GROSSETO. Ottantanove insegne spente in sei anni. Ottantanove banconi che non aprono più la mattina, macchine del caffè ferme, saracinesche abbassate. E, soprattutto nei paesi più piccoli, ottantanove luoghi di incontro che sono scomparsi.
La geografia dei bar in Maremma sta cambiando.
Nel 2019 in provincia di Grosseto erano 772. Nel 2025 ne restano 683. Significa 89 attività in meno e una contrazione dell’11,5%. In pratica, è sparito quasi un bar ogni nove. E se si guarda soltanto al capoluogo, la perdita è ancora più pesante.
A Grosseto hanno chiuso 38 bar
Sei anni fa nel Comune di Grosseto si contavano 274 bar. Oggi sono 236. Ne mancano 38. Una riduzione del 13,9%, superiore a quella registrata complessivamente dalla provincia.
Sono numeri che raccontano un fenomeno che non riguarda soltanto gli imprenditori. Perché un bar che chiude lascia un vuoto economico, ma può lasciarne anche uno sociale.
È il posto dove ci si ferma prima di andare al lavoro, dove si prende un caffè dopo aver accompagnato i figli a scuola. Nei piccoli centri può essere uno dei pochi luoghi rimasti dove incontrarsi. Nei quartieri diventa spesso un punto di riferimento quotidiano.
Ed è proprio su questo aspetto che insiste Alessandro Ricci, presidente provinciale Fiepet Confesercenti Grosseto.

«Perdere 89 attività nell’arco di sei anni significa perdere imprese, occupazione, servizi e punti di riferimento per le nostre comunità – dice –. Dietro ogni bar che chiude non c’è soltanto un numero, ma una storia imprenditoriale e spesso un luogo che ha rappresentato per anni un punto d’incontro per residenti, lavoratori e turisti».
La Maremma perde bar, ma meno del resto della Toscana
Dentro questi numeri c’è però anche un elemento in controtendenza. La provincia di Grosseto sta resistendo meglio rispetto alla media regionale e a quella nazionale.
In Maremma la riduzione tra 2019 e 2025 è stata dell’11,5%. In Toscana, nello stesso periodo, il numero dei bar è sceso del 16,3%.
A livello italiano si è passati invece da 169.839 a 145.766 imprese. Sono 24.073 bar in meno, pari a una contrazione del 14,2%.
Numeri enormi: distribuita sull’intero periodo considerato, la perdita equivale a circa 11 bar al giorno in tutta Italia.
Una moria che colpisce più duramente proprio le città. Nei comuni capoluogo italiani la riduzione raggiunge infatti il 15,6%, mentre negli altri comuni si ferma al 13,4%.
Anche Grosseto segue la stessa tendenza: il capoluogo perde percentualmente più attività rispetto alla provincia nel suo complesso.
Perché i bar stanno chiudendo
Non c’è una sola ragione dietro le saracinesche abbassate. Gli ultimi sei anni, del resto, sono stati tutt’altro che normali per chi gestisce un’attività.
In mezzo c’è stata la pandemia. Poi sono arrivati l’aumento dell’energia e delle materie prime, quello del costo del lavoro e degli affitti. Nel frattempo sono cambiate anche le abitudini dei clienti e le famiglie sono diventate più prudenti nelle spese.
Per un’attività nella quale i margini possono essere ridotti e il personale rappresenta una delle voci principali dei costi, far tornare i conti è diventato sempre più complicato.
«Il nostro settore ha attraversato anni particolarmente complessi – spiega Ricci –. L’aumento dei costi dell’energia, delle materie prime, del lavoro e degli affitti si è sommato al cambiamento delle abitudini di consumo e a una maggiore prudenza nella spesa delle famiglie».
A tutto questo si aggiungono altri due problemi: la difficoltà nel trovare personale e quella nel trovare qualcuno disposto a raccogliere il testimone quando un titolare decide di lasciare.
Il turismo aiuta la Maremma, ma non basta
C’è poi una caratteristica che potrebbe aver contribuito alla maggiore capacità di resistenza della provincia di Grosseto: il turismo.
L’analisi evidenzia una tenuta relativamente migliore in alcune province turistiche e costiere, anche se questo elemento, da solo, non basta a spiegare le differenze tra i vari territori.
Per la Maremma significa poter contare nei mesi estivi su migliaia di presenze aggiuntive. Ma una stagione affollata non risolve necessariamente i problemi di un’attività che deve pagare affitto, utenze e personale dodici mesi all’anno.
«La presenza turistica rappresenta certamente una risorsa importante per la Maremma – sottolinea Ricci – ma non possiamo pensare che sia sufficiente da sola a garantire la sostenibilità delle imprese nell’intero territorio».
Ed è soprattutto nei mesi lontani dall’estate e nei centri meno frequentati dai visitatori che il problema può diventare più evidente.
Quando chiude un bar, il problema non è soltanto il caffè
Confesercenti inserisce i dati grossetani in un fenomeno più ampio: quello della desertificazione commerciale.
Quando scompare un’attività diminuiscono gli acquisti dai fornitori, possono andare persi posti di lavoro e viene meno una parte del reddito prodotto sul territorio. Ma c’è un’altra conseguenza, molto meno semplice da misurare.
Un paese con meno negozi, bar e servizi rischia di diventare anche un paese nel quale è più difficile vivere.
Il tema diventa particolarmente delicato nei piccoli centri della provincia, dove ogni attività che chiude pesa molto più di quanto possa suggerire il suo fatturato.
È per questo che Confesercenti lega la battaglia dei pubblici esercizi alla propria proposta di legge di iniziativa popolare contro la desertificazione commerciale e dei servizi di prossimità.
A Follonica parte la raccolta firme
La prossima tappa sarà venerdì 2 ottobre, dalle 14 alle 16, all’Ice Caffè Pagni di Follonica, dove è prevista una raccolta firme a sostegno della proposta di legge promossa dall’associazione.
«Difendere i pubblici esercizi significa difendere la vitalità delle nostre città e dei nostri paesi – conclude Ricci –. Il bar continua ad avere una funzione che va ben oltre la somministrazione: è un presidio di socialità, un servizio per cittadini e turisti e un tassello fondamentale dell’economia locale».
I numeri, intanto, raccontano quanto velocemente stia cambiando il settore.
772 bar nel 2019. 683 nel 2025. Ottantanove in meno. E dietro ognuno di quei numeri c’è una porta che non si apre più la mattina.




