GROSSETO. L’ennesimo video del sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna finito a Dimartedì e commentato da Luca e Paolo. Questa volta, quello dell’inaugurazione del parco del Diversivo, quando il primo cittadino di Grosseto ha provato la carrucola, cadendo più volte. Video che, svela Paolo quando lo manda in ondo, è stato inviato al conduttore direttamente dal sindaco di Grosseto. «Lo ha fatto proprio per questo motivo – dice in trasmissione – per farsi prendere per il c…o». «È convinto – aggiunge Paolo – che se si ricopre di ridicolo, poi alle urne, i cittadini lo rivotano».
Una presenza, quella del video del sindaco su La 7, dopo che per due giorni quelle immagini sono girate su tantissime pagine, da Commento memorabili a Socialisti gaudenti, che sta stimolando il dibattito in città. E ad intervenire sul tema è Michele Bottoni.
L’opinione di Michele Bottoni: «Il sindaco e la comunicazione che mette in ridicolo Grosseto»
«Non è un errore.Non è una caduta di stile. E non è nemmeno una sequenza di episodi sfortunati. Quella che riguarda il sindaco di Grosseto è una scelta politica precisa: concentrare la comunicazione su di sé, accettando consapevolmente il rischio di mettere in ridicolo l’intera città in cambio di visibilità personale. Una strategia antica quanto il potere, oggi amplificata dai social network. Il ritorno è individuale, immediato, misurabile. Il costo, invece, è collettivo e si paga nel tempo – dice Michele Bottoni – Vivo fuori da alcuni anni, ma torno spesso a Grosseto e continuo a seguire ciò che accade nella mia palude. Da questa posizione osservo un fenomeno ormai evidente: la percezione mediatica di Antonfrancesco Vivarelli Colonna precede qualsiasi valutazione sull’attività amministrativa e, più in generale, sullo stato di salute della città».
«Con regolarità circolano video, link e reel in cui il sindaco compare in situazioni sopra le righe: risposte aggressive sui social, inaugurazioni trasformate in performance grottesche, episodi costruiti – o comunque perfettamente funzionali – alla viralità. I commenti che li accompagnano sono sempre gli stessi: ironia, incredulità, scherno.
«Ma chi avete eletto a Grosseto?» non è più una battuta: è una sintesi».
Quando il sindaco diventa l’unica immagine della città
«Il primo cittadino non comunica mai solo per sé. Ogni apparizione pubblica contribuisce a costruire l’immagine della città che governa. Quando la comunicazione viene ridotta a un unico registro performativo, narcisistico e facilmente condivisibile, la reputazione collettiva viene schiacciata – aggiunge Bottoni nel suo intervento – I grossetani, con le loro complessità, scompaiono dietro una rappresentazione caricaturale, semplificata, consumabile».
«Negli ultimi dieci anni questa dinamica è stata normalizzata. Il dibattito pubblico si è progressivamente spostato dalle politiche ai personaggi, dai processi a un solo centro simbolico: il sindaco. Le istituzioni passano in secondo piano, la persona occupa la scena. Dal punto di vista comunicativo la strategia è chiara. È una logica mutuata dal marketing più elementare: generare attenzione, massimizzare interazioni, restare costantemente visibili, purché se ne parli. Nel breve periodo funziona. In politica, però, la visibilità non costruisce reputazione: la consuma».
Una strategia pagata anche con risorse pubbliche
«C’è poi un aspetto che merita di essere ricordato – dice ancora Bottoni – Questa impostazione comunicativa è sostenuta anche da risorse pubbliche: lo staff del sindaco costa circa 614 mila euro l’anno, una cifra significativa per un Comune come Grosseto. Senza mettere in discussione il lavoro dei professionisti coinvolti, la domanda resta aperta: questo investimento serve più al sindaco o alla città?».
«Chi vive a Grosseto può distinguere, contestualizzare, forse compensare – aggiunge – Chi vive fuori no. Riceve una versione ridotta e distorta di ciò che è oggi Grosseto, città che un tempo veniva definita “aperta al vento e ai forestieri”».
Essere virali non significa essere rispettati
Questo schema non riguarda solo Grosseto. In altri contesti italiani, come a Terni, la notorietà di alcuni amministratori è stata costruita più sullo scontro che sulle decisioni. Su scala globale, Donald Trump ha mostrato quanto la confusione tra visibilità e consenso possa avere conseguenze drammatiche.
«A livello locale, però, il prezzo lo paghiamo tutti – spiega -I contenuti circolano perché fanno ridere o suscitano incredulità. In quei casi non si ride con chi comunica, si ride di chi comunica. Scambiare questa dinamica per consenso rafforza una percezione autoreferenziale e scollegata dalla realtà».
«Il costo non è solo reputazionale. È sociale – dice ancora Bottoni – Un linguaggio che divide, che aggredisce, che umilia il dissenso polarizza la città, irrigidisce i rapporti, impoverisce lo spazio pubblico. Il conflitto diventa cifra identitaria e lascia dietro di sé terra bruciata».
Una questione politica, non caratteriale
«La questione è profondamente politica. Vivarelli Colonna non è un corpo estraneo: è il sindaco di una città con una tradizione di centrodestra legata a pragmatismo, sobrietà e rispetto delle istituzioni. Questo modo di rappresentare Grosseto è in totale contraddizione con quei valori.
E da maremmano viene spontaneo chiedersi cosa ci sia da fare lo splendido mentre aziende e locali storici chiudono, gli investimenti latitano e la città perde pezzi – si domanda Bottoni – Davvero abbiamo accettato tutto questo? Davvero qualcuno pensa che questa strategia rafforzi la comunità che governa? È una domanda aperta. Ed è una domanda a cui, prima o poi, qualcuno dovrà rispondere».



