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Da Grosseto a Tokyo, il sogno di Alessandra veste Prada

Grosseto, Roma, poi Milano, e ora da 20 anni a Tokyo, dove Alessandra De Santis ha coronato il suo sogno di lavorare nella moda di lusso italiana con Prada
Alessandra De Santis durante una collaborazione tra il brand Miu Miu e Nicolai Bergmann

GROSSETO. Ha un po’ perso l’accento grossetano, ma le estati maremmane se le ricorda ancora bene.

Alessandra De Santis, nata a Grosseto e residente a Tokyo,  è sempre più vicina ad un importante anniversario: «Quando arriverò ad aprile 2022, saranno 20 anni che abito qua, arriverò al punto in cui sono più gli anni che sono stata a Tokio che quelli passati a Grosseto».

Alessandra infatti ha trascorso infanzia e adolescenza a Grosseto, per poi intraprendere gli studi in scenografia all’Accademia di belle arti a Roma, dove ha abitato per 4 anni, durante i quali, nelle estati ha lavorato nei villaggi Valtur. Galeotta fu l’ultima stagione, che la portò in Marocco dove incontrò l’amore, seguito fino a Milano.

Alessandra De Santis durante una collaborazione con Nicolai Bergmann

I palazzi della metropoli meneghina la hanno accolta principalmente nel periodo tra il 1998 e il 2000, anni nei quali è riuscita a trovare lavoro in Prada, l’azienda di moda italiana di rilevanza internazionale, punto di riferimento per l’industria maniatturiera del lusso tanto quanto per i guardaroba delle star.

Nello store di Milano lavorava a continuo contatto con i clienti, tra cui molti giapponesi, che «Non erano molto spigliati nel parlare inglese a dire il vero» racconta Alessandra. Da lì, da quel voler comunicare con loro in maniera più diretta, è nato l’interesse per la loro lingua.

Milano – Tokyo sola andata

«Ho iniziato a frequentare una scuola di giapponese a Milano – racconta Alessandra – poi a fare vacanze in Giappone. Da lì ho cominciato a staccarmi da Milano e dall’Italia, trasferendomi qua con l’idea di studiare seriamente la lingua, impararla e stabilizzarmici. Non volevo stare in Giappone e usare l’inglese, volevo un contatto stretto. Volevo proprio cambiare vita. All’inizio è stato difficile, non si finisce mai di imparare, non è una lingua così diretta come l’inglese, poi con gli ideogrammi ho comunque preso più confidenza e anche la velocità di lettura è stata più spedita. Arrivata qua, ho iniziato riuscendo a trovare lavoro in piccole aziende».

Dopo i primi lavori in attività giapponesi, come quella che si occupava di importare gioielli dall’Italia, ha cambiato alcuni impieghi, ed è riuscita infine a coronare un suo desiderio. Ritornare a lavorare in Prada. Ottenuto un colloquio con la dirigenza di Prada Giappone, è stabilmente impiegata nell’azienda oramai da 4 anni, questa volta in ruolo di ufficio, dove si occupa della rete vendita, controllando le operazioni dei negozi a brand Miu Miu.

La Tokio tower

In Giappone, Alessandra ha trovato tutta un’altra realtà, infatti afferma: «Le cose che mi han fatto rimanere in Giappone sono proprio state le differenze, sentirle e viverle. Al di là che una volta tornata a Milano mi è sembrata una città piccola a confronto, in Giappone c’è più tolleranza verso le altre persone. Ho notato che le regole sono più seguite, questa cosa è una caratteristica che apprezzo molto. C’è molta educazione e rispetto. A volte anche troppa attenzione all’etichetta, ma non è un grosso limite: anche per le lezioni online le scuole hanno voluto che gli studenti tenessero a casa la divisa dell’istituto, ma non ci sono stati problemi nel fare didattica così».

L’incontro con la società giapponese

Conquistare il sogno però non è stata una strada in discesa: «Quando sono arrivata stabilmente in Giappone, a 32 anni, molti mi chiedevano perché non fossi già sposata, gli sembrava strano – racconta Alessandra -. A 32 anni, nell’ideale locale, se non sei sposata, sei già un po’ in avanti con l’età per farlo. Ci sono molti stereotipi ancora validi e ricorrenti al giorno d’oggi, come quello della donna giapponese che sposa uno straniero, soprattutto se europeo o americano. Considerati come gentleman d’oltreoceano, sono solitamente ben visti anche grazie alla cultura cinematografica d’importazione, ed è quindi frequente che donne giapponesi sposino uomini occidentali».

«Meno comune è il contrario, come è capitato a me: è difficile che una donna occidentale sposi un uomo giapponese. Gli uomini giapponesi solitamente temono la donna occidentale, pensano di non esserne all’altezza. La società è molto maschilista in alcuni settori, e dopo il matrimonio, con l’arrivo di un figlio, in molti casi il rapporto di coppia cambia».

Una vista panoramica del Rainbow Bridge di Tokyo

«Questo maschilismo lo ho notato soprattutto lavorando nelle aziende dove ero agli inizi. Ora – precisa Alessandra – in Prada questo problema non si crea, è una azienda a carattere globale e posso dire che casi di maschilismo sono tutto fuorché frequenti. Devo dire che i giovani stanno un po’ svecchiando la società giapponese, ma qualche retaggio del passato è comunque duro a morire, come in Italia e altre parti del mondo del resto. Certo molto dipende dallo stile di vita, dallo status sociale delle persone, però la famiglia tradizionale giapponese spesso si rifà a questi loro canoni».

A Tokio, Alessandra ha sovvertito gli stereotipi sposando un uomo locale, ed è divenuta madre di un figlio, adesso 13enne: Leo. Con lui parlano sia italiano che giapponese, ha già visitato la Maremma più volte e anche a lui sono rimaste molto impresse le estati sulla nostra costa, anche se l’Italia continua a rimanere solo una meta di vacanze.

Alessandra insieme al figlio Leo

Giappone mon amour

«Per un buon 99,9% non penso ci sia un ritorno in Maremma. Mi manca sì quel mare, anche se qui lo ho a 3 Km, ma è diverso. Mi manca anche l’estate italiana, qui è molto umido e torrido nella stagione estiva. Ma questo paese mi piace, volevo cambiare vita e ho trovato quello che cercavo, tornare a lavorare in Prada poi era il mio sogno, col quale spero di arrivare alla pensione, che col lavoro di qua raggiungerò a 60 anni. Tokyo la sento proprio mia, la giro soprattutto in bici, non mi piace prendere il treno».

«Se non chiudo il lucchetto alla bicicletta non è che devo stare in pensiero che me la portino via. La società e il rispetto che hanno verso l’altro mi hanno coinvolta, ci vivo davvero bene. In famiglia anche mio fratello è espatriato, lui però in America, come pianificatore finanziario e servizi di investimento».

 

Il sogno di Alessandra sembra quindi essere stato realizzato nella sua pienezza, il Giappone oramai significa casa, anche se ad attenderla in Maremma, ci saranno sempre le sue estati.


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