolo.
Negli atti si parla di un impianto di «notevoli dimensioni» e del rischio che possa costituire un forte elemento di discontinuità rispetto alla campagna circostante, fino a determinarne una possibile artificializzazione.
La Soprintendenza ha espresso parere favorevole per gli aspetti di propria competenza, evidenziando comunque criticità paesaggistiche legate soprattutto alla percezione visiva dell’impianto e alla sua estensione.
Il settore regionale Transizione ecologica e sostenibilità ambientale ha inoltre rilevato che il sito ricade nelle “aree non idonee” individuate dal Piano ambientale ed energetico regionale, per quanto riguarda la classificazione relativa alle aree DOP e IGP.
La società ha replicato che sui terreni interessati dal progetto non vengono effettuate produzioni agroalimentari di qualità.
Limatola: «La transizione energetica è una sfida che dobbiamo vincere»
È su questo terreno che interviene Francesco Limatola. Il sindaco non mette in discussione la necessità di aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Anzi.
«La transizione energetica è una sfida che dobbiamo vincere – dice – ma deve essere compatibile con le vocazioni agricole, paesaggistiche ed economiche dei territori».

È il punto dal quale parte il ragionamento del sindaco di Roccastrada e presidente della Provincia. Perché essere favorevoli alla transizione energetica, sostiene Limatola, non significa considerare automaticamente positivo qualsiasi investimento venga presentato sotto l’etichetta della sostenibilità.
«Non deve esserci spazio per speculazioni travestite da investimenti green», spiega. Ed è qui che il sindaco entra direttamente nel merito del modello societario.
«Progetti da milioni presentati da società con capitali irrisori»
Il passaggio più critico della posizione di Limatola riguarda proprio le società create per sviluppare i grandi impianti energetici.
«Fa riflettere – dice – che vengano presentati progetti da decine di milioni di euro da società con un capitale sociale irrisorio e prive di dipendenti, costituite spesso con l’unico obiettivo di ottenere le autorizzazioni e valorizzare il progetto sul mercato».
Il tema va oltre il singolo impianto di Ribolla. È il modello delle cosiddette Spv, Special Purpose Vehicle, società costituite per sviluppare e gestire una specifica operazione o un determinato progetto.
Una pratica utilizzata normalmente anche nel settore energetico e che, di per sé, non rappresenta un’irregolarità.
Limatola, però, pone una questione politica: quanto valore produce davvero sul territorio un investimento di queste dimensioni?
«È un modello che rischia di assumere caratteristiche speculative e predatorie – dice – utilizza il territorio come un asset finanziario, consumando suolo e risorse senza garantire un adeguato ritorno economico, occupazionale o sociale alle comunità che ne subiscono gli impatti».
Ed è probabilmente questo uno dei punti destinati ad alimentare maggiormente il confronto sui grandi impianti energetici. Perché la domanda non riguarda soltanto quanta energia venga prodotta ma riguarda anche chi guadagna, chi sopporta l’impatto e cosa rimane sul territorio.
La Regione ha già dato la compatibilità ambientale
Il progetto, intanto, ha già superato un passaggio fondamentale. Il 25 maggio 2026 la giunta regionale ha approvato il provvedimento con il quale è stato espresso giudizio positivo di compatibilità ambientale, subordinato al rispetto delle prescrizioni emerse durante l’istruttoria.
Questo non significa però che l’impianto possa essere realizzato immediatamente. Resta infatti il procedimento relativo all’Autorizzazione unica energetica, necessaria per la realizzazione e l’esercizio dell’impianto.
Ed è proprio mentre ci si avvicina a questo passaggio che è esploso il secondo caso. Quello relativo alla proprietà della società proponente.
Dietro Spv Energy 3
Negli atti amministrativi il nome del proponente è Spv Energy 3 Srl, società con sede a Milano. Poi l’attivista Annibale Quaresima, del collettivo Diritti in Palestina, ha approfondito la struttura societaria.
Secondo la ricostruzione del Comitato, dalla società italiana si arriverebbe, attraverso la controllata europea con sede nei Paesi Bassi Shikun & Binui Energy Europe B.V., alla multinazionale israeliana Shikun & Binui Ltd.
È questo passaggio ad aver trasformato il caso Ribolla da una controversia territoriale sulla transizione energetica a una questione con implicazioni politiche internazionali.
