MONTE ARGENTARIO. L’avevano chiamata Ulisse, come l’eroe che aveva attraversato il mare affrontando mille pericoli prima di trovare la strada di casa. E anche quella giovane tartaruga marina, recuperata il 2 ottobre nelle acque dell’Argentario, sembrava aver vissuto un’odissea troppo grande per un animale così piccolo.
Sul corpo portava cicatrici, mutilazioni e ferite. Alcune vecchie, altre recenti. I segni di una vita già duramente segnata, nonostante la giovane età.
Quando era stata trovata, galleggiava in modo anomalo, con la parte posteriore del carapace sollevata. Un diportista si era accorto che qualcosa non andava e aveva dato l’allarme, permettendo ai volontari di TartAmare di intervenire.
Per giorni i veterinari e i volontari del centro recupero hanno cercato di salvarla. L’hanno curata, assistita, tenuta al caldo e al sicuro. Hanno sperato che quella piccola tartaruga, sopravvissuta a chissà quanti pericoli in mare, potesse farcela ancora una volta.
Ma Ulisse è morta.
La notizia è stata comunicata da TartAmare con un messaggio carico di dolore, arrivato a pochi giorni da un altro episodio che aveva colpito profondamente i volontari: lo spiaggiamento di un esemplare di tartaruga liuto.
Il diportista che si è accorto che qualcosa non andava
Tutto era cominciato il 2 ottobre, nelle acque dell’Argentario. Un diportista aveva notato una giovane tartaruga marina che galleggiava in una posizione insolita. La parte posteriore del carapace rimaneva sollevata rispetto al resto del corpo, un comportamento che aveva fatto sospettare un problema.
L’uomo non aveva tirato dritto. Aveva segnalato la presenza dell’animale, permettendo l’attivazione dei soccorsi.
I volontari di TartAmare erano intervenuti rapidamente, recuperando la tartaruga e affidandola alle cure del veterinario dottor Andrea Guidoni, con il supporto delle consulenze del professor Di Bello.
Soltanto dopo il recupero era stato possibile comprendere quanto fossero compromesse le condizioni dell’animale.
Il carapace ferito e le pinne posteriori mutilate
La prima cosa che i soccorritori avevano notato era una grossa ferita sul carapace, ormai rimarginata. Una cicatrice importante, che raccontava un trauma avvenuto tempo prima.
Secondo la valutazione riportata da TartAmare, quella lesione potrebbe aver provocato un danno alla colonna vertebrale, con conseguente paresi parziale delle pinne posteriori.
Il trauma potrebbe inoltre aver compromesso la motilità intestinale, aggravando ulteriormente le condizioni della tartaruga.
Ma non era tutto.
Entrambe le pinne posteriori erano notevolmente mutilate, con ferite ormai cicatrizzate.

Lesioni che Ulisse si portava dietro da tempo e delle quali non è ancora possibile stabilire con certezza l’origine. Non sappiamo che cosa le abbia provocate, né quanto tempo la giovane tartaruga abbia trascorso in mare in quelle condizioni.
Quello che i soccorritori hanno potuto constatare è che l’animale aveva già subito traumi molto importanti, con possibili conseguenze sulla capacità di muoversi e sulle normali funzioni dell’organismo.
Le nuove ferite e l’infezione
Alle vecchie lesioni si aggiungevano ferite molto più recenti. I veterinari avevano individuato un foro su un lato del collo e una profonda lesione sul piastrone, la parte inferiore del guscio.
Quest’ultima presentava tessuto necrotico ed era associata a un’infezione. Un quadro clinico estremamente complesso, nel quale le conseguenze dei traumi precedenti si sommavano a problemi più recenti.
I veterinari hanno cercato di intervenire sulle condizioni della giovane tartaruga, ma la gravità delle lesioni rendeva difficile il percorso di recupero.
Non è ancora possibile stabilire quale sia stata la causa precisa della morte.
