GROSSETO. Essere un genitore è il lavoro più difficile del mondo, ci sono tante cose di cui tenere conto. E tanti modi per esserci, nonostante le separazioni. Sono tante le madri in Italia che hanno la gestione giornaliera completa dei bambini senza nessun aiuto da parte del padre. Ma ci sono anche molti padri che vogliono esserci e che, per esserci, hanno lottato molto.
Uno di loro è Marco – un nome di fantasia per un padre grossetano.
«La cosa più innaturale al mondo è impedire a un genitore di vedere i propri figli. A me è capitato e per tre anni ho dovuto lottare, partendo da sotto zero – dice il babbo – È stata la cosa più difficile che io abbia mai affrontato, ma ce l’ho fatta. Sono passati circa sette anni e quella storia mi segna ancora».
Un altro padre che vive una condizione simile è Giuseppe Carobene. «Mi sono trasferito a Grosseto nel 2018 con la mia attuale compagna, in città abbiamo avuto un figlio – dice – Poi un giorno sono tornato a casa e la casa era vuota. Lei se n’è andata con nostro figlio il giorno di San Valentino, trasferendosi a più di 400 chilometri di distanza. Da allora per me è iniziata un’odissea per poter stare con mio figlio».
Per Marco la situazione si è risolta
Per Marco la situazione si è risolta con il tempo, grazie alla sua tenacia. Prima ha iniziato a poter stare con sua figlia solo per 15 minuti, fino ad arrivare ad avere un calendario ben stabilito.
«Avevamo il mondo contro, mi sembrava di combattere contro un muro di gomma, ma con il tempo sono riuscito a costruire un rapporto con mia figlia, incontrandola nei bar e nei parchi della città in cui viveva – dice Marco – Non si tratta dei genitori, ma dei figli. Impedire a un padre o a una madre di stare con loro significa togliere qualcosa a loro».
Anche Giuseppe ha la stessa visione e per lui la vicenda è molto simile a quella di Marco, ma con diversi chilometri in più.
«Logisticamente è difficile: lui sta in provincia di Napoli e io a Grosseto. Fortunatamente i miei genitori stanno lì e posso incontrare mio figlio a casa loro – dice – Ma anche loro vorrebbero trasferirsi a Grosseto, per stare vicino a me e ai miei fratelli. Anche economicamente è difficile: tra mantenimento, i viaggi per vedere mio figlio, le bollette e la spesa ho dovuto lasciare la casa che avevo preso in affitto».
La bigenitorialitÃ
Spesso si parla del diritto dei genitori e non sempre si parla dei figli, il cui benessere dovrebbe essere al di sopra di ogni cosa. È giusto allontanare un genitore quando non è un buon esempio, ma quando qualcuno vuole semplicemente esserci si dovrebbe riuscire a comprendere meglio tutto quanto.
«Faccio avanti e indietro dalla provincia e nel tempo ho visto mia figlia crescere e cambiare. Ho visto che ha trovato nuovi punti di riferimento, sia in me che nei miei familiari – dice Marco – Questo è quello che volevo fare: aggiungere, non togliere niente a nessuno. Sicuramente per lei è stato un arricchimento».
«Non si tratta dei miei diritti, ma di quelli di mia figlia. Ho lottato duramente, ho pianto, ho urlato e ho speso 50mila euro in avvocati per poterle dare il mio amore e la mia presenza – continua – Ho dimostrato a tutti, assistenti sociali, alla mia ex, ai giudici e a chiunque, che con me mia figlia stava bene e voleva passare il suo tempo con me».
Marco è un uomo adulto, di poco più di 40 anni, e mai aveva affrontato qualcosa del genere. «Ho sofferto molto, ma oggi ho un rapporto stupendo con mia figlia. Posso starle vicino quando ha la febbre, portarla a scuola ed essere presente per lei – dice – Appena ci hanno dato l’affidamento congiunto ho affittato una casa in quella provincia, per poterle stare accanto e ora ne ho comprata una».

Una distanza che pesa
Essere genitori è complesso, ci sono mille ansie, paure e occasioni per sbagliare. Non è semplice crescere un figlio, soprattutto con centinaia di chilometri di distanza.
«Ho accettato la separazione con la mia ex, vorrei solo avere la possibilità di fare il padre. Ci siamo trasferiti a Grosseto per avere un tenore di vita migliore e non so neanche perché abbia deciso di tornare al sud – dice Giuseppe – Riesco a vedere mio figlio per tre giorni ogni 15 giorni, con orari stabiliti, ed è una continua sofferenza per me».
«Non sono con lui per accompagnarlo da qualche parte oppure, se sta male, posso solo pagare metà scontrino della farmacia. È molto difficile – dice Giuseppe – Se n’è andata quando nostro figlio aveva quattro mesi e solo da febbraio 2026 sono riuscito ad avere i miei giorni con lui. Mio figlio sta bene e io vorrei solo avere la possibilità di fare il padre».
I padri che vivono o hanno vissuto situazioni simili sono molti in tutta Italia, spesso rallentati dalla burocrazia.
«Non si parla di madre o padre, ma di genitori»
Non si parla di madre o padre, ma di genitori. Di chi vuole crescere il proprio figlio, portando qualcosa in più, non togliendo.
«Gli assistenti sociali di Grosseto mi hanno ricevuto poche volte in due anni e si sono messi in contatto con quelli della provincia di Napoli, ma mi hanno detto che non hanno ricevuto risposta – dice Giuseppe – Il tribunale di Grosseto mi ha riconosciuto l’affido condiviso sulla carta, ma di fatto non lo è. Credo che la legge debba iniziare a tutelarci un po’ di più».
«Sono molti i genitori che vivono la mia stessa situazione e con la mia storia vorrei fare sensibilizzazione – continua – Ho lanciato anche una petizione, perché per chi vuole esserci ed è un buon esempio è ingiusto che gli sia impedito».
La cosa più bella
Per Marco e Giuseppe, la cosa più bella del mondo è vedere i propri figli corrergli incontro con le braccia alzate.
«All’inizio vedevo mia figlia in presenza della madre, della nonna o degli assistenti sociali. Con il tempo l’ho vista prendere sicurezza in se stessa, non perché io sia speciale, ma perché aveva più punti di riferimento, ha fatto esperienze diverse e ha conosciuto persone diverse – dice Marco – Oggi porto ancora i segni di quegli anni, per me è stata una violenza psicologica. Ma oggi ho tutto quello che posso desiderare, perché mia figlia è con me».
«A chi si trova nella situazione in cui ero vorrei dire di non arrendersi e di non piangersi addosso. La forza va presa dai propri figli, perché è per loro che lo si fa – conclude – Una cosa mi riecheggia nella testa: quando mia figlia mi ha detto che con me si sente libera e se stessa».




