A 19 anni prende l’autobus da solo per la prima volta. Poi la multa: «Non ci salirò mai più» | MaremmaOggi Skip to content

A 19 anni prende l’autobus da solo per la prima volta. Poi la multa: «Non ci salirò mai più»

Il ragazzo è nello spettro autistico. Dopo un lungo percorso con il Cim e Uscita di sicurezza aveva deciso di raggiungere la città in autonomia. Il biglietto non risulta obliterato correttamente, arriva la sanzione da 60 euro. La mamma Monica: «Non è la multa il problema, rischiamo di perdere un anno di lavoro»

GROSSETO. Per chiunque altro sarebbe stato soltanto un autobus. Una fermata, un biglietto da comprare, pochi chilometri seduto aspettando di arrivare a Grosseto e poi una passeggiata fino alle Mura. Per Giampaolo, invece, salire martedì 15 settembre su quell’autobus significava molto di più: significava lasciare da solo la casa delle Stiacciole nella quale, per quasi tutta la sua vita, il mondo era rimasto soprattutto fuori dalla porta, e provare finalmente ad attraversarlo senza avere accanto qualcuno che lo proteggesse.

Giampaolo ha 19 anni ed è nello spettro autistico. È un ragazzo alto più di un metro e ottanta, con i capelli lunghi e un modo tutto suo di stare tra le persone: con chi non conosce riesce difficilmente a interagire, ma anche comunicare con chi ama e con chi lo ama può richiedere tempo, pazienza e la capacità di comprendere silenzi che per gli altri sarebbero soltanto silenzi.

Per anni Giampaolo è rimasto chiuso dentro casa, poi qualcosa ha cominciato lentamente a cambiare.

Non è successo in un giorno e non c’è stata nessuna magia. Dietro ogni passo ci sono stati il lavoro dei professionisti che lo seguono, dello psichiatra, dello psicologo, del personale del Cim di Grosseto e degli operatori del progetto Uscita di sicurezza, ma soprattutto un ragazzo che, un centimetro alla volta, ha cominciato ad affacciarsi fuori dal luogo nel quale si sentiva protetto.

Prima uscire, poi stare insieme agli altri e infine provare a conquistare piccoli pezzi di autonomia. Fino a martedì, quando Giampaolo ha preso un respiro più grande degli altri e ha comunicato a sua madre Monica che quella volta alle Mura ci sarebbe andato da solo.

«Mamma, vado da solo»

Per Monica quella frase aveva un peso che soltanto chi conosce il percorso di suo figlio può davvero misurare. Giampaolo doveva partire dalle Stiacciole, prendere l’autobus per Grosseto, scendere in viale Sonnino alla seconda fermata, entrare nel centro storico da Porta Corsica e raggiungere il bastione del Cinghialino, dove avrebbe incontrato gli operatori e gli altri partecipanti al progetto.

Un tragitto breve sulla carta, una distanza enorme per lui.

Giampaolo ha comprato il biglietto, ha aspettato l’autobus ed è salito. A seguirlo, a distanza, c’era sua nonna. La famiglia aveva deciso di lasciargli vivere fino in fondo quella prova di autonomia, ma senza rinunciare completamente a quella protezione che per diciannove anni è stata inevitabilmente parte della loro vita.

La nonna, quindi, seguiva l’autobus senza intervenire. Giampaolo era da solo, ed era proprio questo il senso di quel viaggio.

Poi, prima che arrivasse alla sua fermata, sul mezzo è salito un verificatore.

Quel biglietto che non risultava obliterato

Il controllore ha cominciato a verificare i titoli di viaggio e quando è arrivato davanti a Giampaolo qualcosa non andava. Il biglietto non risultava obliterato correttamente. O forse non era stato obliterato affatto.

Giampaolo era convinto di averlo fatto. Aveva sentito il rumore della macchinetta e anche l’autista avrebbe sentito il segnale quando il ragazzo è salito sul mezzo. Ma al momento del controllo il titolo non risultava regolare.

Per un verificatore, a quel punto, la procedura è chiara. Per Giampaolo, invece, è cominciato un problema molto più grande di un biglietto.

Di fronte alle contestazioni non è riuscito a spiegarsi. Non ha raccontato perché fosse lì, non ha detto che quello era il primo viaggio affrontato in autonomia, non è riuscito a chiedere di chiamare sua madre e neppure a spiegare la difficoltà che stava vivendo.

È rimasto in silenzio. Gli è stata contestata una sanzione da 60 euro e gli è stato chiesto di scendere.

«Eppure – dice Monica – si vede che mio figlio non è come tutti gli altri ragazzi della sua età. Sarebbe bastato chiedergli se potevano parlare con noi. Non è certo il problema dei 60 euro: quello che mi fa male è pensare che per un episodio del genere rischiamo di buttare via un anno di lavoro fatto con lo psichiatra, lo psicologo e con gli operatori di Uscita di sicurezza, che fanno tantissimo per ragazzi come lui».

Giampaolo, però, ha continuato a camminare

La storia potrebbe fermarsi lì. Ma c’è un’altra cosa che Giampaolo ha fatto martedì e che merita di essere raccontata. Non è tornato indietro.

Sceso dall’autobus in un punto diverso da quello che aveva imparato a riconoscere, con addosso la tensione di un confronto che non era riuscito a gestire, Giampaolo ha provato comunque a portare a termine quello che aveva deciso di fare uscendo di casa.

