GROSSETO. «Come si farà senza di te?».
La domanda arriva quasi sottovoce, con quel misto di ironia e affetto che accompagna sempre gli addii importanti. Mauro Breggia sorride, si prende un attimo, poi risponde con una frase che sembra semplice ma dentro contiene tutta la sua idea di medicina, di lavoro, forse anche di vita: «Tutti sono utili, nessuno è indispensabile nella vita».
Eppure è difficile pensare al pronto soccorso di Grosseto senza associare il suo nome. Perché per oltre quarant’anni di medicina, e per quasi trent’anni alla guida dell’emergenza, Breggia è stato molto più di un primario: è stato una presenza costante, una figura riconoscibile, una di quelle persone che, nel momento in cui tutto si rompe, restano ferme al loro posto.
Per i colleghi era un punto di riferimento. Per molti pazienti, una salvezza.
Per chi ha condiviso turni, notti e decisioni difficili, semplicemente: “Babbo Breggia”.
Dal 1° di maggio Mauro Breggia è in pensione. E ci è venuto a trovare in redazione a MaremmaOggi, dove è nata questa intervista.

La scelta che cambia tutto: «Indeciso tra legge e medicina»
La sua storia non nasce da una vocazione precoce o da un destino già scritto. Anzi.
«Sono rimasto indeciso fino ai 18 anni tra legge e medicina», racconta, tornando indietro a quando tutto doveva ancora cominciare. «In famiglia c’erano più giuristi che medici».
Poi, quasi all’ultimo, la scelta. Medicina. Siena.
«Ho fatto tutto lì: liceo, università, specializzazione. Siena è stata la mia casa per tanti anni».
Si laurea nel 1980. A 24 anni è già dentro la professione, senza passaggi intermedi, senza filtri.
«All’epoca si cominciava subito. Guardie mediche, sostituzioni. Si entrava e si faceva. Era un altro mondo, molto più diretto».
Un mondo dove si imparava facendo, spesso senza rete, ma con una responsabilità che ti costringeva a crescere in fretta.
I maestri e la chirurgia vera
Gli anni della formazione sono quelli che ti segnano davvero. All’Istituto di Patologia chirurgica di Siena, sotto la guida del professor Bernardino Rocco, con figure come Alfonso Carli e soprattutto Lorenzo Mariani, Breggia costruisce le basi del suo mestiere.
Ma già allora capisce una cosa: non è fatto per restare chiuso nelle dinamiche universitarie.
«Non mi piacevano certi meccanismi. Io volevo stare tra la gente, volevo fare il medico davvero».
E così arriva Volterra.
Tre anni che definisce senza esitazioni fondamentali.
«Era un ospedale piccolo ma completo. Lì facevamo chirurgia generale vera, con responsabilità diretta. È stata una palestra incredibile».
Accanto a lui il dottor Capecchi, una figura che ricorda con rispetto e riconoscenza.
Grosseto, la crescita e la grande chirurgia
Nel 1990 arriva a Grosseto, richiamato da quella parola data a Mariani.
«Era una Grosseto molto diversa da quella di oggi, anche come ospedale».
Sono anni di crescita, di entusiasmo, di costruzione. Con Mariani si sviluppa quella che lui stesso definisce “grande chirurgia”: interventi complessi, aorta, pancreas, fegato, esofago.
Poi arriva un altro nome destinato a lasciare il segno: Pier Cristoforo Giulianotti, il padre della robotica, ora responsabile della Chirurgia dell’Università dell’Illinois, a Chicago, che porterà con sé una visione nuova, internazionale.
«Con lui ho avuto un rapporto di grande stima reciproca».
Ed è proprio Giulianotti a metterlo davanti alla scelta che cambia tutto.
La svolta: «Scelsi il pronto soccorso»
«Mi disse: o toracica o pronto soccorso. Gli dissi “entrambe”, ma mi chiese di scegliere. E io scelsi il pronto soccorso».
Non è una decisione casuale. È una scelta coerente con quello che aveva dentro fin dall’inizio.
