RIBOLLA. Per capire la vita di Giuseppe Ferrara bisognerebbe forse mettere una accanto all’altra due immagini che sembrano non avere niente in comune. Nella prima c’è un uomo in mezzo all’Atlantico, al largo di Gloucester, nel Massachusetts, che rimane in mare anche dieci giorni consecutivi, affrontando un oceano che per tre volte rischia di portargli via tutto, compresa la vita. Nella seconda ci sono i filari di pesche nella campagna di Montelattaia, il sole della Maremma, le pecore, le mucche e quella frutta che, con il passare degli anni, avrebbe fatto conoscere il nome dei Ferrara in tutta la zona.
In mezzo ci sono quasi 96 anni di vita, una Sicilia lasciata alle spalle, la Francia attraversata a piedi, la Germania degli emigranti italiani, il ritorno a casa, un matrimonio, l’America, i pescherecci comprati dopo anni di sacrifici, una famiglia cresciuta lontano dall’Italia e infine una decisione che avrebbe potuto sembrare folle: vendere tutto quello che aveva costruito negli Stati Uniti e ricominciare ancora una volta da zero.
Stavolta, però, non per necessità. Stavolta per amore di una terra.
Giuseppe Ferrara è morto sabato 12 settembre, a meno di un mese dal suo 96° compleanno. Era nato il 7 ottobre 1930 a Trappeto, in provincia di Palermo, e domani, lunedì 14 settembre, alle 10.30 nella chiesa di Ribolla, la famiglia e quella Maremma che aveva scelto come casa gli daranno l’ultimo saluto. Della sua lunga vita restano la moglie Sara, che ha festeggiato da poco 90 anni, i figli Enza e Vito, i nipoti Margareth, Rosy, Sara, Melany e Giuseppe, sei pronipoti (e una in arrivo) e soprattutto una storia che sua nipote Margareth ha voluto raccontare a MaremmaOggi.

Sette fratelli e una Sicilia che non poteva offrire abbastanza
Giuseppe era uno di sette fratelli e rimase orfano quando era ancora bambino. Erano gli anni in cui nascere in una famiglia numerosa della Sicilia significava imparare presto che niente sarebbe arrivato senza fatica, e per tanti ragazzi della sua generazione l’unico modo per immaginare un futuro diverso era partire.
Partì anche Giuseppe. E lo fece in un modo che oggi sembra appartenere a un’altra epoca, quella in cui le frontiere non erano una riga su una carta geografica ma chilometri da percorrere, spesso senza denaro e contando soprattutto sulle proprie gambe.
Attraversò la Francia a piedi per arrivare in Germania.
Non era ancora con quella che sarebbe diventata sua moglie. Partì da solo, cercando quello che cercavano migliaia di italiani in quegli anni: un lavoro e la possibilità di costruirsi una vita. In Germania trovò occupazione in fabbrica. Poi tornò in Sicilia, sposò Sara e, dopo il matrimonio, la Germania entrò nuovamente nella loro vita. Ma Giuseppe non era ancora arrivato abbastanza lontano.
Il sogno americano e Gloucester, dove il mare è oceano
La grande svolta arrivò all’inizio degli anni Settanta. Giuseppe e Sara avevano già i loro figli, Enza e Vito, e quando Vito aveva circa due anni, intorno al 1971, la famiglia prese ancora una volta la strada dell’emigrazione.
Questa volta dall’altra parte dell’Atlantico. La destinazione era Gloucester, nel Massachusetts, una delle grandi città di pescatori del New England. E lì Giuseppe tornò, in qualche modo, al mare, ma era un mare completamente diverso da quello della sua Sicilia. Era l’Atlantico.
Giuseppe cominciò a fare il pescatore e quella che inizialmente era stata un’altra scommessa divenne, anno dopo anno, una nuova vita. Le battute di pesca potevano durare dieci giorni, poi c’era un fine settimana a terra e di nuovo l’oceano. «Ai figli non ha fatto mai mancare niente», ricorda Margareth.
Per dodici anni Giuseppe lavorò in quel mondo durissimo. E da emigrante arrivato negli Stati Uniti riuscì a costruirsi una posizione: ebbe il suo peschereccio, chiamato la Stella del Mare, case e proprietà. Era riuscito, insomma, a fare quello che milioni di italiani partiti con poco o niente avevano sognato attraversando l’oceano, ma per arrivarci aveva pagato il prezzo di chi il mare non lo guarda dalla riva.
