Cristina, dalla Maremma in Ucraina per salvare vite Skip to content

Cristina, dalla Maremma in Ucraina per salvare vite

Cristina Falconi, prima con Medici senza frontiere e ora con Norwegian refugee council aiuta la popolazione martoriata dalla guerra. Tornerà a Dnipro nella seconda metà di gennaio
Cristina Falconi in Ucraina
Cristina Falconi (con giubbotto rosso) in Ucraina con la Norwegian refugee council. A destra (il primo) Jan Egeland, segretario generale dell’organizzazione (Photo Credit: Myriam Renaud/NRC)

GROSSETO. Lavorare per gli altri. Per un mondo migliore proprio là dove le questioni del mondo si ingarbugliano ed è più difficile scioglierne i nodi. Questa è stata la scelta che ha fatto la grossetana Cristina Falconi.

Sono passati un po’ di anni da quando, tra 2005 e 2006, con una laurea in scienze politiche in borsa e un master nella cassetta degli attrezzi, intraprese la sua prima missione in Palestina. Il suo percorso poi l’ha portata dall’Africa all’India, da Haiti al Bangladesh.

Ora opera in Ucraina, oramai dal 2018.

Prima con Medici Senza Frontiere è stata capo missione, poi per la solita organizzazione (dopo lo scoppio della guerra) ha coordinando unità mobili di soccorso fino al 21 maggio, nella zona di confine con l’Ungheria.

Da fine agosto 2022 invece è area manager con l’organizzazione Norwegian Refugee Council. La base è a Dnipro. Una delle maggiori città ucraine, divenuta oramai un hub umanitario, molto vicina al fronte. «Ci occupiamo di assistenza primaria – racconta Cristina – con distribuzione di cibo, kit igienici, sanitari, e altri kit che servono a effettuare riparazioni di fortuna su finestre rotte. Ci occupiamo anche di attività educative nelle scuole e di assistenza legale».

Nei suoi occhi viaggiano immagini di un conflitto che sta andando avanti oramai quasi da un anno.

Malgrado l’attenzione dei media sia calata rispetto al primo periodo dell’invasione russa, come racconta Cristina il conflitto non è affatto finito. «Sono in Ucraina oramai da 3 anni e mezzo – ricorda – con Medici Senza Frontiere lavoravo nella zona del Donbass, cercando di contrastare tubercolosi e Hiv. L’Ucraina è tra i primi paesi al mondo per quanto riguarda la presenza di tubercolosi multiresistente. Poi è arrivata la guerra totale ed ha cambiato un po’ le carte sul tavolo».

Cristina Falconi medici senza frontiere
Con Medici Senza Frontiere

Gli occhi di Cristina guardano avanti. Come se avesse proprio di fronte, a pochi metri, tutto quello che racconta. Boati, famiglie in fuga, edifici sventrati, carovane umanitarie bombardate. Alcune delle famiglie che ha incontrato erano “profughe due volte” «C’è chi si è spostato lasciando tutto prima dal Donbass per trovare pace – racconta – per poi trovarsi a dover lasciare tutto di nuovo, inseguito ancora una volta dalla guerra quando invece credeva di potersi ricostruire una vita» racconta Cristina.

Mentre la si guarda raccontare una storia difficile che arriva da terre lontane (neanche troppo), lei risponde con piglio, concretezza, e una nota di malinconia. Quasi come se quello che ha visto, fosse l’ennesima cruda manifestazione di un “brutto vizio“, quello di farsi la guerra, che nonostante il duro impegno di lei e di altre come lei, l’uomo pare abbia proprio tanta difficoltà ad abbandonare.

Un bambino in un centro a Dnipro (Ucraina) che ospita circa 300 persone sfollate dal Donbass. Foto del 22 novembre
Oleksandr, 11 anni, sta facendo i compiti in un centro a Dnipro (Ucraina) dove vive da marzo con i suoi 2 fratelli. Il centro ospita circa 300 persone sfollate dal Donbass. La foto è del 22 novembre (Photo Courtesy of Norwegian Refugee Council)

 

Un conflitto atteso, ma più vasto del previsto

Parlando della guerra, Cristina parla di un fuoco che non si è mai spento.

«Lo scontro, inizialmente solo in Donbass, si era cronicizzato negli anni su una linea di confine che aveva diviso il territorio tra Donetsk e Lugansk governativi e non governativi – descrive – C’era una fascia di 5km considerata zona rossa. Tutt’ora lì è guerra di trincea, con trincee da entrambe le parti, dove l’artiglieria la fa da padrona. Lì non c’è mai stato sostanzialmente un cessate il fuoco, in 7 anni si parla di 14.000 morti. Sono stati molti quelli fuggiti dalla Crimea e dalle zone non governative – prosegue – quelli rimasti erano per lo più persone anziane: è più difficile che si spostino».

Quello che rimane di un ospedale a Hrakove nella regione nord-est dell'Ucraina
Quello che rimane di un ospedale a Hrakove nella regione nord-est dell’Ucraina, dove 70 famiglie vivono senza gas né elettricità (Photo Courtesy of Norwegian Refugee Council)

«Gli accordi di Minsk non hanno trovato piena concretezza, da entrambe le parti – precisa Cristina – e la ferita negli anni non si è mai sanata. Nel frattempo, l’Ucraina ha preso sempre più distanza dalla Russia che forse la considerava quasi una sorta di proprietà e ha avuto tempo per armarsi. Mi aspettavo che si arrivasse a un conflitto più duro come lo è adesso – dice – i presupposti perché succedesse qualcosa c’erano, ma non mi aspettavo che la guerra arrivasse da più fronti. Vedevo più probabile una linea che dal Donbass muovesse verso Kiev. I movimenti di truppe al confine non avvenivano per caso».

