MASSA MARITTIMA. Nel 2016 un’anziana era stata trasportata in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale di Massa Marittima, dopo una caduta avvenuta nella propria abitazione. L’accesso era avvenuto in codice giallo: la paziente appariva confusa ma vigile.
Da quel momento ebbe inizio un ricovero durato 18 giorni che si concluse con la morte della donna per insufficienza respiratoria.
La sentenza: risarcimento oltre il milione di euro
La vicenda è tornata al centro dell’attenzione giudiziaria con la recente decisione della corte d’appello di Firenze, che ha rivisto in modo sostanziale la sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Grosseto nel 2023.
I giudici hanno stabilito un risarcimento complessivo di circa 1 milione e 150 mila euro, oltre a interessi e spese legali, a favore delle figlie della donna, assistite dall’avvocato Paolo Stolzi.
Secondo la corte, il precedente risarcimento – pari a circa 140 mila euro – non teneva conto di tutti i danni subiti e non rifletteva adeguatamente la gravità delle responsabilità emerse.
Le responsabilità dei sanitari secondo i giudici
Dagli atti processuali risulta che, nella fase iniziale in pronto soccorso, la paziente era stata sottoposta alle indagini diagnostiche appropriate, legate a un episodio sincopale e a un trauma cranico-facciale.
Le criticità sarebbero invece iniziate dopo il trasferimento in reparto. Secondo la corte d’appello, la gestione clinica successiva non sarebbe stata adeguata, nonostante il quadro non presentasse particolari difficoltà terapeutiche.
Mancata idratazione, antibiotici errati e nessuna visita specialistica
La corte d’appello, composta dai giudici Dania Mori (presidente), Maria Teresa Paternostro e Claudia Caporali, ha evidenziato una serie di gravi omissioni. In particolare, non sarebbe stata richiesta una consulenza specialistica nonostante i problemi renali evidenti.
La donna non sarebbe stata trattata con una terapia antibiotica appropriata in presenza di una successiva infezione polmonare e soprattutto, non sarebbe stata né nutrita né idratata in modo corretto.
Il nodo centrale: la grave disidratazione
L’aspetto ritenuto più rilevante riguarda proprio la gestione dei liquidi. Durante il ricovero la donna era stata sottoposta anche a diuretici e aveva manifestato ripetuti episodi di vomito, senza che fosse garantito un apporto idrico adeguato.
In sentenza si legge che «la paziente è stata privata di circa il 50% dei liquidi corporei indispensabili», nonostante perdite certe e abbondanti, aggravate da salassi e clisteri ripetuti.
«Inadempienze in contrasto con la prassi medica»
Per la corte d’appello di Firenze, le condotte dei sanitari «hanno contribuito in modo diretto al decesso della paziente» e rappresentano «inadempienze che contrastano palesemente con le doverose regole di condotta già consolidate nella prassi diagnostico-terapeutica».
Sulla base di queste valutazioni, i giudici hanno proceduto a un ricalcolo complessivo dei danni, includendo ulteriori voci risarcitorie.
La condanna definitiva all’Azienda sanitaria
Il risultato è una condanna che supera il milione di euro, somma che l’azienda sanitaria dovrà corrispondere alle figlie della donna, chiudendo – almeno sul piano civile – una vicenda che ha segnato profondamente una famiglia e riacceso l’attenzione sulla qualità dell’assistenza ospedaliera.





