Barbanella, oltre l’aggressione: la caccia al volto e il confine che non superiamo | MaremmaOggi Skip to content

Barbanella, oltre l’aggressione: la caccia al volto e il confine che non superiamo

Dopo la tentata violenza in via Prile, esplode la polemica sui social: ecco perché non abbiamo pubblicato nome, foto e nazionalità dell’uomo fermato
La pattuglia dei carabinieri in via Prile dove c'è stata la tentata violenza
La pattuglia dei carabinieri in via Prile dove c’è stata la tentata violenza

GROSSETO. Non basta più raccontare i fatti. Ora si pretende un volto. Un nome. Un bersaglio.

Dopo la tentata aggressione sessuale di lunedì 20 sera a Barbanella, in via Prile, sotto la notizia si è scatenato qualcosa che va oltre la cronaca. Non solo rabbia – comprensibile – per quanto accaduto. Ma una richiesta insistente, martellante: pubblicare nome, cognome, foto, nazionalità precisa dell’uomo arrestato.

Come se fosse quello il punto.

Come se il valore di una notizia si misurasse nella quantità di dettagli da esporre. Come se il giornalismo dovesse trasformarsi in una vetrina del colpevole, pronta a soddisfare curiosità e alimentare lo scontro.

E invece no. C’è un confine. E noi non lo superiamo.

Siamo andati sul posto, abbiamo raccolto testimonianze, ricostruito i fatti e raccontato ciò che è accaduto. Abbiamo scritto che si tratta di uno straniero, perché questo è ciò che è stato possibile accertare in quel momento.  

Non abbiamo un nome perché non c’era un nome. Non abbiamo documenti perché non c’erano documenti. Quelli arrivano dopo, nelle caserme come nelle questure. Non in strada. Le regole del mestiere del giornalista, poi, sono chiare: il nome si può pubblicare in caso di arresto e solo se, nel farlo, non viene reso noto quello della vittima. Non può invece essere pubblicato in caso di denuncia, ad esempio. E nel momento in cui una persona viene fatta salire su un’auto dei carabinieri o della polizia, non è stata automaticamente arrestata. 

Queste sono le regole, poi ci sono anche le scelte: non abbiamo pubblicato una foto perché il nostro lavoro non è esporre una persona come un trofeo.

Il vero punto della vicenda di Barbanella

Il punto, però, è un altro. E qualcuno fa finta di non vederlo.

Una donna è stata aggredita. E un gruppo di cittadini, sentendo le sue urla, è sceso in strada, ha rischiato, ha bloccato un uomo e lo ha consegnato ai carabinieri.

E forse non è un caso che sia successo a Barbanella dove, non ce ne voglia chi abita altrove, il legame fra gli abitanti del quartiere è più forte che altrove in città. C’è una comunità nella comunità.

Questo è il fatto. Questo è ciò che conta. Il resto – la caccia al dettaglio, alla nazionalità precisa, al volto da mettere in piazza – non è informazione. È curiosità morbosa.

È rabbia che cerca un bersaglio. È il tentativo di trasformare una notizia in uno scontro politico già visto mille volte.

Noi scegliamo un’altra strada. Raccontare i fatti, verificati. Senza aggiungere benzina al fuoco. Se questo significa essere “giornalisti da quattro soldi”, allora è un prezzo che vale la pena pagare.

Diciamolo chiaramente. Non è il nome che mancava. Non è la foto che avrebbe cambiato questa storia.

I cittadini hanno fatto la cosa giusta

Quella donna è stata salvata perché ha urlato. Perché qualcuno ha ascoltato. Perché dei cittadini sono scesi in strada e hanno fatto la cosa giusta.

Il resto è rumore. È la scorciatoia facile: trovare un volto, appiccicargli un’etichetta, usarlo per confermare le proprie idee. È il bisogno di trasformare una notizia in una bandiera.

Ma il giornalismo non è questo. Non è esporre, non è incendiare, non è scegliere da che parte stare prima ancora di raccontare.

È fermarsi un passo prima. Anche quando tutti ti chiedono di andare oltre. Noi quel passo non lo facciamo. E continueremo a non farlo.

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