Shikun & Binui e i territori occupati
Il nome di Shikun & Binui compare da anni in documenti e ricerche internazionali riguardanti attività economiche negli insediamenti israeliani.
Nel 2012 il ministero delle Finanze norvegese escluse Shikun & Binui dall’universo degli investimenti del Government Pension Fund Global, sulla base della raccomandazione del Council on Ethics relativa al coinvolgimento della società nella costruzione di insediamenti a Gerusalemme Est.
Il gruppo compare inoltre nelle ricerche di Who Profits, centro indipendente che monitora il coinvolgimento delle imprese nell’occupazione israeliana.
Sono questi elementi ad aver spinto il Comitato Diritti in Palestina e alcune forze politiche a chiedere alla Regione di approfondire la catena societaria e il rapporto tra la società proponente e il gruppo israeliano.
Limatola: «Se confermato, serve il massimo livello di attenzione»
Su questo punto il sindaco sceglie parole molto precise. Non dà per accertate le contestazioni, ma chiede che siano le istituzioni competenti a verificarle.
«A maggior ragione – dice Limatola – qualora trovassero conferma le notizie relative a presunti collegamenti societari con soggetti che operano nei territori occupati e che sono oggetto di gravi contestazioni sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, sarebbe indispensabile il massimo livello di attenzione, trasparenza e lo svolgimento di ogni opportuna verifica da parte delle istituzioni competenti».
È una posizione che tiene insieme i due piani della vicenda: da una parte c’è il rapporto tra grandi investimenti energetici e territori, dall’altra c’è la provenienza dei capitali e la responsabilità delle società che investono.
Rifondazione chiede a Giani di fermare l’iter
Intanto la questione è arrivata direttamente sul tavolo della politica regionale. Rifondazione Comunista Toscana ha chiesto al presidente della Regione Eugenio Giani di fermare il procedimento autorizzativo e approfondire la struttura proprietaria della società.
Secondo Rifondazione, se venisse confermato il collegamento denunciato dagli attivisti, autorizzare l’investimento sarebbe in contraddizione con le posizioni assunte dalla Toscana sulla Palestina.
Il caso è arrivato anche a Festambiente. L’assessore regionale all’Ambiente David Barontini ha spiegato di voler conoscere nel dettaglio gli elementi della pratica prima di assumere una posizione definitiva.
Anche il deputato del Partito democratico Marco Simiani ha chiesto che venga accertata con precisione la struttura dell’impresa.
La posizione espressa dal parlamentare dem è chiara: qualora emergessero attività economiche collegate allo sfruttamento illegittimo dei territori, la questione dovrebbe essere affrontata non soltanto dal presidente della Regione ma a livello politico più ampio.
Sul fronte contrario al progetto è intervenuto anche il Movimento 5 Stelle, annunciando sostegno alla posizione del sindaco di Roccastrada e la volontà di opporsi all’impianto qualora venissero confermati gli elementi denunciati sulla proprietà.
«La transizione ecologica deve essere anche etica»
Ed è proprio Francesco Limatola a riportare la discussione al punto di partenza: l’energia.
Perché nessuno, almeno tra le istituzioni che stanno sollevando dubbi sul progetto, mette in discussione la necessità di abbandonare progressivamente le fonti fossili.
La questione è come farlo e soprattutto con quali regole. «La transizione ecologica deve essere anche una transizione etica – dice Limatola – oltre alla sostenibilità ambientale servono trasparenza, responsabilità sociale, rispetto delle comunità locali e piena osservanza del diritto internazionale e dei diritti umani».
Una frase che, alla fine, riassume l’intero caso Ribolla. Perché qui ormai non si discute soltanto di 36.828 pannelli e quasi 20 megawatt ma si discute di chi presenta i progetti, di chi li finanzia, del rapporto tra investitori e territori, delle ricadute economiche e occupazionali per le comunità, della provenienza dei capitali e della responsabilità sociale delle imprese.
E naturalmente si discute di energia.
La sfida è produrne sempre di più da fonti rinnovabili senza trasformare le campagne della Maremma semplicemente nel terreno sul quale costruire asset finanziari destinati a produrre valore altrove.
È questa, adesso, la domanda che arriva da Roccastrada alla Regione Toscana. Non soltanto quanta energia produrrà Ribolla. Ma quale prezzo dovrà pagare il territorio e a chi andrà davvero il valore prodotto.





