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La città che affonda piano: l’appello silenzioso di don Enzo alla Grosseto che non vuole più vedere

Il direttore della Caritas di Grosseto lancia l’allarme sulle nuove povertà, il lavoro che scompare e una città che rischia di perdere la propria anima
Don Enzo e un senzatetto che dorme sotto ai portici, in piazza Duomo a Grosseto
Don Enzo e un senzatetto che dorme sotto ai portici, in piazza Duomo a Grosseto

GROSSETO. Ci sono parole che non fanno rumore. Non finiscono nei titoli gridati, non entrano nei comunicati ufficiali, non si prestano ai tagli di nastro. Eppure scavano. Lentamente. Come l’acqua che erode la riva.

Don Enzo Capitani, direttore della Caritas diocesana di Grosseto, parla così. Con frasi che non cercano l’effetto, ma vanno dritte al punto. E il punto, oggi, è questo: la povertà a Grosseto sta crescendo. Non come un’emergenza passeggera, ma come una marea.

«La miseria è capace molto più del mare di erodere – dice –. Tanto è vero che la cosiddetta classe media è sparita. Ora c’è chi ha e chi non ha, in mezzo non c’è nulla».

Non è solo una fotografia sociale. È un allarme. E riguarda tutti.

«Il bene comune non può essere un’emergenza»

Don Enzo parte da una domanda semplice, che in realtà semplice non è: «È possibile avere davvero le persone e le comunità al centro degli interventi?»

Perché oggi – spiega – le politiche sociali vengono trattate come una toppa, non come una visione: «Le politiche sociali sono concepite come risoluzione dei problemi emergenti e emergenziali. Ma secondo me sono l’unico strumento adatto per progettare il bene comune, per far stare bene le persone. Invece tutto dipende dalla spesa, tutto si riduce ai numeri del bilancio. Tutto il resto diventa emergenza, non c’è una programmazione».

E qui arriva una delle osservazioni più dure: «Nel giro di un anno abbiamo cambiato tre assessore al sociale. Vuol dire che il sociale vale zero. Tre donne hanno scelto. E non lo dico perché non se ne intendono, ma molto semplicemente perché tutte le proteste che ci sono a livello sociale, le fai reggere a loro. Questo non è valorizzare le persone, è mandarle al massacro. Gli uomini si guardano bene dal mettersi nel centro delle polemiche e delle richieste. Ma non ci dimentichiamo che tutte le proteste sociali ricadono lì».

Il risultato è una città che cerca di difendersi alzando barriere, mentre sotto la superficie la marea continua a salire.

«Il lavoro artigiano? Così stiamo cancellando la nostra identità»

C’è un punto che per don Enzo è centrale: il lavoro. Non solo come occupazione, ma come identità. «Ho visto che si punta alle relazioni internazionali, vabbè. Ho visto che si premiano le aziende di eccellenza che lavorano con l’estero. Bene, sia chiaro. Ma dietro cosa c’è? La politica si occupa davvero di sostegno al lavoro?»

«Faccio un esempio. In una terra di cavalli, con il “brand Maremma”, parola che non amo, in una terra che dovrebbe essere esperta di selleria, bardature, montature… quanti artigiani del ramo sono rimasti? Uno. Uno solo».

E si chiede: «Chi si prende cura di questi settori? Chi accompagna le nuove generazioni ad affiancare gli artigiani? Se non lo facciamo, delegheremo tutto all’intelligenza artificiale. E scompariremo».

Non è nostalgia. È consapevolezza che senza trasmissione di competenze, la Maremma perde se stessa.

Caritas: «Più 150 persone rispetto all’anno scorso»

I numeri confermano le sensazioni.

«Rispetto all’anno scorso abbiamo circa 150 persone in più seguite dalla Caritas. Ma soprattutto sta crescendo tantissimo il servizio “Abitare la notte”».

È la ronda notturna che gira per Grosseto, incontra i senza dimora, porta coperte, bevande calde, colazioni, ascolto.

«Vorrei che il buio fosse perforato dalla luce di questi equipaggi che girano la sera». 

Oggi le squadre coprono tre fasce: 19.30 – 22.30,  mezzanotte – 2 e, infine, 5.30 – 7, per portare le colazioni e verificare cosa è successo durante la notte. «Il turno notturno è il più difficile da svolgere, ma ci stiamo lavorando per coprire più giorni possibile».

«E quando non riusciamo a passare le persone sanno organizzarsi. Si nascondono nei loro rifugi, ma alle 7 ripiegano tutto, si ricompongono, vengono alla Caritas. Questo ci dice una cosa: le persone hanno risorse. Sempre».

Federico del Cisom e don Claudio parlano con un senzatetto
Abitare la notte: il dialogo con un senzatetto alle Poste centrali

«La relazione d’aiuto non è sostituirsi alle persone»

È uno dei passaggi più profondi.

