1 dicembre: Giornata mondiale per la lotta all’Aids, la lettera di don Enzo | MaremmaOggi Skip to content

1 dicembre: Giornata mondiale per la lotta all’Aids, la lettera di don Enzo

La memoria, il dolore, i progressi: perché non possiamo smettere di parlarne. L’invito di don Enzo Capitani a non perdere il ricordo
Don Enzo Capitani, prete a Grosseto e cittadino nel mondo
Don Enzo Capitani

GROSSETO. La Giornata mondiale per la lotta all’Aids, istituita il 1° dicembre, non è solo una ricorrenza. È un monito. Un tempo da dedicare alla memoria, alla consapevolezza e al riconoscimento di una ferita collettiva ancora aperta.

L’Aids è stato per anni un ospite indesiderato: temuto, nascosto, giudicato. Ancora oggi, in molte forme, continua ad esserlo. A parlare è don Enzo Capitani, presidente del Ceis e direttore della Caritas di Grosseto, che affida la memoria di quello che la nostra città ha vissuto a una lunga lettera che pubblichiamo. 

Grosseto negli anni ’80 e ’90: quando l’Aids era sinonimo di paura

«Fine anni ‘80 e primi anni ‘90. In Maremma, come nel resto d’Italia, un nome comincia a circolare con terrore: Aids.
Tra i tossicodipendenti si diffonde la convinzione che non ci sia via di scampo: una malattia sconosciuta, incurabile, con un solo destino possibile. Per molti l’overdose appare persino una scelta «più rapida» rispetto a un lento declino tra isolamento e sofferenza.

Nel reparto allora chiamato «isolamento» – solo più tardi definito malattie infettive – chi riceveva quella diagnosi veniva inghiottito dalla paura collettiva. Le famiglie, spesso, erano sole a reggere il dolore, tra vergogna e giudizi. Non c’erano solo pazienti, ma persone condannate due volte: dal virus e dal pregiudizio».

Storie che non si dimenticano: la malattia, la solitudine, la carezza attesa

«Molti giovani hanno affrontato la morte chiedendo una mano da stringere, una presenza che rompesse l’ultimo buio. C’è chi implorava di non essere lasciato solo negli ultimi istanti, chi chiedeva una carezza, un segno di umanità.

C’è chi, stremato dal dolore, domandava di porre fine alle cure, sfinito dalla lunga battaglia.
Uno di loro disse: «La differenza tra me e te la fa il mio orologio, che suona ogni tre ore per ricordarmi di prendere le medicine: il tuo no».

Parole che ancora bruciano, e che non devono essere dimenticate.

Medici, infermieri, volontari: chi ha portato speranza dentro il dolore

«Accanto alla sofferenza c’erano però uomini e donne che hanno scelto di restare. Di non voltarsi.
A Grosseto, tra i primi a dedicarsi con competenza e umanità alla gestione dei pazienti con Aids, va ricordato il dottor Giomi. A lui seguirono il dottor Mario Toti – che fece nascere e crescere un reparto d’avanguardia – e oggi la dottoressa Nencioni, che porta avanti quella stessa missione con la sua equipe.

Fondamentale fu anche il contributo dei volontari dell’associazione La Strada, che istituirono un hospice in una casa privata: un luogo di accompagnamento, non di abbandono.
Uno psicologo, assistenza continua, gruppi di sostegno per malati e familiari: un presidio umano prima ancora che medico».

Oggi l’Aids non è più una condanna, ma il silenzio resta un pericolo

«Oggi la terapia ha cambiato tutto. Non esiste ancora un vaccino, ma i farmaci permettono di convivere con il virus. L’Aids è diventato una malattia cronica, non più una sentenza immediata.

Eppure, resta un’ombra. Se ne parla meno, spesso lo si nasconde dietro sigle e numeri. Ma ignorare significa tornare indietro. La prevenzione si fa con la conoscenza, non con il silenzio.

Ricordare è l’unico antidoto alla paura».

Io ricordo

«Ricordo chi non c’è più, chi ha lottato, chi ha sofferto.
Ricordo chi ha curato, chi ha sostenuto, chi è rimasto vicino.
Ricordo perché il passato abbia un futuro diverso».

 

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