«Mi ha guardato prima di morire»: le mille emozioni di un mestiere | MaremmaOggi Skip to content

«Mi ha guardato prima di morire»: le mille emozioni di un mestiere

L’Opi lancia la campagna: “Ho scelto di essere infermiere”. Ma dietro al lavoro, ci sono incontri che cambiano la vita. Ecco cos’è successo a Nicola, Eleonora e Luciana
Da sinistra: Eleonora Zuffi, Luciana Cerratti e Nicola Draoli

GROSSETO. L’infermiere è quasi sempre il professionista di prima linea quando una persona sta male. Sono infermieri quelli che incontriamo per primi al Pronto Soccorso e quasi sempre sono infermieri quelli che ci soccorrono in ambulanza, ad esempio. Ma il loro ruolo è fondamentale anche oltre l’emergenza urgenza.

È questo il significato della campagna dell’Ordine delle professioni infermieristiche “Ho scelto di essere infermiere”. Una campagna creata per avvicinare i ragazzi a un corso di studi, quello proposto dall’Università, fondamentale per la cura e l’assistenza a chi ha più bisogno

Ma perché un giovane, oggi, dovrebbe scegliere di essere infermiere? Lo abbiamo chiesto a due specialisti che da decenni fanno questo mestiere: Nicola Draoli, che prima di vestire i panni del presidente dell’Opi è stato a lungo impegnato nella clinica nel reparto di terapia intensiva coronarica e a Luciana Cerratti, che si occupa forse dell’aspetto più delicato della malattia. Non più la cura della malattia, ma il prendersi cura del paziente nel reparto di Leniterapia. 

Una campagna per raccontare il mestiere più bello del mondo

È una campagna multipiattaforma, quella messa in campo dall’Ordine delle professioni infermieristiche, per invogliare i ragazzi, a scegliere il lavoro – per chi lo svolge – più bello del mondo. 

Portavoce e simbolo della campagna, Nicola Draoli, presidente dell’Opi e dirigente infermieristico della zona sud dell’Asl Toscana Sud Est. Draoli è arrivato alla consapevolezza che la sua strada potesse essere quella di Scienze infermieristiche, durante il servizio civile.

«Per noi, allora, l’anno di servizio civile era una sorta di anno sabbatico – racconta – Io ero iscritto alla facoltà di Psicologia, ma quel corso di studi mi aveva disorientato. Mi sembrava tutto troppo aleatorio. Svolsi il servizio civile facendo volontariato in strutture come il Ceis, la Caritas, L’altra città e qui vidi da vicino come lavoravano gli infermieri che si occupavano delle persone accolte in comunità per tossicodipendenti. Fui colpito subito da una caratteristica: la combinazione degli elementi di relazione con il paziente e di quelli pratici. La nostra professione mette insieme il gesto tecnico e quello umanistico».

Dopo la laurea in Scienze infermieristiche a Firenze, Draoli ha lavorato per 10 anni nel reparto di Terapia intensiva coronarica al Misericordia.

Salva una donna, riceve in dono ceste di frutta

C’è tutta la poesia del mondo nei ricordi di Draoli, che oggi è diventato dirigente e che si occupa dell’organizzazione dei servizi infermieristici sul territorio. C’è la poesia del ricordo di una donna che il presidente dell’Opi salvò durante un’emergenza. «La soccorremmo e le feci tutte le manovre salvavita, la defibrillai – ricorda – Quando fu dimessa volle sapere il mio nome. Mi cominciarono ad arrivare ceste di verdura in dono da parte sua: ero in imbarazzo e la chiamai per prendere un caffè, per spiegarle che non avrebbe dovuto».

La donna non voleva ringraziare Draoli per averle salvato la vita. «Mi disse che quello era il mio lavoro, che era il minimo che lo avessi fatto – ricorda – Voleva ringraziarmi perché durante il trasferimento notturno dal reparto intensivo a quello normale, avevo aspettato che si preparasse, l’avevo svegliata dolcemente, senza farle subire lo stress che spesso si prova. Avevo preservato la sua dignità, di questo mi voleva ringraziare».

Occhi negli occhi prima di morire

Lavorare per salvare vite. E qualche volta, trovarsi nel momento in cui bisogna dire basta, perché non c’è più nulla da fare. Ma anche la morte di una persona che non si conosce, che si è vista per la prima volta quando è arrivata l’ambulanza e tu sei a bordo, è un fatto che segna.

«Era un uomo di 45 anni – ricorda Draoli – dovemmo rianimarlo. Si riprese giusto un momento, aprì gli occhi, mi guardò e mi disse: “Non mi fare morire”. Mi sono sempre chiesto perché avesse scelto me».

È una connessione indescrivibile quella che si crea tra le persone che mettono la loro vita nelle mani degli altri, degli infermieri. «Di lui ricordo tutto – aggiunge Draoli – Via via mi sono accorto che si diventa il punto focale delle persone che ci troviamo di fronte, delle quali ci prendiamo cura».

Eleonora, una vita faccia a faccia con l’emergenza

Ci sono gli infermieri che lavorano nei reparti, quelli che si danno da fare sul territorio. E ci sono quelli che da tutta la vita sono impegnati nel settore dell’emergenza-urgenza. Un settore delicato, difficile. Dove l’adrenalina scorre a fiumi, dove a ogni intervento grave si deve ingaggiare una vera e propria lotta contro il tempo. 

