«A 86 anni accudisco mio figlio di 60, ma non ce la faccio più» | MaremmaOggi Skip to content

«A 86 anni accudisco mio figlio di 60, ma non ce la faccio più»

Il racconto di un padre e la fotografia di un sistema che non riesce a garantire aiuto a chi ne ha bisogno. Un uomo anziano si prende cura del figlio malato di schizofrenia, in attesa di un posto che non arriva. Mancano le strutture e i fondi per il “dopo di noi”
La rsd Il Sole

GROSSETO. «Il 29 ottobre compio 86 anni. Ho fatto di tutto. In tribunale hanno nominato un giudice tutore per prendersi cura di lui, ma io lo devo accudire e non ce la faccio più».
È la voce stanca ma lucida di un padre grossetano che da sessant’anni si prende cura di suo figlio, Andrea, affetto da schizofrenia. Una vita di dedizione e di fatica, fatta di amore e di solitudine.

Una storia che racconta molto più di una vita familiare

Andrea ha 60 anni. È malato, è schizofrenico ma non è cattivo. Lo dice suo padre, subito dopo aver spiegato di quale malattia soffra il figlio, la schizofrenia. «Mi dà da fare, ma è buono come il pane», spiega.

Da giovane frequentava un centro diurno in città, conosceva a memoria gli almanacchi del calcio, sapeva tutto della Juventus. Poi, con gli anni, la malattia ha preso il sopravvento.

Oggi non è più autonomo. Serve chi lo lavi, chi lo vesta, chi gli prepari da mangiare. Tutto ricade sulle spalle del padre, rimasto solo dopo la morte della moglie, avvenuta nel 2010. «La mamma di Andrea è morta che lui aveva due anni e lei appena 24», racconta. «Io ho fatto l’artigiano, ho avuto solo lui. Ora non ce la faccio più».

La lista d’attesa infinita e i posti che non ci sono

Andrea è primo nella lista per un posto nella Rsd del Sole di Grosseto, una struttura gestita da Uscita di Sicurezza. Ma i posti sono solo 14, tutti occupati.
Un’altra ventina sono a Manciano, ma anche lì non c’è spazio. «Sono andato anche alla Fondazione Il Sole – dice il padre – ho parlato con tutti, ma mi dicono che siamo tra i primi e che dobbiamo aspettare».

L’avvocata Rossella De Prisco segue la pratica, ma la realtà è che in Maremma i posti per persone con disabilità gravi e non autonome non bastano nemmeno per chi è già in lista d’attesa.
E la prospettiva del “dopo di noi”, cioè di una vita assistita quando i genitori non ci saranno più, resta un’incognita per decine di famiglie.

Fondi insufficienti e strutture al limite

Dal 2017 non esistono più le case famiglia. Le residenze sanitarie per disabili (Rsd) sono poche, e le famiglie si arrangiano come possono.
Il fondo nazionale per il “dopo di noi”, istituito nel 2016, ammonta a 56 milioni di euro l’anno e non è mai stato incrementato. Anche il fondo per la non autosufficienza, fermo a 400 milioni l’anno, non è mai stato aggiornato.

A Grosseto, la Fondazione Il Sole accoglie quaranta persone nel centro diurno, ma i numeri dicono tutto: cinque posti nell’appartamento del “dopo di noi”, riservati solo a chi è autosufficiente.
Molte famiglie hanno offerto di donare appartamenti per garantire un futuro ai propri figli, ma mancano i fondi per pagare il personale: «Solo per gestire una struttura servono circa 15mila euro al mese», spiegano dalla Fondazione.

Una questione che riguarda tutti

La storia di Andrea non è un caso isolato. È la storia di tanti genitori che invecchiano mentre si prendono cura dei figli disabili.
La malattia di Andrea è stabile ma cronica, e non compatibile con una residenza psichiatrica. Non ci sono alternative. E ogni giorno, per suo padre, è più difficile.

«Ho chiesto aiuto a tutti – racconta – ma non c’è posto. Ho bisogno che qualcuno si prenda cura di lui, perché io non ce la faccio più».

L’Asl, insieme ai servizi sociali, stanno seguendo giorno per giorno la situazione di Andrea. «L’uomo, tuttora in carico ai servizi specialistici, ha effettuato negli anni passati tutti i percorsi riabilitativi previsti ed ha raggiunto degli obiettivi di stabilità clinica e alcuni obiettivi di autonomia – spiega l’Azienda sanitaria – Persistendo difficoltà nella vita quotidiana e mancanza di autonomie, è stata riconosciuta disabilità e in programma c’è l’inserimento in una Rsd locale non appena si renderà disponibile un posto letto. In caso di necessità, la persona verrà supportata e sarà assistita con le modalità opportune». 

Il coraggio e la dignità di un padre

Dietro la voce affaticata di quest’uomo c’è la forza di una generazione che non ha mai smesso di lottare, anche quando il sistema si è mostrato fragile.
Lui non chiede miracoli. Chiede solo che il suo figlio “buono come il pane” possa avere un posto dove vivere in sicurezza, accudito da persone che lo rispettino e lo comprendano.

E mentre lo Stato promette fondi che non arrivano, la comunità grossetana – assistenti sociali, operatori, volontari – continua a cercare soluzioni. Ma da soli non basta.
Serve un impegno reale, strutturale, per non lasciare soli i padri e le madri del “dopo di noi”.

Autore

Riproduzione riservata ©

pubblicità

Condividi su

Articoli correlati