«Se per un punto a tennis l'ufficiale costringe mio figlio a smettere» Skip to content

«Se per un punto a tennis l’ufficiale costringe mio figlio a smettere»

LA LETTERA. L’avvocato Riccardo Lottini racconta la lite di due ore con un alto ufficiale dei carabinieri. In campo c’era suo figlio: «Sono amareggiato»
Palla dentro o palla fuori: per un punto a tennis due ore di lite, fra un alto ufficiale e un ragazzo di 21 anni. La lettera del padre
Palla dentro o palla fuori: per un punto a tennis due ore di lite, fra un alto ufficiale e un ragazzo di 21 anni. La lettera del padre

GROSSETO. Riccardo Lottini, avvocato grossetano, ci manda questa lettera su quanto avvenuto in un torneo di tennis nel quale giocava suo figlio. E che lo ha lasciato molto amareggiato.

«Ieri sera sono andato a vedere mio figlio giocare un torneo di tennis. Era il suo compleanno, al termine avremmo mangiato qualcosa insieme. Una serata tranquilla in famiglia. Così almeno pensavo».

«In un istante, però, la partita si è animata, perché mio figlio ha ritenuto che lo smash dell’avversario fosse fuori. L’altro giocatore, invece, era di contrario avviso e insisteva per il riconoscimento del punto, pretendendo di vedere il segno sulla terra rossa lasciato dalla pallina».

«Inizia una discussione, in cui entrambi rimangono sulle loro posizioni, mio figlio non riesce a individuare il segno, ma dichiara di essere sicuro della chiamata. Ad un certo punto, l’altro giocatore inizia a innervosirsi, ad alzare in modo innaturale la voce».

«Urla, dicendo che “non ci sta a farsi prendere in giro da un ragazzino”, che il punto era suo e che non lo avrebbe concesso all’avversario e frasi simili, digrigna i denti e corre nell’altra parte del capo, aggirando la rete e dirigendosi verso la parte del campo in cui mio figlio si trovava».

«Non pronuncia offese, neppure minacce, ma si avvicina con fare aggressivo, urlando: “il punto è mio, lo prendo io!”. Ingenerando in me il timore che dalle parole l’uomo passasse ad altro. Mi alzo dalla tribuna, andando incontro e facendo notare l’inopportunità di un tale comportamento, soprattutto tenuto da un adulto di 50 anni circa, nei confronti di uno di 21 che non aveva mai alzato la voce o detto nulla di diverso che non portare avanti la propria tesi».

«L’uomo mi dice che quando si è avvicinato, mio figlio gli ha detto che “non è capace di giocare a tennis”, dice che lui invece gioca centinaia di tornei l’anno, continua ad urlare, tant’è che dall’altro campo si lamentano per i rumori».

«Mantengo la calma, e invito mio figlio a lasciare il campo»

«Cerco di essere più educato possibile, mi trema la voce, ma mantengo la calma, non alzo i toni, dicendo che da un uomo della sua età mi sarei aspettato più contegno, a prescindere da chi avesse ragione sul punto a cui, a me, non interessava nulla. La scena dura alcuni minuti, la calma non torna, invito allora mio figlio a lasciare il campo, perché non vi sono le condizioni di serenità per giocare un torneo amatoriale». 

«Mio figlio, che dopo mi dirà che anche a lui tremavano le gambe, preferisce non continuare e la partita si interrompe. Questa non era l’intenzione dell’avversario, però oggettivamente non aveva più senso andare avanti. I suoi amici, la fidanzata e la mia compagna, che hanno assistito alla scena, sono rimasti basiti, chiedendomi come fossi riuscito a stare così calmo».

L’uomo è un ufficiale dei carabinieri

«Andiamo a mangiare, qualcuno mi dice che l’uomo è un ufficiale dei carabinieri, che lavora in una provincia diversa, venuto a Grosseto appositamente per il torneo, come sembra avesse già fatto altre volte».

