Entrano nel canile di Ribolla e rivedono i cani trasferiti: «Erano spaventati. Non li abbandoneremo» | MaremmaOggi Skip to content

Entrano nel canile di Ribolla e rivedono i cani trasferiti: «Erano spaventati. Non li abbandoneremo»

Quattro volontari del canile La Botte di Scarlino hanno visitato la Dog Farm dopo il trasferimento degli animali di Massa Marittima. L’incontro con il gestore e le domande sull’organizzazione della struttura: «Come si garantiscono sgambamento e socializzazione a circa 300 cani?»

ROCCASTRADA. Li hanno cercati uno per uno, lungo i corridoi della struttura. Li hanno chiamati per nome e quando hanno potuto li hanno accarezzati. Qualcuno, raccontano, è apparso spaventato, qualcun altro disorientato. In alcuni hanno invece riconosciuto la gioia di ritrovare facce conosciute.

Dopo le proteste, gli appelli e la petizione contro il trasferimento, quattro volontari del canile La Botte di Scarlino sono entrati alla Dog Farm di Ribolla per rivedere i cani provenienti da Massa Marittima trasferiti nei giorni scorsi.

E da quella visita sono usciti con una certezza e molte domande.

La certezza è racchiusa in poche parole: «Noi quei cani non li abbandoneremo».

Le domande riguardano invece l’organizzazione della struttura, il numero degli operatori, lo sgambamento degli animali, la socializzazione, l’accesso dei volontari e le risorse economiche destinate alla gestione.

I volontari entrano alla Dog Farm

A raccontare la visita sono Francesca Marchetti, Marco Vichi, Mina Panebianco e Silvana De Giorgi, volontari del canile La Botte.

Ad accoglierli alla Dog Farm è stato il gestore Matteo Galdi. La struttura è privata e, come sarebbe stato spiegato loro durante la visita, l’accesso dei volontari è regolato secondo le modalità organizzative stabilite dal gestore. L’orario di apertura è di quattro ore al giorno, dal lunedì al sabato.

Poi è arrivato il momento che aspettavano. Quello dell’incontro con i cani.

«Li abbiamo cercati uno a uno»

I quattro volontari raccontano di aver potuto vedere tutti i cani provenienti da Massa Marittima.

«Erano lì, nelle loro gabbie, conformi ai requisiti previsti – spiegano – Alcuni ci sono sembrati spaventati, altri disorientati».

Una valutazione, quest’ultima, legata all’osservazione dei volontari. Sono loro stessi a ricordare che un trasferimento rappresenta comunque un cambiamento per un animale.

«Li abbiamo cercati uno ad uno – dicono – Li abbiamo chiamati, osservati, salutati. E per noi è stato impossibile non commuoverci nel rivedere quei musi che conosciamo così bene».

Ma mentre percorrevano i corridoi della struttura, raccontano, è nata anche una serie di interrogativi.

«Circa 300 cani: come si garantisce lo sgambamento quotidiano?»

È soprattutto il rapporto tra il numero degli animali ospitati e quello degli operatori a essere finito al centro delle domande dei volontari.

Durante la loro visita erano presenti tre operatori oltre al responsabile della struttura.

Da qui la domanda che rivolgono pubblicamente: «Come è possibile garantire quotidianamente sgambamento, socializzazione e adeguata attenzione individuale a circa 300 cani con un numero così ridotto di operatori?».

I volontari sottolineano che alla gestione quotidiana degli animali si aggiungono necessariamente pulizia, alimentazione, controlli e tutte le altre attività necessarie al funzionamento della struttura.

Ed è proprio su questo punto che chiedono chiarimenti.

Il confronto con il gestore

Durante la visita i volontari hanno avuto modo di confrontarsi a lungo con il gestore della Dog Farm.

Uno dei temi affrontati è stato quello della presenza del volontariato all’interno della struttura.

I quattro hanno chiesto se sia possibile predisporre un regolamento che consenta un accesso organizzato e continuativo dei volontari, ampliare gli orari e permettere loro di contribuire maggiormente alle passeggiate, allo sgambamento e alla socializzazione degli animali.

