GROSSETO. La Resistenza in Toscana ha anche un volto femminile. Un volto spesso rimasto in ombra, coperto da una narrazione eroica quasi tutta al maschile. Eppure tra il 1943 e il 1945 furono molte le donne che scelsero di partecipare alla lotta contro il nazifascismo, nella clandestinità, come staffette, informatrici, combattenti o protagoniste della ricostruzione politica nel dopoguerra.
A loro è dedicato “Libere voci. Ballate per le donne nella Resistenza”, il progetto promosso da Isgrec, in partenariato con AnimaScenica Teatro e con la Commissione pari opportunità della Provincia di Grosseto, che sarà presentato domenica 8 marzo alle 17.30 nella sala pegaso del palazzo della Provincia di Grosseto.
Le storie di alcune donne, attraverso il progetto, diventano ballate, per ricordare chi ha lottato con furore, astuzia e perseveranza l’occupazione nazifascista, liberando l’Italia. E lo ha fatto in un momento storico il cui l’essere donna significava essere madre e moglie, non una combattente. Loro hanno portato informazioni, nascosto partigiani e imbracciato un fucile per la nostra libertà.
“Libere voci. Ballate per le donne nella Resistenza”
Il progetto unisce la ricerca storica e il linguaggio artistico: le storie emerse dagli archivi diventano ballate, testi e musiche originali, trasformandosi in uno spettacolo di teatro-canzone pensato anche per le scuole e per la trasmissione della memoria alle nuove generazioni.
L’iniziativa si inserisce nel lavoro avviato dagli istituti toscani della Resistenza in occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione, con l’obiettivo di costruire un “album di famiglia” dedicato alle donne che attraversarono quegli anni decisivi.
La presentazione, introdotta dalla direttrice Isgrec Ilaria Cansella, sarà preceduta da un flash mob dedicato alla partigiana di Santa Fiora Wanda Parracciani e offrirà un’anteprima dello spettacolo con la regia di Irene Paoletti e le musiche di Emanuele Bocci.
Le storie: sei donne, sei scelte di libertà
Assunta Clementi (1898), fu la madre del partigiano Primo Rosi e informatrice della banda di Tirli-Castiglione della Pescaia. Portava messaggi, viveri e informazioni “con le gambe”, sempre da sola. Il 13 giugno 1944 fu uccisa da una pattuglia nazifascista. Il suo nome è inciso sulla lapide del Palazzo della Provincia.
Caterina Sellari (1914), fu attiva nel comando militare di Grosseto fin dal settembre 1943, garantì collegamenti, materiali e armi tra le formazioni partigiane. Riconosciuta patriota, la sua figura è rimasta a lungo in secondo piano rispetto a quella del marito Antonio Meocci.
Mariella Gori (1923), da appena sedicenne partecipò alla nascita delle prime bande maremmane. Staffetta armata di pistola Beretta, raccolse viveri e informazioni per la formazione guidata da Sante Arancio. Dopo la guerra fu riconosciuta partigiana combattente.
Licena Rosi (1901), fu un’antifascista convinta, seguì il marito al confino e poi divenne staffetta in Garfagnana. Nel dopoguerra entrò nel consiglio comunale di Grosseto e fu assessora all’istruzione, contribuendo alla ricostruzione culturale della città.
Sofia Orlandini (1911), è una figura riemersa recentemente dagli archivi, nascose membri del comitato militare e soccorse feriti durante la liberazione di Grosseto, distinguendosi per il suo spirito di abnegazione. Fu riconosciuta patriota.
Virginia Cerquetti (1917), invece, partecipò alla nascita della formazione partigiana di Manciano. Costretta alla macchia, combatté anche in gravidanza e diede alla luce la figlia all’accampamento partigiano nel febbraio 1944. Fu riconosciuta partigiana combattente.
Un progetto che prova a ricucire una memoria rimasta a lungo frammentata. Perché raccontare queste storie non significa solo guardare al passato, ma capire da dove nasce l’idea stessa di libertà e democrazia che ancora oggi ci riguarda.




