GROSSETO. «Credevo che bastasse una stretta di mano, invece avrei dovuto tutelarmi in un altro modo». Il restauratore accusato di aver truffato una donna di 53 anni, paziente oncologica, è arrabbiato. E vuole raccontare quello che è successo, dal suo punto di vista. «Non è vero che non le ho dato i 2.400 euro pattuiti – spiega – Glieli ho consegnati, in contanti. In banca mi hanno dato quattro pezzi da 500 euro e due da 200. E li ho consegnati alla donna».
Delle stesse cifre aveva parlato la cinquantatreenne. «Quando mi ha chiamata dicendomi che era in banca – aveva detto la donna – mi aveva detto che avrebbe dovuto farmi cinque bonifici con quegli importi. Ma io non ne capisco le ragioni».
Lo stesso racconto fino al pagamento
Il racconto dell’uomo e della donna combaciano fino al pagamento della cifra pattuita. Che per la cinquantatreenne non sarebbe mai avvenuta, mentre per il restauratore sì.
«Appena torno in banca mi faccio fare l’estratto conto con quel prelievo – dice – Il problema è nato quando la donna ha saputo che ho venduto il carrello scalda vivande a 4mila euro. Me ne ha chiesti 8mila a quel punto, ma ne avevamo pattuiti 2.400. Io non le dovevo altro».
La donna ha annunciato di voler sporgere denuncia ai carabinieri. Toccherà quindi ai militari, poi, chiarire cosa sia realmente successo. «Io mi sono fidato – dice il restauratore – Ho sbagliato a non scrivere una ricevuta e farla firmare alla donna per quei soldi. Mi sono fidato, evidentemente non dovevo farlo».



