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L’Amiata spara la neve col cannone ad alta tecnologia

In prova un cannone spara neve di ultima generazione. Luciano Porcelloni spiega come funziona l’impianto. E perché è così importante per la montagna
L'innevamento artificiale sul monte Amiata
L’innevamento artificiale sul monte Amiata

MONTE AMIATA. In questi giorni è stato rimesso in funzione tutto l’impianto di innevamento artificiale del versante grossetano del monte Amiata.

Umberto Papi e Roberto Fabiani,  della società Isa, avevano sperato che ci fossero le condizioni per poter cominciare a produrre la neve nei campi scuola delle Macinaie: «Ma, purtroppo, anche se siamo andati leggermente sottozero, il tasso di umidità era talmente alto da impedire il funzionamento dei generatori di neve».

«Speriamo che nelle prossime ore, così come anticipato dai meteorologi, si possa vedere un po’ di neve naturale e avere qualche ora di freddo per sparare».

Umberto Papi, Luciano Porcelloni e Roberto Fabiani
Umberto Papi, Luciano Porcelloni e Roberto Fabiani

Arriva il cannone sparaneve high tech

Umberto e Roberto proveranno ora una nuova tecnologia: «La nostra stazione è stata scelta, dalla ditta DemacLenko, (nota casa produttrice internazionale di macchine produzione neve, ndr)  per sperimentare un nuovo generatore di neve (cannone) che produce neve con consumi energetici molto più bassi e a temperature molto più alte».

«Questa macchina, consegnataci in demo gratuita, purché ci impegnassimo a rilevare dati e statistiche, è il non plus ultra della nuova tecnologia. Questo cannone, di nuova generazione, fa parte di tutti quei nuovi  generatori di neve che le aziende, grazie alla tecnologia, stanno studiando per avere meno impatto ambientale (meno consumi)».

«Possano lavorare anche con temperature più marginali e produrre più neve con risparmio di acqua. Siamo grati di averci scelto e di avere, per quest’inverno, in uso una macchina che, alle nostre temperature, molte volte potrà fare la differenza».

Il nuovo cannone che sarà sperimentato sul monte Amiata
Il nuovo cannone che sarà sperimentato sul monte Amiata

Innevamento e sostenibilità

L’impianto di innevamento del Prato delle Macinaie nasce alla fine degli anni ’90 con un progetto condiviso e realizzato attraverso la creazione di un consorzio misto pubblico-privato tra l’Amministrazione di Castel del Piano e la società Isa che gestisce gli impianti situati in questo Comune.

Il Consorzio Amiata Sviluppo è stato il volano con cui si sono potute attivare quelle sinergie tra pubblico e privato che hanno favorito e permesso la parte più importante del progetto di innevamento di quest’area sciabile.

Negli anni la sinergia, sempre collaborativa e di condivisione tra gli operatori dei poli Macinaie e Contessa, i maestri di sci e le associazioni che operano in questo territorio, hanno sviluppato un concetto di uso ed utilizzo della neve sempre più moderno e sempre più attento ai cambiamenti climatici in corso.

La neve è un volano economico importante se sfruttata con nuovi criteri e paradigmi di efficientamento energetico eottimizzazione senza sprechi.

Le scelte dell’Amministrazione Bartalini

Il sindaco di Castel del Piano, Michele Bartalini, con la sua Amministrazione, ha determinato le scelte di sviluppo e di cambiamento che sono state attuate in questi 5 anni di mandato:

  1. nessun impianto, pista o infrastruttura nuova;
  2. mantenimento di tutta l’area della montagna con una nuova visione progettuale (progetti: NonSoloNeve – L’Amiata per tutti – Handbike – etc.) con un nuovo criterio di razionalità ed ottimizzazione valorizzando quello che esiste rendendolo fruibile e moderno; 3
  3. dismettere e ripristinare alla stato naturale pezzi di montagna non più necessari ed ormai caduti in abbandono;
  4. puntare tutto sui servizi (fognature, parcheggi, aree di sosta, etc.);
  5. progettare oggi, che ci sono misure e bandi in corso  di pubblicazione ed assegnazione, per realizzare, nei prossimi anni, una serie di interventi quali il turismo outdoor, il turismo benessere e il turismo sportivo con certificazioni forestali, percorsi natura, percorsi di handbike ed e-bike, la terapia forestale, le zone ludiche di accoglienza per famiglie, etc. etc.
Michele Bartalini
Michele Bartalini

Tutto questo per accompagnare piano piano il cambiamento climatico ad un diverso utilizzo della montagna che non vede più, solo nella neve, i suoi principi fondanti di sviluppo economico.

Ma, sia chiaro, la montagna non vive senza l’inverno.

