PIOMBINO. Ci sono luoghi che scompaiono prima ancora che una città riesca a capire cosa significhi perderli. Capannoni, tubazioni, scale, passerelle, strutture gigantesche che per decenni sono state il paesaggio quotidiano di migliaia di persone e che adesso, una demolizione dopo l’altra, rischiano di sopravvivere soltanto nella memoria.
Pino Bertelli è entrato in quegli spazi con una macchina fotografica. E lo ha fatto per dieci anni.
Ne sono nate immagini che raccontano gli ultimi anni degli spazi interni ed esterni delle acciaierie di Piombino, quando la grande fabbrica che ha segnato la storia contemporanea della città aveva già cominciato la propria trasformazione.
Venti di quelle fotografie, tutte inedite, diventano adesso “Nel ventre della fabbrica”, l’installazione artistica che sarà inaugurata domenica 4 ottobre alle 17.30 al Museo archeologico del Territorio di Populonia e resterà visitabile fino al 1° novembre.
Ma la scelta più significativa è proprio il luogo nel quale quelle immagini verranno esposte.
Perché le fotografie della fabbrica non saranno semplicemente appese alle pareti di una sala.
Entreranno dentro il museo della città etrusca del ferro.
Dall’antica Populonia all’acciaieria
L’installazione, curata da Pino Bertelli, Stefano Fontana, Agostino Carpo e Pier Paolo Bertelli, nasce proprio dall’idea di mettere in relazione due epoche apparentemente lontanissime della stessa storia.
Da una parte i reperti archeologici di Populonia, uno dei più importanti centri metallurgici del Mediterraneo antico.
Dall’altra i giganteschi impianti siderurgici che hanno disegnato la Piombino contemporanea.
In mezzo ci sono secoli di storia, ma resta un elemento comune: il ferro.
Le fotografie di Bertelli saranno quindi inserite direttamente nel percorso permanente del museo, in grande formato, insieme ad altri interventi immersivi.
Non una mostra dentro il museo, dunque, ma una contaminazione del museo stesso.
Gli oggetti provenienti dal mondo etrusco si troveranno accanto alle immagini di altoforni, strutture industriali e spazi ormai in dismissione.
Il passato remoto e quello che soltanto ieri era presente.
Dieci anni dentro gli impianti
Le 20 fotografie inedite esposte rappresentano una selezione di un lavoro molto più ampio realizzato da Bertelli nel corso di circa un decennio.
La macchina fotografica entra negli spazi industriali senza limitarsi a registrarne l’architettura.
Dentro quelle immagini ci sono le dimensioni della fabbrica, ma anche ciò che resta dopo il lavoro: il vuoto, le superfici consumate, le strutture, le ferite e i segni lasciati da generazioni di operai.
È questo il significato che il sindaco Francesco Ferrari e l’assessore alla Cultura Satya Ferraris attribuiscono all’opera.
«Ci sono opere che documentano un luogo e opere che ne interrogano la coscienza. Nel ventre della fabbrica di Pino Bertelli appartiene a questa seconda categoria. Le sue fotografie non si limitano a restituire ciò che resta di un universo industriale: ne raccolgono il respiro, la fatica, le ferite, la grandezza e l’ambiguità».
E aggiungono una frase che probabilmente racchiude il senso più profondo della mostra: «In esse Piombino si riconosce e, insieme, è costretta a guardarsi senza indulgenza».
La demolizione dell’Afo 1 diventa un film
Il percorso non si ferma alle fotografie.
Una parte particolarmente significativa riguarda uno dei momenti simbolicamente più potenti della trasformazione industriale degli ultimi anni: la demolizione dell’Afo 1.
Stefano Fontana ne ha realizzato un filmato che entrerà nel percorso della mostra.
Alla documentazione della demolizione si aggiunge “No Time To Sit”, opera realizzata a quattro mani da Fontana e Carpo sul tema dell’urgenza di agire.
Altri interventi sono stati pensati specificamente per gli spazi del museo.
Uno di questi troverà posto nell’area dedicata alla ricostruzione dei forni di epoca etrusca.
È probabilmente qui che il cortocircuito immaginato dai curatori diventa più evidente: i forni nei quali il ferro veniva lavorato nell’antichità entrano idealmente in relazione con gli impianti della grande siderurgia contemporanea.
Cosa fare della memoria della fabbrica
E dietro alle fotografie compare inevitabilmente una domanda che riguarda il futuro di Piombino.
Che cosa resterà della grande città siderurgica quando parti degli impianti che l’hanno caratterizzata saranno scomparse?
La direttrice scientifica di Parchi Val di Cornia Silvia Guideri individua due strade molto diverse.
La dismissione degli impianti, spiega, consegna alla città un «patrimonio storico-identitario» che può essere destinato semplicemente alla demolizione e al mercato del rottame oppure essere almeno in parte recuperato e rigenerato «in chiave storico-culturale», facendo leva su paesaggio, memoria e identità.
È una questione che va molto oltre la mostra.
Perché mentre cambia la prospettiva industriale della città, cambia anche fisicamente il paesaggio che generazioni di piombinesi hanno visto ogni mattina.
Il museo diventa il luogo dove discutere del futuro
Anche per questo il Museo archeologico del Territorio di Populonia non è stato scelto semplicemente come contenitore.
«Il Museo archeologico, nato per custodire le testimonianze archeologiche di Populonia, città etrusca del ferro, è oggi un luogo vivo di partecipazione, di dialogo tra discipline, di formazione», spiega la responsabile Marta Coccoluto.
L’ambizione, aggiunge, è quella di stimolare «la riflessione sul tempo che stiamo vivendo e sul futuro che vorremmo».
“Nel ventre della fabbrica” mette così una accanto all’altra l’archeologia dell’antichità e quella industriale delle acciaierie.
Per Luca Ardenghi, amministratore unico di Parchi Val di Cornia, è proprio questo incontro a consentire di raccontare «una parte significativa della storia di Piombino e del suo legame con il ferro e l’industria».
Cento libri numerati per conservare tutte le immagini
Le venti fotografie esposte rappresentano soltanto una parte del lavoro realizzato da Bertelli.
Per raccogliere l’intero corpus fotografico è stato quindi realizzato anche un Libro d’Arte, pensato come un’opera nell’opera.
Ne sono state stampate appena 100 copie, numerate e firmate da Pino Bertelli, che saranno disponibili durante il periodo dell’esposizione.
Sono inoltre previsti incontri collaterali con critici e storici dell’arte contemporanea e della fotografia.
Dal ferro degli Etruschi al ferro degli operai
La mostra sarà inaugurata domenica 4 ottobre alle 17.30 e resterà aperta fino al 1° novembre.
Il Museo archeologico è visitabile dal martedì al giovedì dalle 10 alle 14 e dal venerdì alla domenica dalle 10 alle 18. In occasione dell’inaugurazione resterà eccezionalmente aperto fino alle 20.
Ma il viaggio costruito nelle sale racconta un arco temporale molto più lungo.
Parte dai forni di Populonia, attraversa il ferro e l’acciaio che hanno costruito la Piombino industriale e arriva alle immagini di una fabbrica che sta cambiando e, in parte, scomparendo.
Quello che per gli Etruschi è archeologia, per Piombino potrebbe diventare presto memoria industriale.
Ed è forse questo il significato più potente delle venti fotografie scattate da Pino Bertelli: fermare ciò che sta scomparendo abbastanza a lungo da permettere alla città di guardarlo ancora una volta.





