Condannato al dolore, fa causa all'Asl e vince | MaremmaOggi Skip to content

Condannato al dolore, fa causa all’Asl e vince

Il ragazzo ha avuto una crisi epilettica nel 2014 a Cisterna, da lì la sua vita non è stata più la stessa: si è risvegliato dopo 10 giorni di coma con le piaghe da decubito che lo hanno reso disabile
Andrea Giometti dopo la rimozioni delle cicatrici dolorose

GROSSETO. Una vita senza un dolore martellante, un negozio di piante e un po’ di felicità: è tutto quello che chiede Andrea Giometti, grossetano di 32 anni. Il ragazzo è costretto alla sofferenza fisica ed emotiva, a causa di errori che sarebbero stati commessi durante il suo ricovero.

 Andrea il 26 febbraio 2014 era al mercato di Cisterna, paese nel Lazio, e mentre cercava un regalo per una sua amica ha avuto un giramento di testa. Poi il buio totale. Dopodiché il risveglio all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina dopo 10 giorni di coma con due piaghe da decubito.

Andrea non si ricorda niente di quei 10 giorni, per questo li racconta suo marito, Fabio Pippo, che ha combattuto al suo fianco in questi 10 anni. «Quei momenti erano terribili da vivere, ero sempre in ospedale ad aspettare le risposte e quella mezz’ora per vederlo steso su un letto inerme – dice – I medici ci dicevano che lo avevano messo in coma per evitare stimoli esterni, perché sospettavano che fosse o una meningite o un’encefalite».

10 giorni di coma in cui il personale infermieristico non ha mosso il suo corpo. 10 giorni che gli hanno cambiato la vita per sempre. 

La crisi epilettica e le cure dell’ospedale

Andrea quel giorno al mercato ha avuto la sua prima crisi epilettica e tutt’oggi i medici non gli hanno saputo dire da che cosa sia scaturita. «Mi ricordo solo che stavo guardando la bancarella e poi la mia testa ha iniziato a girare – dice – Mi sono risvegliato dopo più di una settimana in stato confusionale in un letto d’ospedale. Mi ricordo di aver visto Albert Einstein vicino al mio letto, insomma non ero proprio lucido».

Fabio invece in quei giorni è stato al suo capezzale ogni volta che ha potuto. «Lo hanno sedato perché era delirante e iperattivo e non riuscivano a fargli le analisi necessarie – dice – I medici non ci davano speranze, non sapevamo se sarebbe sopravvissuto. Fortunatamente ce l’ha fatta, quando si è risvegliato ero con lui nel letto dell’ospedale e abbiamo notato un liquido marrone che gli usciva dalla testa».

«Abbiamo chiamato l’infermiera, che mi ha detto che dovevo medicarlo io, perché lei non poteva, quindi ho preso la garza e il disinfettante e ho fatto quello che potevo: ho disinfettato io, in un ospedale, la testa al mio fidanzato – conclude – Ho anche fatto una ciambella con un’asciugamano per evitare che gli poggiasse la ferita aperta sul cuscino».

Andrea Giometti e il rimedio di Fabio Pippo

L’Icot e le curettage

Andrea poi è stato trasferito all’Icot, Istituto chirurgico ortopedico e traumatologico di Latina, per la riabilitazione. «Nell’altro ospedale mi hanno detto che mi erano venute delle piaghe da decubito, delle ferite che si creano quando il corpo non viene spostato per diverse ore di seguito, e mi hanno spiegato che molti dei pazienti che escono dal Goretti le hanno – dice – Io le avevo sulla nuca e nel lato destro del tallone».

«Lì è iniziata la vera sofferenza: mi facevano le curettage senza anestesia, mi asportavano il tessuto morto causato dalle piaghe con il bisturi – continua – Ho sopportato tantissimo dolore. Dopo qualche settimana le ferite hanno iniziato a rimarginarsi e mi è rimasta una cicatrice profonda. Nel piede hanno scavato fino ad arrivare a pochi millimetri dall’osso, per questo il tessuto cicatriziale ha iniziato a spingere sul calcagno e a farmi male ad ogni passo».

All’Icot hanno provato a salvare il piede di Andrea. «Non so se amarli od odiarli. Hanno sbagliato anche loro perché sono disabile anche a causa delle loro curettage – dice Andrea – ma è anche vero che hanno fatto tutto quello che potevano per non amputarmi il piede, che col senno di poi sarebbe stato meglio».

«Quando sono tornato a Grosseto tutti pensavano che il mio dolore fisico derivasse dalla depressione, quando in realtà era la cicatrice che martellava sul tallone tutte le ore del giorno e della notte – conclude – Solo un medico mi ha creduto, Matteo Bellini. Lui nel 2019 mi ha ascoltato e mi ha fatto operare per togliere la causa del dolore, ma ormai era troppo tardi. Dopo 5 anni il dolore era diventato cronico, una condizione a cui non esiste cura, se non un macchinario impiantato nel mio corpo, ma che mi causerebbe altre cicatrici dolorose».

Il processo: riconosciuto il risarcimento

Il tribunale di Latina ha sentenziato che Andrea aveva la ragione sulla vicenda e gli hanno riconosciuto un risarcimento, ma non è stato semplice. Infatti durante il processo l’ospedale di Santa Maria Goretti non voleva assumersi la responsabilità del danno fisico. «All’epoca ero circa 120kg e hanno detto che le piaghe da decubito derivavano dal mio peso – dice – ma se così fosse si sarebbero formate sopra il collo e non nel punto dove la testa tocca il cuscino». Andrea, assistito dalle avvocate Rachele Morini e Rossella De Prisco, però, ha avuto ragione. 

«Hanno detto che quando sono cascato per la crisi epilettica ho battuto la nuca, ma avevo delle escoriazioni dell’asfalto in faccia – continua –  dove addirittura non mi hanno tolto un sasso vicino allo zigomo, che ho rimosso io all’Icot grattandomi per caso. La piaga sul tallone è nella parte destra esattamente dove poggio il piede quando sono sdraiato».

Insomma il Goretti non ha reso semplici le cose, ma il giudice, Alfonso Piccialli, ha scritto nella sentenza: «La struttura convenuta non ha fornito prova di un’adeguata assistenza al paziente durante il suo ricovero, una condotta omissiva causa/concausa dell’insorgenza delle piaghe da decubito».

Infine l’ospedale risarcirà ad Andrea 55.000 euro. Cifra che non è abbastanza per crearsi un posto di lavoro.

La famiglia di Andrea

Il ragazzo è disabile, costretto al bastone e al dolore fisico ed emotivo. La vita di Andrea non è semplice. Per sopportare il dolore, peraltro senza riuscirci, deve assumere cannabis terapeutica. «È una vita difficile e ho perso tanto. Probabilmente non tornerò mai più normale – dice Andrea – cerco di tenermi impegnato e ho scoperto che amo curare le piante, mi piacerebbe aprire una piccola attività».

«Ma sono felice di avere un marito che non mi abbandona mai e tutta la sua famiglia che mi sostiene e che mi ha aiutato nel percorso, soprattutto dopo che mia mamma è venuta a mancare – conclude – Senza di loro non so se ce l’avrei fatta. Per me è sempre dura, emotivamente e fisicamente parlando, ma so che senza Ilenia, Paola, Gino e, soprattutto, Fabio la mia vita sarebbe molto peggio».

Andrea con i soldi del risarcimento vorrebbe crearsi un posto di lavoro. «Non voglio campare sulle cause, vorrei che da una storia così terribile – conclude – nascesse qualcosa di bello e basta».

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