FOLLONICA. Sono passati più di cinquant’anni ma il ricordo di quei giorni, e soprattutto di quelle notti, è ancora nitido. Quella di Lido Baroni è una storia fatta di appunti presi in treno, di idee nate all’alba e di serate trascorse in officina a montare, smontare e costruire prototipi.
Una storia iniziata a Livorno e proseguita poi a Follonica, dove Baroni vive ancora oggi con la famiglia. Per capire di cosa si tratta basta andare nel reparto alcolici di un supermercato e guardare il fondo di un qualsiasi fiasco impagliato: lì sotto è stampato un numero. È il brevetto di Lido Baroni.
Fu lui, infatti, a inventare le macchine capaci di impagliare industrialmente il fiasco, uno dei simboli più riconoscibili della Toscana.
L’idea nata da una visita improvvisa
Era il 1970. Baroni, perito tecnico, viveva a Livorno, lavorava a Firenze e aveva da poco avuto un figlio. Una sera suonò alla porta l’amico Bruno Taddei, direttore commerciale della vetreria Balzeretti e Modigliani di Livorno, all’epoca una delle più importanti in Italia per la produzione di fiaschi e bottiglie.
Taddei si presentò con un fiasco impagliato in una mano e una corda di erba palustre nell’altra. La domanda fu diretta: «Lido, come progettista sei in grado di inventare una macchina che consenta di impagliare i fiaschi industrialmente?».
Fino a quel momento, infatti, l’impagliatura dei fiaschi era affidata quasi esclusivamente al lavoro manuale, svolto a domicilio da donne residenti soprattutto tra Toscana e Umbria.
Soprattutto a Empoli la professione della fiascaia era un traino per l’economia.
Un’attività sempre più fragile, perché molte impagliatrici erano anziane e la produzione non riusciva più a soddisfare le richieste delle cantine.
Il mercato americano, in particolare, continuava a chiedere vino nei tradizionali fiaschi impagliati, considerati non solo un contenitore, ma anche un simbolo di qualità e italianità.
Un mercato da milioni di pezzi
Il problema era enorme. Secondo quanto racconta Baroni, il mercato dei fiaschi impagliati da 0,95 e 1,8 litri si aggirava intorno ai 30 milioni di pezzi l’anno: circa 25 milioni erano i tradizionali fiaschi toscani con impagliatura verticale, altri 5 milioni quelli rivestiti con corda avvolta orizzontalmente.
Il lavoro coinvolgeva numerose aziende di impagliatori, i cosiddetti “fiascai”, con un giro d’affari importante. Ma il sistema artigianale stava mostrando tutti i suoi limiti: consegne incerte, produzione discontinua, dipendenza dal lavoro a domicilio e difficoltà nel rispettare gli impegni con le cantine.
Taddei aveva intuito che senza una svolta industriale il fiasco impagliato sarebbe andato incontro a un lento declino.
Gli appunti in treno e il problema del fondello
Baroni accettò di pensarci. Ogni giorno prendeva il treno da Livorno a Firenze per andare al lavoro e rientrava la sera. Proprio durante quei viaggi iniziò a ragionare su come trasformare un gesto artigianale in un processo meccanico.
All’inizio sembrava quasi impossibile. L’erba palustre aveva dimensioni irregolari e non era adatta all’uso su macchine industriali. La svolta arrivò con l’idea di utilizzare una corda speciale di carta, simile alla paglia, già usata per l’impagliatura delle sedie. Era uniforme, resistente e molto simile, alla vista, alla corda tradizionale.
La macchina per impagliare il fiasco era di facile realizzazione ma c’era un ostacolo: il fondello, cioè la parte inferiore del fiasco. Fino a quel momento era un anello chiuso, rivestito a mano. Per Baroni, quel passaggio manuale impediva di parlare davvero di industrializzazione.
La soluzione arrivò una mattina, nel dormiveglia del viaggio verso Firenze: realizzare il fondello non più come anello chiuso, ma come una striscia lineare in plastica, dotata alle estremità di un sistema di chiusura. La striscia poteva essere fasciata industrialmente con la stessa corda del fiasco e poi chiusa a formare il cerchio. Era nata l’idea del brevetto.
Le notti in officina
A quel punto l’avventura prese forma. Accanto a Baroni e Taddei entrò nel progetto Roberto Cini, tecnico della vetreria e socio di un’officina meccanica. Le prove si svolgevano di sera, dopo il lavoro, spesso fino a notte fonda.
Le prime macchine erano prototipi essenziali, costruiti con mezzi limitati ma con grande determinazione. La macchina per fasciare i fondelli fu completata e provata in un fine settimana. I primi test mostrarono subito che il principio funzionava: la corda si avvolgeva correttamente, il fondello prendeva forma e le modifiche necessarie erano risolvibili.
Poi arrivò la macchina per vestire il fiasco. Anche questa fu realizzata come un prototipo ridotto all’essenziale. Durante una prova notturna, con il fondello già rivestito e il fiasco posizionato sulla macchina, bastarono pochi secondi per ottenere il primo fiasco impagliato industrialmente.
«In 30 secondi il fiasco era pronto», ricorda Baroni.
Il primo ordine: 600mila fiaschi
Il risultato convinse tutti. I primi campioni furono mostrati alle cantine e la risposta non tardò ad arrivare.
Poco dopo giunse un ordine destinato a segnare la svolta: 600mila fiaschi “Rosatello Ruffino” rivestiti a macchina. Per Baroni e i suoi compagni di avventura fu la conferma che l’idea non era soltanto valida dal punto di vista tecnico: poteva diventare un’attività industriale vera.
Nel frattempo furono depositate le richieste di brevetto. Il primo, relativo alla fasciatura del fondello, porta la data del 18 dicembre 1970. Altri brevetti seguirono nei mesi e negli anni successivi, legati alle macchine e al sistema di rivestimento del fiasco.
Dalla prova alla produzione
La società fu costituita nel dicembre del 1970 e l’attività partì all’inizio del 1971. La produzione iniziò con poche macchine e personale giovane, formato direttamente sul posto. Tutte donne. Le prime operaie impararono rapidamente il funzionamento delle attrezzature.
La produzione crebbe in fretta: dalle prime centinaia di pezzi al giorno si arrivò a diverse migliaia, con punte di 5.500 fiaschi al giorno e, in seguito, anche di più.
Una storia tecnica e umana
L’avventura industriale ebbe poi sviluppi complessi ma per due anni fu il fiore all’occhiello di Baroni. La società cessò l’attività a Livorno nel gennaio del 1972 e le quote di Baroni, Cini e Taddei furono cedute ai soci del settore, con trasferimento dell’attività verso Figline Valdarno e Poggibonsi. Baroni non si licenziò mai dal suo lavoro, continuando a fare il pendolare fino al trasferimento a Torre del Sale, vicino a Follonica.
«Fu una bella vicenda tecnica, umana e di amicizia vera – racconta – nata tra tre giovani livornesi trentenni e due imprenditori audaci. Insieme riuscimmo a salvare un’attività tipica artigianale toscana da morte sicura, trasformando un sogno inimmaginabile in un’attività industriale».
Una storia nata da un fiasco appoggiato su un tavolo e diventata brevetto, macchina, impresa. E oggi anche memoria di un pezzo di Toscana.