Secondo quanto riferito nel comunicato dei volontari, le difficoltà prospettate dal gestore sarebbero principalmente di carattere logistico, organizzativo ed economico.

Una risposta dalla quale nasce un’altra domanda.

«Se gli operatori sono pochi e devono necessariamente occuparsi anche dell’organizzazione dell’attività dei volontari – osservano – è evidente che questo può sottrarre tempo alla gestione quotidiana dei cani. Ma allora la domanda successiva è inevitabile: perché non aumentare il numero degli operatori?».

L’appello ai sindaci: «Un canile non è un servizio qualsiasi»

La questione, secondo i volontari, non riguarda soltanto chi gestisce materialmente la struttura.

Il loro appello è rivolto direttamente ai sindaci e alle amministrazioni comunali responsabili del servizio.

Il punto centrale della loro posizione è che l’affidamento della custodia degli animali non possa essere valutato soltanto sulla base degli aspetti economici.

«Affidare la gestione e la custodia di centinaia di cani non è come affidare il taglio dell’erba. Non è come affidare la manutenzione di una strada. Non è come costruire un’opera pubblica. Significa affidare la vita di esseri senzienti, capaci di provare paura, dolore, stress, ma anche gioia, affetto e fiducia».

Per questo chiedono che nell’organizzazione del servizio venga attribuito un peso centrale al benessere degli animali.

Le domande su operatori, veterinari e recupero dei cani

L’elenco delle questioni poste dai volontari è lungo.

Chiedono quanti operatori siano necessari per occuparsi adeguatamente di circa 300 cani, garantendo pulizia, alimentazione, sgambamento, osservazione, socializzazione e gestione sanitaria.

Ma vogliono sapere anche quale percorso sia previsto per gli animali che hanno bisogno di recuperare fiducia e socialità o necessitano di un percorso di riabilitazione comportamentale.

E ancora: quale sia il ruolo delle figure professionali specializzate nel comportamento animale e quale presenza veterinaria venga assicurata.

Il nodo principale resta però quello del volontariato.

«Dov’è la possibilità per i volontari di entrare regolarmente e con continuità nella struttura, in un orario il più ampio possibile, per contribuire alla socializzazione, alle passeggiate e allo sgambamento dei cani?».

Secondo i quattro, per quanto hanno potuto constatare durante la visita, questa possibilità oggi non sarebbe garantita nelle modalità da loro auspicate.

«Se servono più risorse, coinvolgete chi conosce i cani»

L’appello alle amministrazioni è anche quello di coinvolgere maggiormente chi opera da anni nel settore.

«Se il problema è economico – dicono – chiedete aiuto a chi conosce davvero la materia: associazioni, esperti di comportamento ed etologia e volontari che da anni lavorano quotidianamente con i cani».

Il loro contributo, sostengono, potrebbe servire anche nella definizione dei capitolati e degli affidamenti, individuando criteri capaci di tenere insieme costi e qualità del servizio.

«Quando si parla di esseri viventi, il criterio del minor costo non può essere l’unico criterio di scelta».

«Non abbandoneremo quei cani»

Alla fine della visita, però, il pensiero torna agli animali trasferiti.

A quei cani che i volontari avevano seguito a Scarlino e che ora hanno ritrovato nelle gabbie della struttura di Ribolla.

«Li abbiamo riconosciuti, chiamati, accarezzati quando ci è stato possibile. Abbiamo visto la loro paura, il loro disorientamento e, in alcuni di loro, anche la gioia di rivedere volti conosciuti».

Ed è da qui che arriva la promessa dei quattro volontari.

«Noi volontari non abbandoneremo quei cani. Non abbandoneremo loro e non abbandoneremo quelli che, purtroppo, potrebbero arrivare domani».

Continueranno, assicurano, a chiedere risposte e a seguire la vicenda.

Perché, concludono, a un cane non devono essere garantite soltanto una gabbia e una cuccia conformi alle norme, ma anche «tempo, attenzione, movimento, socialità, cure e la concreta possibilità di essere adottato e di tornare a vivere una vita vera».

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