Con difficoltà, è riuscito a orientarsi e ha raggiunto il bastione del Cinghialino. La nonna, che aveva seguito il mezzo proprio per essere presente in caso di necessità, è intervenuta soltanto dopo aver saputo quello che era accaduto.

Per Monica è anche questo uno degli aspetti più dolorosi della vicenda: suo figlio aveva affrontato una situazione per lui complicatissima e, nonostante tutto, aveva trovato le risorse per continuare. Il problema è arrivato dopo.

«Non salirò mai più da solo su un autobus»

Quando Giampaolo è tornato a casa non ha raccontato praticamente nulla. Poi però sono arrivate poche parole ma sufficienti a far capire a sua madre quanto quell’episodio lo avesse segnato. «Non salirò mai più da solo su un autobus», ha detto.

È questa frase, molto più dei 60 euro della sanzione, che Monica non riesce a togliersi dalla testa.

«La cosa che mi dispiace davvero – racconta – è che sia stato minato un progetto di autonomia nel quale lui credeva molto. Siamo riusciti a portarlo fuori di casa a 19 anni, dopo anni di lavoro dei professionisti, e pensare che adesso possa tornare indietro mi fa davvero male».

Perché per Giampaolo l’autonomia non si misura soltanto nella capacità di comprare un biglietto o ricordare a quale fermata scendere.

Significa imparare a stare dentro un mondo che non sempre riesce a decifrare e che, allo stesso tempo, non sempre riesce a decifrare lui.

Una diagnosi arrivata soltanto alle superiori

Anche per la sua famiglia capire che cosa stesse succedendo non è stato semplice. La diagnosi di disturbo dello spettro autistico è arrivata tardi, durante gli anni delle scuole superiori.

«Prima nessuno riusciva a capire davvero che cosa avesse – dice Monica – Si vedeva soltanto che aveva delle difficoltà. Mio figlio non ha malizia e credo che anche chi non lo conosce possa rendersi conto che c’è qualcosa di particolare nel suo modo di comportarsi».

Ed è proprio qui che lo sfogo di una madre comincia a trasformarsi in qualcosa di diverso.

Monica non chiede di cancellare le regole e non sostiene che suo figlio avesse diritto a viaggiare senza un titolo valido. Non vuole nemmeno trasformare il verificatore in un bersaglio.

Sa che chi controlla gli autobus lavora seguendo procedure precise e sa anche in quali condizioni, qualche volta, quel lavoro debba essere svolto. Sugli autobus succedono cose terribili, ci sono ragazzi che spaccano tutto, persone che aggrediscono il personale. Lo sappiamo.

«Ma quando davanti hai un ragazzo che manifesta una difficoltà, sarebbe bello provare prima a spiegargli cosa deve fare – dice – magari mostrargli come obliterare correttamente il biglietto, invece di limitarsi alla punizione».

La regola e quello che una regola non può vedere

Il verificatore, applicando la norma, ha fatto quello che le procedure prevedono per un passeggero privo di un titolo di viaggio valido: la sanzione e la discesa dal mezzo

Ma questa storia non nasce per stabilire se una multa sia formalmente corretta o sbagliata. Nasce dalla domanda che viene dopo: siamo capaci di riconoscere quando davanti a noi c’è qualcuno che ha bisogno di qualche secondo in più, di una domanda diversa, di una spiegazione anziché soltanto di un richiamo?

Perché una sanzione può essere una lezione per un ragazzo di diciannove anni che il giorno successivo salirà nuovamente sull’autobus, starà più attento alla macchinetta e controllerà due volte il proprio biglietto.

Per un altro ragazzo della stessa età può diventare invece una montagna impossibile da scalare.

Non perché sia più fragile o perché debba essere sottratto alle regole, ma perché arrivare fino a quella macchinetta, mettere il biglietto dentro e affrontare da solo un autobus pieno di sconosciuti può essere già il risultato di un percorso che agli occhi degli altri rimane completamente invisibile.

«Non voglio che il mondo gli faccia paura»

Anche la nonna che martedì seguiva quell’autobus racconta qualcosa di questa famiglia. «Mia madre lo ha seguito perché con Giampaolo siamo sempre in protezione – dice Monica – Abbiamo sempre paura che il mondo possa essere un posto brutto».

Martedì avevano provato a fare qualcosa di difficilissimo anche per loro: lasciarlo andare

Essere abbastanza vicini da poter intervenire se fosse successo qualcosa, ma abbastanza lontani da permettere a Giampaolo di sentire che ce l’aveva fatta da solo. 

E in effetti ce l’ha fatta.

Ha comprato il biglietto, è salito sull’autobus, ha affrontato un controllo che lo ha messo in enorme difficoltà. È sceso ma si è trovato lontano dal punto nel quale pensava di arrivare.

E poi ha raggiunto comunque le Mura. Forse è proprio da qui che bisognerà ricominciare. Dal guardare ragazzi come Giampaolo, persone che manifestano qualche difficoltà con maggiore attenzione perché non tutte le difficoltà si vedono immediatamente. E non tutte le persone riescono a dire: «ho bisogno di aiuto».

Qualche volta restano semplicemente in silenzio e sta anche a chi hanno davanti provare ad ascoltarlo, quel silenzio.

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