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“Filo di voce”: grazie ad Anna la città parla senza urlare

Il progetto di Anna Iacci, studentessa all’università, diventa un documentario sull’ascolto, l’empatia e le vite che attraversano ogni giorno la città del golfo
Anna Iacci
Anna Iacci

FOLLONICA. «Se c’è qualcuno che ascolta, non serve urlare: basta un filo di voce»: così Anna Iacci racconta il suo progetto che si chiama, appunto, “Filo di voce”. Si tratta di una serie di video-documentari in cui si possono ascoltare storie diverse, tutte legate alle persone che vivono Follonica. Un racconto vero, costruito su chi abita e attraversa ogni giorno la città del golfo.

«Mi è sempre piaciuto ascoltare e sentire storie diverse e proprio su questo si basa il progetto “Filo di voce”. Ho cercato esperienze di vita che potessero smuovere l’empatia delle persone – racconta Anna – Quando camminiamo per le strade di paesi e città vediamo volti familiari che non conosciamo, e ho cercato un modo per dare voce anche a loro».

“Filo di voce” nasce dall’idea di una giovane donna che, con sensibilità e delicatezza, prova a opporsi a quel giudizio che troppo spesso pesa sulle spalle delle persone. 

 

 
 
 
 
 
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«Non mi aspettavo di essere scelta»

Ascoltare sembra quasi una capacità che si sta perdendo, soprattutto quando manca la sospensione del giudizio che oggi attanaglia il mondo. Le storie di Matteo, Samuele e Patrizia hanno l’ambizioso obiettivo di raccontare cosa significa vivere nei propri panni.

Matteo è un ragazzo transgender e racconta il momento in cui, sul lago dell’Accesa, ha capito di essere un ragazzo e ha provato pace per la prima volta. Patrizia affronta il tema della solitudine degli anziani, mentre Samuele parla delle sue strofe, spiegando come guardarsi dentro sia la sua strada per trovare se stesso. Parole che, al di là dell’età dei protagonisti, parlano di vite vissute.

«Il progetto l’ho studiato alla scuola internazionale La Rondine di Arezzo, dove ho frequentato un anno di formazione. Ci hanno spiegato come seguire un progetto dall’inizio e poi ci hanno chiesto di presentarlo. Non avrei mai pensato che il mio sarebbe stato selezionato per il finanziamento – dice Anna – Poco dopo ho iniziato a girare i video con l’aiuto del videomaker Simone Ferrini».

«In quella scuola mi sono sentita ascoltata e le nostre idee sono sempre state considerate importanti. A volte mi chiedo come sarebbe il mondo se tutti dedicassimo un po’ più di tempo alle parole e alle idee degli altri – continua – Per ora ho intervistato sette persone, con un po’ d’ansia, perché temevo di essere troppo invadente nel porre domande personali. Anche perché le storie che ho scelto di raccontare riguardano spesso vittime di pregiudizio».

La reazione di Follonica

Anna ha lanciato il progetto il 16 gennaio e in pochi giorni ha raccolto una risposta che non si aspettava.

«Non immaginavo una reazione simile, perché in molti hanno ascoltato e interagito con i video che abbiamo creato. Nel complesso si tratta di un documentario sulle storie di Follonica – spiega – L’obiettivo è smuovere l’empatia, promuovere l’ascolto senza giudizio e scavalcare il pregiudizio, che troppo spesso spegne questo mondo».

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