«A quel punto, decido di andarci a parlare, perché voglio esprimergli, sempre con educazione e pacatezza, che dopo aver saputo che era un carabiniere, il mio disappunto era maggiore. Io, avvocato, ho molto rispetto dell’Arma e mi aspettavo, da un uomo che vi appartiene, maggiore contegno e autocontrollo».

«L’uomo mi risponde con frasi del tipo: “siete tutti uguali, venite in caserma e difendete i vostri figli; se avessi mancato di rispetto io a uno di cinquanta anni, mio padre mi avrebbe preso a manate e invece tu lo difendi”, ed ancora “cosa c’entra il fatto che io sia un carabiniere? Sono qui come giocatore di tennis”».

«Mio figlio, presente, insiste educatamente a far valere le proprie ragioni, per tutta risposta l’uomo gli risponde, per ben due o tre volte, “sei un buffone”, sempre con tono alterato. Dopo aver fatto notare che “buffone” è un’offesa si scusa, ma continua a proferire frasi del tipo, “tanto questa partita non l’avresti mai vinta” (mio figlio stava vincendo 5 a 2, ma si tratta di un dettaglio secondario), “andate a vedere su internet chi sono io” (riferendosi non al ruolo di carabiniere, a cui ha fatto un breve cenno solo dopo che io lo avevo scoperto, ma di giocatore di tennis)».

«Due ore di discussione, poi scopro che è un alto ufficiale con ruoli di comando»

«La discussione è durata quasi due ore. La notte non sono riuscito a dormire, la mattina sono andato a vedere su internet chi fosse l’uomo con cui avevamo discusso per un (dalla mia prospettiva) insignificante punto di un torneo amatoriale e mi sono accorto che non era un ufficiale qualsiasi, ma un alto ufficiale dei carabinieri con importanti incarichi di comando (a cui lui  –  per onestà – non ha mai fatto cenno)».

«Sono rimasto ancora più amareggiato. Spesso leggiamo fatti di cronaca in cui figure di riferimento (genitori, allenatori, dirigenti) tengono comportamenti sopra le righe, incompatibili con i valori che dovrebbero animare gli sport, soprattutto quelli dilettantistici. Mai mi sarei aspettato, da un uomo delle istituzioni, sicuramente rispettato per la sua professionalità ed esempio nella vita quotidiana, comportamenti che non considero accettabili».

«Può, la chiamata su un punto che non si condivide, giustificare urla e comportamenti aggressivi tali da indurre un ragazzo di 21 anni a smettere di giocare una partita di un torneo perché non si sente sereno?»

«Premetto che mai sono entrato in una qualche caserma per giustificare le azioni di mio figlio. Ma se un giorno sbagliasse e dovesse accadere, spero trovi comportamenti diversi da quelli a cui ho assistito. Non ho motivo di dubitare che l’uomo, quando è in divisa, tenga comportamenti professionali e ineccepibili. Mi piace pensare che volesse intendere proprio questo quando ha detto che lui, in quella veste, era un “solo un giocatore di tennis”».

«Vorrei che l’ufficiale mi rassicurasse, dando un esempio»

«Ammetto anche che aver tenuto comportamenti non edificanti una volta, non vuol dire che ci si comporti sempre così. Mi piacerebbe però che l’ufficiale mi rassicurasse. Non chiedesse scusa a mio figlio, che il giorno dopo commentava l’episodio con un sorriso».

«Mi piacerebbe che tenesse un comportamento simbolico, con cui evidenziare come il valore dello sport sia il confronto e non lo scontro e che nelle competizioni si va avanti sul campo e non a tavolino. Qualche “scapaccione” ai danni di mio figlio è volato, però me ne sono sempre pentito, già un secondo dopo». 

«Perché le “manate” non servono. Più della punizione, vale l’esempio. Me lo dimostri l’ufficiale: si ritiri dal torneo, a cui ha dimostrato di tenere tanto. Non penso caschi il mondo. Il padre, cioè il sottoscritto, dispiaciuto per aver visto il figlio spegnere l’entusiasmo con cui aveva iniziato la partita, apprezzerebbe. A prescindere di chi fosse il punto e chi dei due più bravo a giocare».

Riccardo Lottini

 

 

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