Stazioni dell’Appennino e delle Alpi che hanno chiuso la parte invernale credendo che la sola estate potesse essere sufficientemente “capiente” per sostituire e compensare l’inverno sono, piano, piano, state abbandonate e, oggi, escluso 1 su 10, sono tutte dismesse ed in stato di abbandono.

Come potrebbe essere fruibile, per le bike d’estate, la seggiovia e da quest’anno, anche le due sciovie, per trasporto bike se non ci fossero gli impianti aperti d’inverno? Come potrebbe sopravvivere l’economia del territorio con due mesi all’anno?

Amiata, montagna unica 

A parlarci della neve e dell’innevamento artificiale è Luciano Porcelloni, vicepresidente di Isa e del consorzio Amiata Sviluppo e responsabile toscano di Federfuni Stazioni Invernali.

«Troppo spesso si parla di neve artificiale, o meglio “programmata”, della nostra montagna, senza avere la conoscenza specifica delle caratteristiche dell’impianto di innevamento che è presente nelle piste da sci del Monte Amiata».

«Partiamo da un assunto: l’Amiata è l’Amiata ed è unica nella sua tipicità. Una maestosa “signora” isolata dalla dorsale appenninica e con tutti i suoi pregi e difetti di una montagna sacra agli etruschi e “nervosa” come è nervoso un vulcano spento,  a pochi km da tante città e dal mar Tirreno. L’Amiata o si ama o si odia, ma l’Amiata è e rimarrà sempre “un’isola nel mare verde della Toscana”».

Amiata, montagna isolata

«L’Amiata è una montagna isolata a pochi km dal mare, esposta a tutti i venti e dove lo scirocco (il più grande nemico degli operatori invernali di questa montagna) fa molto spesso visita devastando in poche ore, sia la neve naturale che quella programmata».

«Ogni impianto di produzione neve, come qualsiasi infrastruttura, viene calibrata e realizzata in relazione alle esigenze, all’esposizione climatica, alle caratteristiche morfologiche e non ultimo agli obbiettivi che con quel tipo di infrastruttura si vogliono raggiungere».

«Gli obiettivi che una stazione vuole raggiungere e soddisfare con un impianto di innevamento possono essere di varia natura e in tre grandi categorie di interesse economico:

  1. Innevamento totale, da zero, di gran parte dell’area sciabile (piste lunghe e campi scuola);
  2. Ripristino e mantenimento del manto nevoso nei punti più soggetti ad usura e più sottoposti all’esposizione del vento di scirocco o dal trascorrere del tempo senza nuove precipitazioni;
  3. Innevamento dei campi scuola per “salvare” (in caso di mancanza di precipitazioni) le vacanze di Natale garantendo almeno l’apertura di questi piccoli tracciati per i bambini e le famiglie».

Il cappello dell’Amiata

«È assai frequente che, in poco tempo, si passi da temperature di diversi gradi sottozero a temperature elevate (anche sopra 10°) e che, nell’immaginario dei nostri borghi e province, l’Amiata, venga definita “la montagna col cappello” a causa della presenza costante, nei secoli, di una cappa in vetta che l’avvolge con tutta la sua umidità».

Il "cappello" sul monte Amiata
Il “cappello” sul monte Amiata

L’impianto di innevamento delle Macinaie

«Date le caratteristiche morfologiche e anche le poche risorse economiche a disposizione – spiega ancora Porcelloni -, gli operatori del settore hanno sempre ritenuto che l’impianto di innevamento che potesse essere ottimale per il monte Amiata dovesse avere come principali obiettivi: il ripristino dei tratti di piste usurati o “consumati” dallo scirocco e la possibilità di salvare le vacanze di Natale con almeno i campi scuola innevati».

«La neve programmata si produce, in condizioni di temperatura ottimale, spingendo a grande pressione l’acqua in generatori che provvedono a trasformarla in cristalli di neve».

«Le materie prime necessarie, quindi, sono corrente, acqua e temperature sotto zero».

«Queste tre condizioni principali diventano “cristalli di neve” con l’ausilio delle macchine chiamate generatori di neve (volgarmente dette cannoni e giraffe), e degli impianti fissi di pompe, tubazioni e condotte idriche ed elettriche dislocate alla partenza degli impianti e lungo i tracciati delle piste».

«Queste particolari condizioni si ottengono nebulizzando finissime goccioline d’acqua nell’aria con temperature sotto zero. Queste goccioline d’acqua nebulizzate, a contatto con l’aria gelida, si raffreddano, gelano e cadono al suolo sotto forma di cristalli e pezzettini di ghiaccio, formando la neve programmata». 