«Noi pensiamo spesso di essere indispensabili. Ma non è vero. Le persone, se lasciate fare, reggono, si organizzano, trovano risposte».

E aggiunge: «Il risultato più bello è scoprire che la persona è in grado di dare una prima risposta con le sue risorse. Poi va accompagnata, certo. Ma non sostituita».

Per questo Caritas ha aperto da anni anche uno sportello psicologico: «Sta esplodendo la problematica della salute mentale».

E poi c’è il problema del dormitorio: «Con il 31 dicembre è scaduta la convenzione con Anteas, che lo gestiva. Non so cosa faranno per farlo ripartire. E quello che doveva essere creato per l’emergenza freddo non è mai nato». 

«Che poi – aggiunge – viene da sorridere, ma sempre tutto è un’emergenza, anche il freddo. Eppure da sempre l’inverno viene dopo l’autunno no? Non è così imprevedibile».

«Sanità pubblica: perché nel privato in tre giorni sì, e nel pubblico no?»

Non manca la polemica sul ruolo della sanità pubblica. E qui la domanda è diretta: «Perché nel privato in due o tre giorni ottengo quello che chiedo e nel pubblico no?».

Don Enzo non fa polemica sterile. Chiede trasparenza: «Non è solo una questione di numeri, perché sono tantissimi anche coloro che si rivolgono al privato. C’è qualcosa che ostacola. E qualcuno dovrebbe spiegarlo. Non credo sia solo un problema di bilanci».

L’emporio della solidarietà: «Basta pacchi. Serve un percorso»

Oggi alla Santa Famiglia ci sono 230 famiglie che fanno la spesa solidale. Ma il sistema dei pacchi alimentari, secondo don Enzo, sta mostrando tutte le sue crepe: «Ci sono 5 o 6 organizzazioni che distribuiscono pacchi. Io vorrei un unico emporio, come un supermercato, vorrei un coordinamento. Per mettere insieme i dati, capire chi riceve cosa, costruire percorsi. Perché poi vengono fuori le storture: chi viene da me va anche da te. Oppure vendono le cose fra loro. O, peggio ancora, le gettano nei cassonetti».

Perché: «Non mi interessa sapere solo che ho dato 200 pacchi. Mi interessa sapere cosa succede dopo. Queste famiglie forse hanno bisogno di lavoro, non solo di piselli in scatola».

«Cambiamo la parola speranza in impegno»

L’augurio per Grosseto è netto: «Vorrei evitare gli “speriamo”. Basta con questi “speriamo che il 26 sia meglio del 25”. Cambiamolo con impegno, accompagnamento, condivisione».

E ancora: «Ognuno deve fare la sua parte. Ognuno deve entrare nell’ordine di idee, di rimboccarsi le maniche e di fare quello che la responsabilità del ruolo gli impone. Anche il cittadino deve essere antenna sul territorio. Altrimenti le istituzioni viaggiano su un piano e la gente su un altro. Non si incontrano mai».

«Io quando ho cominciato, all’inizio degli anni ’80, ogni giorno mi misuravo con la tossicodipendenza e i licenziamenti. La tossicodipendenza a Grosseto era come a Verona e la disoccupazione come ad Avellino, si andava intorno al 20%. Adesso su una cosa vedo sempre più pericolo: la frattura sempre più consistente tra chi può e che ha e chi non ha niente. Quindi buon 2026 a tutti con l’impegno di costruire giorno per giorno la nostra vita, che è contaminarsi con gli altri».

«Si rischia già ora sia come chiesa sia come società – aggiunge – che le istituzioni viaggino su un piano e la gente comune viaggi su un altro. Non si incontrano mai. Bisogna che ci sia concretezza e la concretezza la dà l’immersione civile o l’incarnazione religiosa nell’umanità, altrimenti non si può parlare di pace. Se a Grosseto ci abito allora devo fare in maniera che il mio impegno si traduca ogni giorno per la comunità di Grosseto. Questo non è essere provinciali, è semplicemente essere coscienti del proprio luogo e amare la propria comunità».

Due nuove sedi per il futuro: carcere e Caritas

Chiudiamo la chiacchierata con due nodi fondamentali da risolvere per il prossimo futuro.

«Per il carcere: serve una sede più dignitosa, con spazi per rieducazione e reinserimento lavorativo. So che il progetto c’è nell’ex caserma in via Senese,  ma serve un’accelerata che vada oltre gli annunci e le foto, perché quello attuale non è più vivibile. Del resto il carcere, in un certo senso, è lo specchio della società».

L’altro nodo è la nuova sede della Caritas in via Pisa: «Il terreno c’è, il progetto anche. Ne abbiamo davvero bisogno. Le persone che si rivolgono a noi sono sempre di più».

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