Dalla Maremma ai campi di sterminio: la memoria che parla al presente | MaremmaOggi Skip to content

Dalla Maremma ai campi di sterminio: la memoria che parla al presente

Dalla persecuzione degli ebrei in Maremma. Ricordare non per sovrapporre storie, ma per riconoscere meccanismi che si ripetono. Le parole e i ricordi di Luciana Rocchi
Il cancello di Auschwitz 1

GROSSETO. Sono passati circa 81 anni da quando i campi di concentramento sono stati liberati. Una delle pagine della storia più buie, composta da un sistema volto all’eliminazione del diverso. Non si tratta solo di ebrei, ma anche di dissidenti politici, appartenenti alla comunità LGBTQ+, sinti e rom. Tutti coloro che erano scomodi o non rientravano nella “purezza” della razza ariana. 

Dal 1938 al 1945 anche in Maremma le forze fasciste e naziste hanno provato a rimuovere tutto quello che non comprendevano. «Tutto è iniziato con le leggi razziali del ’38, per poi arrivare nel 1943 all’istituzione dei campi di concentramento in Italia, nella zona si trovava a Roccatederighi – dice la storica Luciana Rocchi – A partire verso la Germania nazista furono soprattutto coloro che si erano rifugiati nella zona per scappare dalla persecuzione tedesca».

In questi 81 anni la storia si sta dimenticando. In molti non ricordano più nel suo complesso cosa sia un genocidio e ancora oggi possiamo parlare di sterminio di altre popolazioni. I genocidi nel mondo sono molteplici: Sudan, Gaza e Myanmar sono solo alcuni dei più cruenti e sanguinosi, proprio perché gli esseri umani stanno dimenticando. Per questo oggi, 27 gennaio, è importante fermarsi e ricordare anche solo per un istante quella sofferenza.

La singolarità della Maremma

Già nel 2025 avevamo scritto un articolo sul campo di concentramento a Roccatederighi. Una recinzione, filo spinato e uomini armati erano ciò che circondava la struttura della curia vescovile. Ma ci sono due singolarità che vanno sottolineate.

«Guido Circolani era il prefetto della zona e nonostante la legge per l’allestimento dei campi di concentramento fu promulgata nel 1943, lui iniziò prima. Per questo fu anche rimproverato dal ministro dell’Interno – dice Rocchi – La struttura era la curia vescovile e questa è un’altra particolarità. Le persone si presentavano spontaneamente, perché non avevano altra scelta. Il rabbino Azelio Servi, invece, si costituì per stare vicino alla popolazione ebraica. Lui scrisse su carta quello che vedeva ogni giorno».

«Agli ebrei veniva chiesto di presentarsi al comando dei carabinieri e poi venivano trasportati a Roccatederighi, dove aspettavano il treno per i lager tedeschi – continua – Ci furono anche quattro dissidenti politici arrestati, tre dei quali mandati a Mauthausen, mentre uno di loro fu ucciso in Belgio. Solo uno di loro ha fatto ritorno. A chi non ha fatto ritorno sono dedicate le tre pietre d’inciampo in piazza Duomo a Grosseto».

Tutto questo accadeva sotto gli occhi della Maremma.

Gli eroi

La popolazione era suddivisa: c’era chi collaborava e denunciava, chi era indifferente e chi ha rischiato la propria vita per salvare quella di qualcun altro.

«Negli atti ufficiali c’è scritto che la popolazione era indifferente, ma in realtà c’era chi nascondeva e aiutava i perseguitati. In molti hanno anche collaborato e qualcuno ha preso terreni, case e aziende di chi era stato arrestato – dice la storica – Le storie di chi ha aiutato e salvato gli ebrei ci sono: a Pitigliano, dove la comunità ebraica fioriva, una gran parte della popolazione ha salvato vite umane dando rifugio. Come anche a Civitella Paganico, dove le persone avevano nascosto i perseguitati nelle baracche in mezzo ai boschi: le donne portavano loro da mangiare e acqua, rischiando la loro stessa vita».

Quando si parla di Olocausto si parla anche di una popolazione che ha resistito, di chi ha mostrato semplicemente umanità e compassione. Di chi non resisteva a quel terrore e con poco ha provato a fare la differenza. E questo accadeva anche nei campi di concentramento in Germania.

La banalità del male 

Si parla spesso in questo giorno della banalità del male, ovvero di quel meccanismo studiato da Hannah Arendt che frammenta la responsabilità dell’orrore dell’Olocausto. Dietro le camere a gas c’erano burocrazia, firme, decisioni prese da diversi gerarchi e persone normali che mettevano un timbro, limitandosi a seguire le regole imposte. Una banalità che ha portato alla morte di 6 milioni di ebrei, dell’80% della popolazione sinti, di polacchi, dissidenti politici e di chiunque fosse contro il regime totalitario.

«C’era anche molta autonomia fra gli aguzzini, loro decidevano la sorte di chi era stato arrestato. Non si tratta di follia, ma di una lucida follia – dice Rocchi – Molte scelte erano affidate all’arbitrio dei fascisti. Molti arresti in Maremma li hanno compiuti i tedeschi, ma erano sempre accompagnati dagli italiani, anche nella razzia avvenuta a Siena».

Quello che emerge è una stretta collaborazione, composta da scelte autonome, da persone che semplicemente mettevano un timbro o firmavano una carta, sostenute da una popolazione che si voltava dall’altra parte o che decideva di denunciare alle forze nazifasciste. Un meccanismo ben oliato che ha generato solo morte, terrore e persecuzione.

La scomodità della memoria

È difficile oggi parlare di Olocausto senza pensare a quello che succede in Palestina. Senza cibo, senza acqua e senza speranza. Massacrati da chi quella stessa violenza l’ha subita.

Eppure oggi accade di nuovo, e sempre con chi volta lo sguardo dall’altra parte. L’urlo dell’ingiustizia è arrivato troppo tardi e le vite umane perse sono troppe. Non si parla di giusto o sbagliato: il problema di fondo è sempre e solo uno, la violenza. Non importa chi si armi, se la vittima o il carnefice.

Prima guerra, poi uno straccio di tregua messa in discussione e annullata dopo una manciata di ore, e poi di nuovo distruzione. Un circolo di disperazione, contornato da scelte autonome, burocrazia e bugie di chi vuole una terra. 

 

Autore

Riproduzione riservata ©

pubblicità

Condividi su

Articoli correlati

© 2021 PARMEDIA SRL – Via Cesare Battisti 85, 58100 – Grosseto – P.I.V.A. 01697040531
Tutti i diritti riservati.