GROSSETO. Era cominciata come una giornata perfetta. Mare piatto, sole e condizioni ideali per una battuta di drifting al tonno. Lunedì 27 aprile, a circa trenta miglia dalle Formiche, Alessio Casi era in barca con Nicola Coppetelli e Niccolò Barbi. Tutti esperti, tutti pescatori preparati.
Poi, all’improvviso, il mare ha cambiato scena.
L’arrivo dello squalo

All’inizio sembrava uno dei tanti incontri che possono capitare in mare aperto. Uno squalo che passa e se ne va. Ma questa volta è stato diverso.
Il mako, oltre quattro metri di lunghezza, non aveva nessuna intenzione di allontanarsi. Ha iniziato a girare intorno alla barca, lentamente, con la pinna fuori dall’acqua. Un movimento continuo, quasi ipnotico.
Venti minuti così. Sempre lì.
Cosa lo ha attirato
In acqua, i pescatori stavano usando sarde come esca. E per un predatore come il mako, l’odore del pesce è un richiamo fortissimo.
«C’era qualcosa che lo attirava», dice Coppetelli. Forse il cibo. Forse anche la sonda dell’ecoscandaglio, con le sue onde sonore. Fatto sta che lo squalo non se ne andava. Anzi, diventava sempre più insistente.
I colpi contro la barca

«Il rumore lo abbiamo sentito bene», racconta ancora Coppetelli. «Era forte». L’imbarcazione si è mossa per il colpo.
Per cercare di allontanarlo, i tre decidono di liberarsi delle esche. Buttano in mare la cassetta di legno con le sarde.
Una scelta che funziona, ma fino a un certo punto. Lo squalo mangia tutto: il pesce, e anche il legno della cassetta, con la voracità propria della sua razza.
La paura vera (una sola)
Nonostante la scena, in barca la percezione del pericolo è diversa da quella che si potrebbe immaginare. «L’unico timore era scivolare in acqua», spiega Coppetelli. «Per il resto, non abbiamo mai avuto la sensazione di essere in pericolo».

Una consapevolezza da uomini di mare, abituati a certi incontri. Anche se non così ravvicinati.
Una scena da film
Con la pinna fuori e i giri intorno alla barca, la scena ricordava quelle del film “Lo squalo” di Steven Spielberg. Solo che questa volta non c’era nessun set, ma solo mare aperto, silenzio e un predatore vero.
Dopo circa venti minuti, così com’era arrivato, il mako se n’è andato.
Ha ripreso il largo, lasciando dietro di sé la barca e soprattutto un ricordo difficile da dimenticare. E un video, impressionante, di quelli che raccontano il mare per quello che è davvero: bellissimo, potente e imprevedibile. E soprattutto, che lo mostrano per quello che: la casa di animali come il mako, della quale noi siamo ospiti.