120 ore all’anno per “sparare” la neve

Servono condizioni ottimali, spiega ancora Porcelloni

«Sul monte Amiata i dati statistici raccolti in oltre 25 anni di prove dicono che nonostante tutte le credenze popolari, sulla nostra montagna abbiamo una temperatura media ottimale, per produrre neve programmata, di oltre 100-120 ore a stagione».

«Le temperature ottimali sono utili ed economicamente valide se si realizzano nella prima parte di stagionalità (nel mese di dicembre per le vacanze di Natale e nei mesi di gennaio fino al 15 febbraio)».

«Dopo tali periodi (dal 15 febbraio in poi), anche se si verificano finestre di temperature ottimali per la produzione di neve, la produzione verrebbe vanificata in breve per le continue sciroccate e alzamento di temperature a cui è sottoposto il periodo stagionale dalla fine di febbraio in poi».

«Quindi anche l’utilizzo e la messa in funzione dell’impianto devono essere ponderati sulla base di analisi economiche e tecniche che producano risultati positivi reali. Sono inutili interventi che oltre a costare sacrifici umani enormi (la neve si produce sempre di notte, sotto zero e con venti di tramontana che “distruggono” mezzi e uomini) sarebbero una scelta antieconomica».

Come funziona l’impianto, costi alti, ma per breve tempo

Il consumo energetico necessario per mettere in funzione la macchina dell’impianto di produzione di neve programmata ha dei costi enormi e dei consumi limitati.

Le finestre di freddo sono diluite nell’arco dei mesi invernali, durano poche ore e sono concentrate in un preciso momento e possono essere usate soltanto in condizioni particolarmente ottimali (freddo, velocità del vento e umidità presente). Cioè nella breve finestra di opportunità di poter produrre neve non si può diluire l’utilizzo di tutte le macchine e di tutto l’impianto in più fasi.

Le condizioni ci sono  per poche ore e questo significa che tutto l’impianto deve immediatamente entrare in funzione.

Servono pompe potenti che spingono subito tutta l’acqua necessaria sui tracciati e ai generatori e tanta corrente disponibile per poter accendere contemporaneamente tutte le macchine. Non ultimo, il personale che si occupa di produrre neve deve assolutamente correre velocemente per utilizzare il più possibile e il più in fretta possibile quella finestra di temperatura ottimale».

«A volte un guaio o una rottura può significare non poter sparare neve in quel pezzo di pista per altre settimane o mesi.

D’altro canto, l’aspetto positivo è che la brevità di utilizzo, alla fine, crea un impatto del dispendio energetico (che fatta salva la disponibilità di impianti alimentati da fonte rinnovabile – solitamente la maggior parte dell’energia consumata proviene da combustibili fossili) veramente esiguo, equivalente all’impatto ambientale creato da due macchine diesel in un anno di circolazione medio di un qualsiasi nucleo familiare.

La temperatura reale e l’umidità

Ci sono curiosità legate alla macchina dell’innevamento artificiale. 

«Quando gli ingegneri che producono impianti di innevamento programmato – racconta ancora Luciano Porcelloni -, mi parlarono per la prima volta di temperatura umida rimasi molto stupito e ci volle più di una spiegazione per capire perché il termometro reale segnasse una temperatura (ad esempio – 7) ed il termometro dell’impianto di innevamento segnasse diversamente (ad esempio -3)».

Un impianto in funzione sul monte Amiata
Un impianto in funzione sul monte Amiata

«Mi fu spiegato in modo esaustivo che la temperatura necessaria per produrre la neve è la media statistica tra la percentuale di umidità presente nell’aria e la temperatura reale dell’atmosfera, che calcola un apparecchio posizionato sulle macchine produttrici di neve programmata».

«Più è alta l’umidità e più gradi sottozero necessitano per produrre neve. Meno umidità è presente nell’aria e meno gradi sottozero occorrono per produrre buona neve. Con minor umidità si produce più neve consumando meno acqua e meno corrente».

«Vi lascio immaginare le nostre perplessità, ai primi interventi della fine degli anni ’90, dovendo operare in una montagna chiamata “col cappello” dove nebbia ed umido regnano incontrastati per molti mesi all’anno».

Il problema del vento

«Invece, come sempre, le sensazioni non sono dati statistici e scientifici e, in questi anni, abbiamo potuto riscontrare sì, tanti momenti di umidità ma altrettanti di basse temperature con bassa percentuale di umidità favorendoci nel lavoro di produzione neve».

«Invece un inconveniente a cui non avevamo pensato all’inizio, ma che ora viene sempre tenuto presente per ogni nuova linea o macchina che viene posizionata nelle piste da sci è il vento».  

«Lavoriamo in piste chiuse tra un fitto bosco di faggi a destra e a sinistra dove il vento di tramontana, che spazza incessantemente la montagna, molto spesso fa disperdere la neve prodotta nel bosco anziché nelle piste e tracciati, costringendoci a presidiare, con continue visite ai generatori, per girare e posizionare gli spruzzi in direzione ottimale».

