Urla ai carabinieri: «Vi do fuoco uno a uno». Ma è capace di intendere e volere | MaremmaOggi Skip to content

Urla ai carabinieri: «Vi do fuoco uno a uno». Ma è capace di intendere e volere

La giovane aveva citofonato alla caserma di Follonica e poi aveva iniziato a insultare e minacciare i militari: «Voglio solo stare in carcere»
Il tribunale di Grosseto
Il tribunale di Grosseto

GROSSETO. Lo scorso 27 febbraio si era celebrato per lei il processo per direttissima: era andata fuori dalla caserma di Follonica e aveva iniziato a inveire contro i carabinieri. Urlava loro: «Sono ’sto c***o sbirri di m***a, io vi do fuoco a tutti uno a uno» e ancora «E lo faccio perché ho voglia di farlo». Poi ha rotto il citofono e dato fuoco ad alcuni fogli di carta.

Nella mattinata del 15 settembre si è svolta l’udienza per la 20enne, difesa dall’avvocato Domenico Fiorani, davanti al giudice Marco Bilisari e al vice procuratore onorario Alessandro Bonasera.

La donna è stata sottoposta a una perizia psichiatrica dalla perita Federica Vanelli, che l’ha giudicata in grado di intendere e di volere.

I precedenti

La 20enne ha diversi precedenti: lo scorso 17 febbraio ha ricevuto una condanna a 2 anni e 4 mesi. Difesa dall’avvocato Tommaso Santi Laurini, nella notte fra il 3 e il 4 luglio aveva appiccato 8 roghi in diverse zone di Follonica.

Dopo la condanna del 17 febbraio la giovane era tornata libera. E dopo poco meno di 10 giorni è stata arrestata di nuovo: questa volta aveva insultato, morso e minacciato i carabinieri di Follonica.

Il giudice Bilisari, in questo caso, aveva disposto per lei l’obbligo di dimora. Una scelta che ha fatto andare in escandescenze la giovane, che in aula ha iniziato a urlare che voleva tornare in carcere e ha poi lanciato una sedia.

La reazione della ventenne ha fatto tornare in aula il magistrato, che ha aggravato la misura cautelare, facendo aprire per lei di nuovo le porte del carcere. La donna, che era già stata in una cella della casa circondariale femminile di Perugia, ha sostenuto in aula che voleva tornare in carcere perché lì aveva delle amiche e stava bene.

Le perizie psichiatriche

Già nel procedimento per i roghi il perito nominato dal tribunale di Grosseto aveva dichiarato la giovane come capace di intendere e di volere. E anche per questo processo la perizia l’ha ritenuta consapevole di prendere decisioni nel momento in cui ha perso le staffe sia in caserma che in aula.

La perita del tribunale ha dichiarato che sì, la giovane ha un disturbo antisociale, ma che una patologia non significa essere incapaci di intendere e di volere.

«Ha una patologia, ma al momento dei fatti era pienamente consapevole di cosa stesse facendo – ha detto in aula la perita – Chi ha questi disturbi non vede l’altro come una persona con dei sentimenti, ma come un mezzo per raggiungere l’autodeterminazione personale. A differenza di chi non ha questa patologia, per lei l’autodeterminazione è più importante dell’esclusione dalla società».

«E cosa esco a fare?»

Durante il colloquio con la perita, la psichiatra ha chiesto alla giovane se volesse uscire dal carcere. La giovane, a questa domanda, ha risposto: «A fare che?». La perita ha spiegato che è una cosa normale per chi ha lo stesso disturbo.

«Chi ha questa patologia generalmente si sente più a suo agio in società più semplici e meno strutturate, come sono quelle all’interno delle carceri – ha detto la psichiatra – Perché in quell’assetto normativo l’empatia è secondaria e non principale, come lo è fuori».

Durante la prossima udienza si entra nella fase del dibattimento. L’unico interesse manifestato dalla ragazza è stato quello relativo alla durata di un’eventuale condanna. Probabilmente per avere la certezza che sarebbe rimasta in cella a lungo. 

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