«L’emergenza ce l’avevo dentro. Mi ci riconoscevo completamente».
Nel 2000 diventa direttore di struttura complessa. E da quel momento si dedica totalmente a quel mondo.
«Mi sono buttato anima e corpo. È stata una scelta totale».
Il pronto soccorso che nasce davvero
Quando prende in mano il pronto soccorso, la situazione è molto diversa da quella di oggi.
«Era una stanzona, pochi spazi, poche risorse. Ma c’era tanta voglia di fare».
Nel corso degli anni, quel pronto soccorso è cresciuto in modo impressionante anche nei numeri. «Quando abbiamo iniziato eravamo intorno ai 37-38 mila accessi l’anno, oggi siamo arrivati a sfiorare i 77-78 mila», racconta.
Un raddoppio che fotografa non solo l’evoluzione della struttura, ma anche il ruolo sempre più centrale del pronto soccorso come porta di ingresso dell’intero sistema sanitario.
Con il supporto di figure come il direttore generale Gianfranco Salvi e il direttore sanitario Enrico Desideri, inizia un percorso di trasformazione profondo.
Non è solo una questione di spazi o strumenti. È un cambio culturale.
Il triage: dare ordine al caos
Nel 1999 arriva una delle innovazioni più importanti.
«Abbiamo introdotto il triage, tra i primi in Toscana. Vuol dire dare un metodo scientifico alle priorità».
Fino a quel momento, molte decisioni erano affidate all’esperienza, all’intuito.
«Si rischiava di sottovalutare un caso grave perché il paziente sembrava tranquillo. Il triage serve proprio a evitare questi errori».
E insieme al triage cambia anche il ruolo degli infermieri, che diventano parte attiva e fondamentale del sistema.
Un sistema diventato ancora più indispensabile proprio alla luce dell’aumento costante degli accessi: gestire quasi ottantamila pazienti l’anno senza un’organizzazione strutturata sarebbe semplicemente impossibile.
Il 118 e la costruzione della squadra
Un’altra intuizione decisiva è quella di integrare i medici del 118 dentro il pronto soccorso.
«Li ho portati dentro e ho dato loro dignità. All’inizio non è stato semplice».
C’erano dubbi, resistenze, soprattutto sul tema delle responsabilità.
«Mi chiedevano: di chi è la responsabilità? Me la sono presa io».
Nasce così un modello che oggi è dato per scontato, ma che allora era innovativo. E soprattutto nasce una squadra.
«Se non fai squadra, non esisti. Medici, infermieri, OSS: siamo tutti parte dello stesso sistema».
L’informatizzazione e il ricordo di Tino Santi
Nel 2003 un altro passaggio chiave.
«Con Giuseppe “Tino” Santi informatizziamo il pronto soccorso».
Via i registri cartacei, arriva la tracciabilità.
«È stato un salto enorme, per noi e per i pazienti».
Santi non è solo un collega. È un innovatore.
«Era un mago dell’informatica».
Un ricordo che si porta dietro anche il dolore per la sua scomparsa improvvisa, avvenuta nel 2008 per un incidente stradale.
L’avvento di Pegaso e dell’elisoccorso porta a un nuovo passo avanti: «Un salto di qualità ulteriore, con persone di grande spessore, come David Corsi, Robusto Biagioni, ora Stefano Barbadori e tutte le altissime professionalità che hanno girato e girano attorno a loro».
La bioetica: «Non curiamo organi, ma persone»
In quegli anni matura anche una riflessione più profonda.
«Eravamo troppo paternalistici. Il paziente non veniva coinvolto».
Diventa presidente del primo comitato di bioetica di Grosseto. E cambia prospettiva.
«Non esiste più “porta la colecisti o il fegato in sala operatoria”. Esiste la persona, con la sua storia e il consenso informato».
Le lettere, la gratitudine, la vita
Quindi restano le persone.
«Ho scatoloni di lettere. Gente che mi ha scritto “grazie per avermi salvato”».
Una turista americana, salvata dopo un trauma grave.