Eleonora Zuffi è una di quelle infermiere che al soccorso ha dedicato tutta la sua vita. Da quando, giovanissima, ha cominciato a dedicare il proprio tempo al volontariato. «Salivo sull’ambulanza – ricorda – e vedevo gli infermieri fare il loro lavoro. È stato allora che ho deciso di iscrivermi all’Università e diventare infermiera». Dopo la laurea, Eleonora ha frequentato anche un master in area critica ed emergenza-urgenza. Ora lavora al 118 di Grosseto. «Un infermiere dell’emergenza-urgenza dà un grande aiuto al paziente – dice – non solo dal punto di vista tecnico. È un lavoro complicato perché devi avere competenze avanzate ma devi anche prenderti cura del paziente da un punto di vista emotivo». 

Ed è proprio su questo che si gioca tutta la partita del lavoro dell’infermiere: sull’empatia che scatta, sull’emotività che deve essere tenuta a bada per non sbagliare ma che fa provare grandi emozioni. «Ci sono contesti anche poco gravi – dice Zuffi – che poi ti porti dentro per tanto tempo. Contesti in cui sai comunque di aver fatto qualcosa per gli altri». 

E ci sono contesti difficilissimi, come quando un intervento di emergenza si chiude con la morte del paziente. «Spesso avviene tutto molto in fretta – spiega Eleonora – È difficile gestire il lutto». 

Nonostante le difficoltà, però, Eleonora fare questa scelta altre mille volte nella vita. «In Italia ci sono degli scogli da superare – dice – L’Infermieristica non è ancora vista in tutte le sue sfaccettature. Ma è un’ottima scelta, sicuramente è un lavoro che dà enormi soddisfazioni». 

Luciana, l’infermiera che non cura i sintomi ma le persone

Non c’è solo l’aspetto dell’emergenza, quello delle scariche d’adrenalina che si provano quando si attaccano gli elettrodi del defibrillatore per salvare la vita a una persona. C’è anche un aspetto molto più intimo in chi svolge la professione infermieristica. Un aspetto che scava nell’anima.

È quello che prova ogni giorno quando va al lavoro Luciana Cerratti. Lei ha cominciato la sua carriera come infermiera in Ortopedia, poi è stata in Malattie infettive e – dopo un master in coordinamento – ha svolto quel ruolo in Medicina, dopo essere stata 13 anni nella direzione infermieristica dall’Asl Toscana Sud Est.

«Ho chiesto di essere trasferita – spiega – C’era un posto in cure palliative. Non conoscevo questa realtà». Una realtà che si discosta, in tutto e per tutto, da quella degli altri reparti.

«È il modo di approcciarsi alla sofferenza che è differente – spiega – Negli altri reparti si tenta di guarire, quando ci si riesce, la malattia. In leniterapia non si cura più la malattia, non si perde tempo su questo aspetto. Ma ci si prende cura della persona, delle famiglie di chi è ricoverato da noi, degli amici e dei bisogni emotivi e fisici delle persone».

Grazie anche al delicato lavoro degli Oss (operatori socio sanitari) vengono soddisfatti i bisogni più diversi come lavare loro i capelli o tagliare le unghie. Ci concentriamo su tutto quello che può aumentare il benessere percepito. «Sono i sintomi della malattia quelli che cerchiamo di curare – dice ancora – Chi è ricoverato da noi sa che ha un destino segnato, che la fine di quel percorso porta alla morte. E per sostenere questo peso, abbiamo un supporto psicologico che non c’è negli altri reparti».

Mano nella mano fino all’ultimo respiro

Accompagnare un paziente alla fine della sua vita è un compito difficile, che Luciana svolge con grande delicatezza. «Anche noi infermieri, che abbiamo una formazione specifica – aggiunge Luciana – si rischia di partire per la tangente. Ma svolgendo questo lavoro, impariamo tanto anche su di noi. E ci dà anche una gratificazione che non ho mai trovato negli altri reparti».

Si impara, quando si deve convivere con la morte, a smettere di arrabbiarsi per nulla. Si impara a stare fermi, a riflettere sul ciclo della vita, sull’importanza delle persone. Nel reparto di Leniterapia dove lavora Luciana Cerratti ci sono solo 6 posti letti. «Ne servirebbero molti di più – dice – anche perché è un servizio che viene richiesto sempre più spesso. Fortunatamente affidarsi alle cure palliative è entrato ormai a far parte della nostra cultura. Con la dottoressa Anna Paola Pecci, responsabile del reparto, e con tutti i professionisti e volontari che vi operano, cerchiamo di rendere fruibile e pubblico questo servizio, cerchiamo di farlo conoscere il più possibile».

Un servizio che altro non è se non un profondo atto di civiltà. E di dignità per il paziente. «Seguire un familiare terminale a casa è difficile – dice – noi abbiamo una formazione specifica che ci permette di farlo al meglio».

Ma la leniterapia, non è solo sinonimo di fine vita. «Abbiamo anche l’ambulatorio in day hospital – spiega – dove vengono trattati gli effetti collaterali delle terapie invasive, come ad esempio le chemio e le radio nei pazienti oncologici. Lì il discorso cambia, perché la prospettiva di vita dei pazienti è differente».

Luciana parla con la voce serena di chi sa che con il suo lavoro riesce a regalare un po’ di benessere a chi sta per andarsene. E lo fa con la consapevolezza che ogni morte, in quel reparto, la segnerà in qualche modo. «Soprattutto quando capita che siano ricoverati degli amici – dice – o quando ci sono persone molto giovani. Mi commuovo sempre, e mi lego alle persone che non hanno nessuno, che vengono qua da noi e che sanno di andarsene da soli. Sono i pazienti ai quali lavi anche i panni. Ma lì si crea un legame personale che ti arricchisce e ti fa amare, ogni giorno, il tuo lavoro».


 

 

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