Incidente di caccia a Tirli, il rispetto prima di tutto: basta insulti sui social | MaremmaOggi Skip to content

Incidente di caccia a Tirli, il rispetto prima di tutto: basta insulti sui social

Dopo il morto a caccia a Tirli, sui social esplodono insulti e accuse. Eppure quando c’è una vita spezzata le tifoserie devono tacere
Una veduta di Tirli e la vittima dell'incidente a caccia, Renato Maestrini
Una veduta di Tirli e la vittima dell’incidente a caccia, Renato Maestrini

TIRLI. Ogni volta che accade un incidente di caccia, il copione è sempre lo stesso: prima ancora che si sappia cosa è successo davvero, scatta la corrida dei commenti. Basta leggere quello che è apparso sotto la notizia per rendersene conto: accuse, generalizzazioni, insulti, livore. Un clima che travolge tutto, anche il buon senso.

Eppure, questa volta – come sempre quando c’è una vita spezzata – ci sarebbe solo da stare in silenzio.

Due famiglie distrutte, prima delle polemiche

Un uomo di 80 anni è morto.

Un altro, molto più giovane, ha sparato, e oggi porta sulle spalle un peso che non perderà mai: quello del rimorso. Due persone amate in una piccola comunità, quella di Tirli, distrutta dal dolore.

Prima delle indagini, prima dei rilievi, prima di qualunque verità ufficiale c’è questo: due famiglie distrutte, due vite segnate per sempre. E usare questo dolore per alimentare tifoserie è qualcosa che va oltre ogni limite.

Commentare senza sapere è violenza

Nei commenti si vede di tutto: chi parla senza conoscere la dinamica, chi offende i cacciatori in blocco, chi confonde la rabbia personale con il diritto di giudicare. Commenti spesso buttati giù di pancia, molte volte con errori di grammatica e discorsi contorti.

La verità, però, è che nessuno dei commentatori conosce ciò che è accaduto. Lo ricostruiranno gli inquirenti, non i social.

Scrivere senza sapere è un’altra forma di violenza: meno visibile, ma non meno grave.

Il rispetto non è un optional

Il punto non è essere favorevoli o contrari alla caccia. Il punto è che una morte non è mai un pretesto per sfogare odio.

Quando c’è di mezzo una vita – e qui ce ne sono due travolte – il rispetto viene prima di tutto. E chi insulta, provoca o attacca da dietro una tastiera sembra dimenticare che dall’altra parte ci sono esseri umani, non bersagli.

Una comunità si vede nei momenti difficili

Le comunità si riconoscono dal modo in cui reagiscono al dolore. Non urlando, non offendendo, non trasformando una tragedia in un’arena virtuale.

Il minimo che si possa fare, oggi, è rinunciare alle tifoserie e fermarsi un attimo. Perché quando una vita si spezza, il silenzio vale più di mille commenti inutili.

Autore

Riproduzione riservata ©

pubblicità

Condividi su

Articoli correlati