«Mi ha mandato le foto di quando è tornata a vivere. Quelle cose non si dimenticano».
Il pronto soccorso pediatrico
È stata una delle battaglie più importanti. Il pronto soccorso pediatrico non è ovunque in Toscana, ma dove c’è si vede la differenza.
«L’ho difeso quando volevano chiuderlo per risparmiare».
Accanto a lui nel tempo Ezio Gabriele Barlocco, storico primario di Pediatria e Neonatologia del Misericordia di Grosseto dal 1996 al 2011, scomparso nel 2023, poi l’attuale direttrice Susanna Falorni e il responsabile del pronto soccorso pediatrico, Luca Bertacca.
«Il bambino non è un piccolo adulto».
La Concordia: «Pensavo fosse uno scherzo»
Ci sono momenti che segnano una carriera.
«Mi chiamano e mi dicono: stanno arrivando 4mila persone. Pensavo fosse uno scherzo».
Era la notte della Concordia. Quel venerdì 13 gennaio del 2012.
Insieme a Danilo Zuccherelli, Robusto Biagioni e a tutto il sistema sanitario, scatta una macchina organizzativa impressionante.
«Abbiamo attivato il protocollo per il massiccio afflusso in tempo reale».
I numeri di quella notte danno la misura di cosa significò davvero quell’emergenza.
«Abbiamo gestito circa 4mila persone sul territorio, ma solo una settantina sono arrivate in ospedale», spiega.
Una differenza enorme, resa possibile proprio dalla scelta organizzativa di creare un punto avanzato di medicazione a Porto Santo Stefano, capace di filtrare e trattare la maggior parte dei casi direttamente sul posto.
«Se non facevamo il punto avanzato di medicazione, non ce l’avremmo fatta».
Una gestione che diventa un caso internazionale. Il modello ancora oggi viene studiato come esempio per affrontare le maxi-emergenze.
«Abbiamo gestito anche una pressione mediatica enorme. Non eravamo abituati, ma ce la siamo cavata bene».
Il Covid: la guerra silenziosa
Se la Concordia è stata una notte, il Covid è stata una lunga guerra.
«Abbiamo capito subito che dovevamo proteggere l’ospedale».
Nascono percorsi separati. Tende fuori dal pronto soccorso. Strutture temporanee nel parcheggio.
«Anche in quel caso i numeri hanno messo a dura prova il sistema: centinaia di accessi al giorno nei momenti più critici, con la necessità di distinguere rapidamente tra pazienti Covid e non Covid per evitare il collasso dell’ospedale.».
Una scelta organizzativa che si rivelerà vincente e che verrà poi adottata anche altrove. «C’erano D’Urso, Dei, Monica Calamai, tutti bravissimi. Alla fine il nostro modello è stato copiato anche altrove».
Ma dietro c’è stata una pressione enorme. Turni massacranti. Paura. Responsabilità. «È stata la sfida più dura».
I colleghi, la memoria, l’eredità
Nel racconto tornano spesso i nomi.
Giuseppe “Tino” Santi, Sabina Carucci. «Voglio che vengano ricordati. Sono parte di quello che abbiamo costruito».
Perché alla fine, dice, la medicina non è mai un lavoro individuale.
«Mi chiamavano Babbo Breggia»
Il soprannome nasce dentro il reparto.
«Si sentivano protetti. Per questo mi chiamavano così».
E lui quella responsabilità l’ha sempre sentita addosso.
Il prezzo e il futuro
Una vita così lascia il segno anche fuori dall’ospedale.
«I miei figli dicevano: quando sarai in pensione vogliamo la reperibilità per noi».
Quattro figli, cinque nipoti. Quindi oggi è il tempo di fermarsi.
«Ho bisogno di riposo. L’adrenalina non scende in un giorno».
La frase che resta
Alla fine di tutto, resta una frase.
Semplice. Chiara. «Il pronto soccorso è la porta della vita».
E forse è questo il modo migliore per raccontare una carriera che non è stata solo lavoro, ma presenza, responsabilità e umanità.



