PITIGLIANO. Una serata carica di memoria, identità e tradizione popolare quella che si è svolta sabato 3 gennaio al Teatro Salvini, dove è tornata la rassegna delle befane delle colline e della montagna.
Sul palco si sono alternati i gruppi di Pitigliano, Montevitozzo e Pian di Palma, ognuno portando la propria tradizione fatta di canti, balli, suonatori, Befana, Befano e del caratteristico pagneraio, la figura incaricata di raccogliere salsicce, carne e altri doni che vengono offerti alla Befana.
La rassegna avrebbe dovuto ospitare cinque gruppi, ma alla fine sono stati tre quelli presenti. Nonostante questo, la serata ha restituito al pubblico tutta la forza di una tradizione che in Maremma continua a essere profondamente sentita, soprattutto in vista della sera del 5 gennaio, quando in tutte le case fervono i preparativi per andare «a cantare la Befana» di porta in porta.
La befana di Montevitozzo e il ricordo di Mozzetti
A presentare e organizzare la serata è stato lo storico Angelo Biondi, insieme alla proloco, che ha accompagnato il pubblico in un vero e proprio viaggio nella storia delle befane maremmane.
«La Befana montevitozzese – ha ricordato Angelo Biondi – faceva capo alla famiglia Mozzetti, tanto che la chiamavano la Befana dei Mozzetti. Purtroppo, quando Mario se n’è andato, si è fermata anche la Befana. Sono veramente lieto che un gruppo di giovani, e qualche altro meno giovane ma giovane nel cuore, abbia ritenuto di ricominciare questa tradizione».
Biondi ha voluto ricordare anche la presenza di Montevitozzo alle edizioni del 2009 e del 2011 della rassegna, ma ha spinto la memoria ancora più indietro: «Negli anni Ottanta, qui al teatro Salvini, facevamo le befanate e poi si andava a Grosseto con le manifestazioni che c’erano laggiù. Oggi Grosseto si è fermato da parecchi anni: l’unica manifestazione sulla Befana è la nostra e dobbiamo tenercela cara».
La Befana come aiuto e scambio
Particolarmente suggestivo il racconto legato al valore sociale della Befana a Montevitozzo e nelle campagne circostanti. Biondi ha ricordato come, fino agli anni Cinquanta, la Befana fosse riservata soprattutto alle famiglie più povere.
«La Befana – ha spiegato – era una forma di aiuto alla gente più miserabile. La raccolta della carne, soprattutto quella di maiale, era fondamentale: i befanai dividevano quello che avevano raccolto in piccoli mucchi e li distribuivano, lasciando poi qualcosa per una cena tra loro. Non era una carità, ma uno scambio rispettoso: la Befana portava il saluto e l’allegria, la famiglia ricambiava con la carne. Avveniva tutto su un piede di parità, ed è un insegnamento culturale molto importante».
In attesa del 5 gennaio
La serata al teatro Salvini ha rappresentato così non solo un momento di spettacolo, ma anche un’occasione di riflessione su una tradizione che affonda le radici nella solidarietà e nella vita delle comunità contadine.
Montevitozzo, con la Befana, il Befano e il pagneraio, ha confermato ancora una volta il proprio ruolo centrale in questo patrimonio immateriale che, grazie anche ai giovani, continua a vivere.
Ora l’attesa è tutta per la sera del 5 gennaio, quando le befane torneranno a cantare di casa in casa, rinnovando un rito che è insieme festa, memoria e identità della Maremma.