«Quante volte a causa del forte vento, per non sprecare, acqua, corrente e risorse abbiamo dovuto interrompere (anche se con temperature eccezionalmente positive) in attesa che si calmasse la furia del vento».

L’innevamento migliore funziona in modo ottimale con temperature dell’aria inferiori a -4°C, con un’umidità inferiore al 70% e una temperatura dell’acqua non superiore a 5°C e poca velocità del vento.

Se la temperatura dell’aria sale sopra i -3°C e l’umidità sale al 90-100% non si produce più neve in quantità e l’innevamento diventa antieconomico. Più è secca l’aria e più sono fredde aria e acqua, tanto più favorevoli sono le condizioni per l’innevamento artificiale.

L’uso dell’acqua innevamento Macinaie con l’invaso “Pratolungo”

Per produrre la neve artificialmente occorrono dunque acqua, aria ed energia: per l’innevamento da zero (senza nessuna precipitazione nevosa naturale) per uno strato di circa 25/30 centimetri di neve, per 1 ettaro di pista, occorrono almeno 1.000 metri cubi d’acqua.

Invece i ripristini  richiedono, a seconda della situazione, una quantità d’acqua inferiore (sempre a seconda delle condizioni di usura del manto nevoso presente nel tracciato).

«L’impianto di innevamento di Prato delle Macinaie, non usa sorgenti d’acqua che vengono utilizzate per approvvigionamento idrico civile e nemmeno captazioni con pompe ad immersione nelle falde acquifere».

«Per evitare impatti negativi nell’utilizzo della risorsa idrica, alla fine degli anni ’90, il Comune con Isa crearono un invaso artificiale tra il Prato della Contessa ed il Prato delle Macinaie, chiamato Pratolungo (di circa 13-15mila metri cubi) dove fu imbrigliata l’acqua piovana che scorreva durante le violente piogge autunnali».

«Una volta riempito l’invaso l’acqua continua a scorrere verso valle».

L'invaso di Pratolungo
L’invaso di Pratolungo

«In sostanza basta un’acquata autunnale per riempire l’invaso che serve per produrre neve programmata durante l’inverno. Una volta sparata e trasformata in neve anziché defluire, come l’acqua piovana velocemente verso valle e disperdersi nei fossi e fiumi verso il mare, l’acqua trasformata in neve, scioglie naturalmente pian piano e viene assorbita dal terreno rimpinguando le sorgenti».

«In definitiva l’acqua persa viene recuperata e resa utilizzabile per uso civile con il ciclo naturale dello scioglimento. Oltretutto tale invaso rimane a disposizione della collettività per antincendio durante i mesi di primavera, estate ed autunno e come luogo particolarmente gradevole con i percorsi di trekking e bike che passano nelle vicinanze».

L’importanza dell’innevamento programmato sul monte Amiata

«È necessario comprendere – conclude Luciano Porcelloni – che l’innevamento programmato, sul monte Amiata, ha uno scopo di volano economico per garantire le vacanze di Natale, al limite della fruibilità con i campi scuola, da parte delle migliaia di ospiti in tutte le strutture a valle ed in montagna».

«Che senso avrebbe voler trascorrere un Natale, un capodanno o l’epifania sul monte Amiata se non ci fosse la speranza di portare i bambini in montagna sia con bob o slittini o con gli sci?»

«Cosa significherebbe “Destinazione Amiata” se venisse meno la possibilità dell’esperienza di trascorrere qualche ora sulla neve? In una montagna cosi imperversata dallo scirocco e dai venti, come si potrebbe garantire un minimo di apertura, senza soluzione di continuità, per almeno 50 – 80 giorni se non potessimo  intervenire rapidamente per ripristinare i tracciati quando lo scirocco ci lascia con tracciati e piste al limite della percorribilità e sicurezza?»

Un servizio fondamentale per l’economia

«L’Amiata non ha velleità di stazione invernale alpina ma non può fare a meno di questo servizio per poter garantire agli alberghi, ai noleggi, alle attività di bar e ristoro, alle associazioni sportive e a quanti vivono e a volte sopravvivono dell’economia del circo bianco».

«Non un impianto per sostituire una stagione mancata, ma un aiuto, economicamente sostenibile, ecocompatibile con la sua naturale vocazione che aiuta a far sì che la nostra montagna rimanga una piccola stazione invernale e crei le condizioni di lavoro a tanti giovani che, mancando quest’economia, sarebbero costretti a emigrare».

«Anche questa infrastruttura se usata con prudenza e saggezza, può essere un valido aiuto per evitare lo spopolamento dei piccoli borghi di montagna». 

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