Disagio giovanile, quando la violenza irrompe anche nella tranquilla Maremma | MaremmaOggi Skip to content

Disagio giovanile, quando la violenza irrompe anche nella tranquilla Maremma

Scuola, famiglie e sport davanti a un’emergenza che non può essere ignorata
Il disagio giovanile si fa sentire anche in Maremma
Il disagio giovanile si fa sentire anche in Maremma

GROSSETO. Negli ultimi mesi la cronaca di Grosseto e della Maremma ha restituito un quadro che inquieta. Accoltellamenti tra coetanei, pestaggi di gruppo, aggressioni dentro e fuori dalla scuola, episodi che fino a pochi anni fa sembravano lontani, relegati alle grandi città. Oggi invece accadono anche qui, in un territorio da sempre percepito come tranquillo, quasi protetto.

È bene dirlo subito: il disagio giovanile non è un’esclusiva maremmana. È un fenomeno nazionale, diffuso in tutta Italia. Ma proprio per questo, quando esplode in una realtà come la Maremma, fa più rumore. Perché rompe un equilibrio, mette in discussione certezze, costringe a guardare una realtà che forse si è preferito a lungo non vedere.

Non solo repressione: il problema nasce prima

Di fronte a episodi così gravi, la tentazione è sempre la stessa: invocare più controlli, più repressione, pene più severe. Tutto comprensibile, ma non sufficiente. La repressione interviene quando il danno è già stato fatto.

Il problema, invece, nasce molto prima.

Nasce nelle famiglie, dove spesso si fatica a porre limiti chiari. Nasce soprattutto nella scuola, che oggi si trova a gestire ragazzi sempre più fragili, ma allo stesso tempo più aggressivi. Ragazzi che passano più ore in classe che a casa, e per questo la scuola non può limitarsi a “istruire”: deve educare.

Eppure, negli anni, qualcosa si è incrinato.

La scuola che tollera e i genitori che giustificano

Sempre più spesso comportamenti che un tempo venivano sanzionati con decisione oggi vengono tollerati. Si alza progressivamente il livello di ciò che è considerato accettabile: una parola di troppo, una minaccia, una spinta, poi un pugno. Ogni volta un passo avanti, ogni volta un confine spostato.

A volte la risposta disarmante è solo «passiamoli anche se vanno male, così ci liberiamo del problema».

Quando la scuola prova a intervenire, non di rado si trova di fronte genitori pronti a giustificare i figli, a minimizzare, a negare l’evidenza. È un meccanismo perverso, un cane che si morde la coda: l’autorità educativa si indebolisce, il messaggio che arriva ai ragazzi è che le regole sono negoziabili, aggirabili, discutibili.

E il risultato, alla lunga, è sotto gli occhi di tutti.

Un errore grave: ridurre tutto a una questione di origine

C’è poi un altro errore da evitare, forse il più pericoloso: attribuire il problema a una sola categoria, spesso quella degli stranieri. I fatti raccontano altro. Molti degli episodi avvenuti in Maremma vedono protagonisti ragazzi italiani, anche provenienti da famiglie non disagiate.

Il disagio giovanile non ha passaporto. È trasversale, attraversa classi sociali e contesti culturali. Ridurlo a una questione di origine significa non capirlo e, soprattutto, non affrontarlo. «Rimandiamoli a casa» è una risposta di pancia, non di testa. 

Lo sport come risposta, ma quello giusto

Una possibile risposta passa anche dallo sport. Ma non da qualunque sport. Non da quello esasperato dalla competizione, dove vincere è l’unica cosa che conta e perdere è una colpa.

Serve lo sport vero: quello che insegna a stare in squadra, a rispettare l’avversario, a fare i complimenti quando si perde. Uno sport educativo, non una palestra di frustrazione. Uno sport dove gli adulti – allenatori e genitori – danno l’esempio, invece di urlare dagli spalti come se il figlio dovesse diventare il nuovo Messi.

Perché anche lì, sugli spalti, spesso si impara la violenza.

Una responsabilità collettiva

Quello che emerge oggi a Grosseto e in Maremma non è una serie di fatti isolati, ma un segnale collettivo. Un disagio che chiede risposte complesse, non scorciatoie. Servono famiglie più presenti, scuole più autorevoli, istituzioni capaci di investire in prevenzione, ascolto, supporto psicologico.

Lo ha detto con chiarezza qualche settimana fa don Enzo Capitani a MaremmaOggi: «La politica deve partire dal sociale, in ogni scelta, non può essere considerato un settore marginale». La risposta del Comune alla nota della Caritas sulla chiusura imminente del dormitorio è emblematica: «Troveremo una soluzione, ma sia chiaro che non c’è obbligo di legge». Mentre la Diocesi, anche se nel comunicato della Caritas non c’è scritto, nei giorni scorsi ha pagato l’albergo ad alcuni senzatetto.

La repressione serve, ma da sola non basta. Educare è più difficile, più lungo, più faticoso. Ma è l’unica strada possibile se non vogliamo continuare a raccontare, mese dopo mese, storie sempre più violente anche nella nostra Maremma.

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