«I russi hanno sottovalutato la reazione ucraina»

La distanza a volte distorce la percezione. «Talvolta credo non ci rendiamo conto delle proporzioni del conflitto dall’Italia, dove l’Ucraina ci sembra solo una cartina alla tv – descrive Cristina – È un paese molto vasto e la zona che seguo, con il team di Norwegian Refugee Council, è ampia come Belgio e Olanda messe insieme. È la porzione più “calda”».

Proprio in questa terra, fredda d’inverno ma incredibilmente vivace, fertile e ricca di persone e storia, gli ucraini combattono per la propria patria con una forza inaudita e inaspettata. «La Russia ha sottovalutato molto la reazione degli ucraini – dice nettamente Cristina – alcuni forse si aspettavano addirittura un’accoglienza dai territori più a est, ma non è stato così. Hanno dovuto sommergerli di bombe per fare mezzo passo avanti».

GUARDA LE FOTO (photo courtesy of Norwegian Refugee Council)

La guerra ha visto correre via dalle proprie case migliaia di ucraini, gli uomini rimasti per via della legge marziale hanno agevolato la fuga donne e bambini dalle zone più pericolose se non proprio dallo stato. A rimanere sotto le bombe spesso sono rimasti solo gli anziani.

«A novembre sono stata nei villaggi vicino Kharkiv, a nord est del paese – racconta – erano rimaste 80 persone su 300, tutti anziani. Gli altri erano tutti scappati. Raccontavano che sono stati occupati subito, da 3 giorni dopo l’inizio della guerra, fino all’8 settembre. Giorno in cui sono stati liberati dagli ucraini. Aiuti dai soldati russi non ne hanno visti, come non hanno più visto alcuni abitanti: ogni tanto qualcuno veniva preso».

«Non sono mai più tornati – racconta – Chi è rimasto, chi si è salvato, ha vissuto nelle cantine. Qualcuno che vive nelle campagne forse ha avuto modo di mangiare qualcosa di migliore, di fatto in casa, ma con l’arrivo di neve e gelo la situazione si era comunque complicata».

La grande forza dell’Ucraina

Nonostante la situazione drammatica, gli ucraini hanno dimostrato capacità di resistenza e di risposta poderose.

«Come più volte ho detto anche a loro – chiosa Cristina – sono un popolo con una capacità di resilienza incredibile. Sono determinati, fermi come rocce. In una situazione come questa forse non riescono a far trasparire la vera drammaticità di quello che stanno vivendo. Lontano dalle bombe la vita va avanti – sottolinea – nelle grandi città si respira un clima di normalità, negozi e bar sono aperti, nessuno si scompone. Non si riesce a percepire la vera drammaticità della situazione. Questo è un loro grande pregio, ma allo stesso tempo forse un difetto. Forse per questo alcuni nel mondo non comprendono la loro vera condizione».

Quello che rimane di una chiesa - Hrakove, Ucraina (Photo Courtesy of Norwegian Refugee Council)
Quello che rimane di una chiesa – Hrakove, Ucraina (Photo Courtesy of Norwegian Refugee Council)

«Nelle città al buio e al freddo – descrive Cristina – non trovi una persona che si lamenti, che dica “Per me è inaccettabile”. Piuttosto vanno via, ma vogliono dimostrare che quella è comunque la loro casa e nessuno gliela deve portare via. Questa è la grande forza dell’Ucraina. Il popolo con questo conflitto forse si è molto più unito di quanto non lo fosse già prima».

Uno degli episodi che le è rimasto più impresso è capitato nei pressi di Zaporizhzhia (città nota per la vicina centrale nucleare). 

«Proprio a 30 km dalla città c’è un unico punto in cui può avvenire il passaggio di persone da zona governativa a non governativa. Fu bombardato a ottobre – sottolinea – Stavo aspettando che arrivassero persone dalla zona non governativa, quella invasa dai russi. Quando arrivano, vedo che tra loro c’è una madre anziana col figlio. Arrivavano da Mariupol. Avevano vissuto lì fino a un mese prima, affrontando la distruzione più totale, lei ci aveva perso il marito».

«La prima sua reazione – ricorda – fu quella di parlare subito con le prime persone che aveva davanti. Era un fiume in piena. Diceva che aveva provato a resistere fino all’ultimo, erano fuggiti solo quando non si trovava più da mangiare e da bere. Non riuscivano a rimanere lì, non avevano più niente. Con sé però qualcosa era riuscita a portare. Un piattino con scritto “Ucraina”. “Questo il mio ricordo di Mariupol” ha detto».

«Una volta passata la linea di confine – ricorda – passato il checkpoint, i russi hanno bombardato la carovana umanitaria. Fortunatamente non sono stati presi».

Fermando il fiume dei ricordi, Cristina parla già dei prossimi obiettivi. Un infortunio al piede la ha costretta a uno stop, ma già scalpita per tornare «Volevo essere là prima – racconta – ora devo aspettare di stare meglio, ma conto di tornare in Ucraina comunque già dalla seconda metà di gennaio».

 

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