Per questo sarà fondamentale l’esame necroscopico che verrà eseguito da Arpat, dal quale i volontari sperano di ottenere almeno alcune risposte.
«Per qualche giorno non è stato solo»
Nel messaggio con cui TartAmare ha annunciato la morte di Ulisse ci sono la tristezza di chi ha tentato fino all’ultimo di salvarla, ma anche la consapevolezza di averle offerto, almeno nei suoi ultimi giorni, un luogo sicuro.
«Quello che è stato possibile fare, lo abbiamo fatto, curandolo e accompagnandolo fino all’ultimo, con tutta l’attenzione che meritava», scrivono i volontari.
E poi una frase che racconta meglio di qualsiasi altra il legame che si crea tra chi soccorre un animale ferito e quell’animale che, improvvisamente, dipende completamente dalle sue cure.
«Per qualche giorno non è stato solo; è stato al caldo, al sicuro, circondato da persone che hanno fatto tutto il possibile per lui».
Non è bastato.
Ma per TartAmare rimane almeno la consolazione di sapere che, dopo tante sofferenze, Ulisse abbia incontrato qualcuno disposto a fermarsi e ad aiutarlo.
«Non è bastato, e questo è doloroso, ma ci consola pensare che, almeno alla fine, abbia incontrato esseri umani gentili».
L’esame di Arpat per capire perché è morto
Adesso si attende l’esame necroscopico, che dovrebbe permettere di approfondire le condizioni dell’animale e cercare di individuare le cause del decesso.
Restano infatti diversi interrogativi. Quale trauma aveva provocato la grossa ferita sul carapace? Da che cosa erano state causate le mutilazioni delle pinne posteriori? Quale ruolo hanno avuto l’infezione e le lesioni più recenti nel peggioramento delle condizioni di Ulisse?
Al momento non ci sono risposte definitive.
Le ferite osservate dai veterinari testimoniano una storia di sofferenza, ma non consentono da sole di stabilire che cosa le abbia provocate.
Saranno gli accertamenti a chiarire, per quanto possibile, il quadro.
Il grazie a chi ha provato a salvarlo
TartAmare ha voluto ringraziare innanzitutto il diportista che aveva notato la tartaruga in difficoltà: ala sua attenzione ha permesso di intervenire e di offrire a Ulisse una possibilità.
Un ringraziamento è stato rivolto anche alla capitaneria di porto, per il supporto, ai veterinari Guidoni e Di Bello e a tutti i volontari che hanno seguito l’animale durante i giorni trascorsi al centro recupero.
Persone abituate a confrontarsi con tartarughe ferite, in difficoltà, talvolta in condizioni disperate. E che, nonostante l’esperienza, continuano a vivere ogni perdita con dolore.
Perché non tutti gli animali recuperati riescono a tornare in mare.
L’ultima lezione di Ulisse
La storia della giovane tartaruga si conclude senza il lieto fine che tutti avevano sperato. Non ci sarà il momento della liberazione, con Ulisse che torna a nuotare verso il largo. Non ci saranno le immagini del suo ritorno al mare, quelle che rappresentano la ricompensa più bella per chi dedica tempo ed energie alla tutela di questi animali.
Resta però il significato di un soccorso che non è stato inutile: un diportista si è fermato, i volontari sono intervenuti, i veterinari hanno tentato tutto quello che era possibile.
E per qualche giorno un animale gravemente ferito ha ricevuto cure e protezione. «Purtroppo non tutte le storie al nostro centro recupero hanno il lieto fine, ma ogni tartaruga che passa da qui ci lascia qualcosa», scrive TartAmare.
Ulisse ha lasciato soprattutto una promessa.
«Il desiderio di non fermarci, nonostante la tristezza e il senso di impotenza, e di continuare a esserci per tutte le tartarughe che verranno dopo di lui».
È forse questo il modo più bello per salutarlo. Continuare a cercare, soccorrere e curare le altre tartarughe in difficoltà. Anche quando, come questa volta, il mare non restituisce una storia a lieto fine.