Tre volte rischiò di morire nell’Atlantico
Margareth conserva anche uno dei ricordi più impressionanti dei racconti del nonno. Tre volte Giuseppe rischiò la vita perché i pescherecci sui quali si trovava andarono a fondo. «Là il mare è oceano, non è il Mediterraneo», dice la nipote con una frase semplicissima che restituisce la misura di quello che Giuseppe aveva affrontato.
Eppure continuò. Continuò a uscire in mare, a lavorare e a costruire qualcosa per la famiglia. Fino a quando, all’inizio degli anni Ottanta, accadde qualcosa che avrebbe cambiato per l’ennesima volta la direzione della sua vita.
Questa volta non fu una fabbrica a chiamarlo. Non fu la necessità di guadagnare di più. E non fu neppure il sogno americano. Fu una vacanza.
Quel viaggio in Italia e l’incontro con la Maremma
All’inizio degli anni Ottanta i Ferrara tornarono in Italia per un viaggio. Affittarono un’automobile e cominciarono a girare il Paese: Milano, Venezia, poi giù attraverso l’Italia fino alla Sicilia. Durante quel viaggio si fermarono anche in Maremma, dove Sara aveva un fratello.
E Giuseppe vide Montelattaia.
Non c’erano l’oceano, i grandi porti americani o le possibilità che gli Stati Uniti gli avevano offerto. C’era una campagna che, come ricorda Margareth, quarant’anni fa poteva essere ancora dura e isolata.
La nipote la definisce con una parola bellissima: «amara». «La Maremma 40 anni fa era amara. Non c’era niente, però lui qualcosa ci ha visto». Giuseppe qualcosa, davvero, ci vide.
E durante quella vacanza pronunciò una frase che avrebbe finito per decidere il futuro dell’intera famiglia: se un giorno fosse tornato dall’America, gli sarebbe piaciuto vivere proprio lì, in Maremma.
Tornò in America e vendette tutto
Avrebbe potuto restare soltanto uno di quei pensieri che vengono durante le vacanze, quando un posto sembra più bello perché sappiamo che presto dovremo lasciarlo. Per Giuseppe Ferrara non fu così. La famiglia tornò negli Stati Uniti. Passò circa un anno. E Giuseppe fece i conti con la vita che aveva costruito dall’altra parte dell’oceano.
Aveva il peschereccio, appartamenti, case e proprietà. Non era più il ragazzo siciliano che aveva attraversato la Francia a piedi per cercare lavoro in Germania. In America si era fatto una posizione.
E proprio per questo la scelta pesa ancora di più. Vendette tutto. Il peschereccio, le proprietà, quello che aveva costruito in anni di lavoro e di mare. Poi Giuseppe, Sara, Enza e Vito attraversarono nuovamente l’Atlantico.
Questa volta nella direzione opposta. E arrivarono a Montelattaia.

Dalle aragoste dell’Atlantico alle pesche di Montelattaia
Giuseppe aveva ricominciato molte volte e lo fece ancora. Solo che adesso, al posto del mare, aveva davanti la terra.
Acquistò il terreno, piantò i pescheti e cominciò a coltivare e vendere la frutta. Poi arrivarono le pecore, le mucche e gli altri animali e quell’appezzamento di campagna diventò un’azienda agricola e, soprattutto, il luogo nel quale un uomo che aveva attraversato mezzo mondo decise finalmente di mettere radici.
Con il tempo le pesche di Ferrara diventarono conosciute in tutta la zona.
C’è qualcosa di straordinariamente circolare in questa storia: un bambino partito da Trappeto, un paese siciliano affacciato sul mare, era diventato pescatore dall’altra parte dell’oceano, aveva affrontato l’Atlantico e pescato le aragoste di Gloucester, aveva costruito una piccola fortuna negli Stati Uniti e alla fine aveva scelto di trascorrere il resto della sua vita coltivando pesche nella campagna maremmana.
Dalle aragoste alle pesche. Dall’Atlantico a Montelattaia. Dalla necessità di partire alla libertà di scegliere dove restare.
La storia di Giuseppe è anche la storia degli italiani che partirono
La vita di Giuseppe Ferrara appartiene alla sua famiglia, ma racconta anche qualcosa di molto più grande.
Racconta l’Italia dell’emigrazione, quella di uomini e donne che lasciavano il proprio paese non perché non lo amassero, ma perché spesso non offriva loro abbastanza per poterci restare. Persone capaci di imparare mestieri nuovi, vivere in lingue che non erano le loro, attraversare confini e oceani, lavorare nelle fabbriche o sui pescherecci e ricostruire una casa ogni volta che la vita li costringeva a ricominciare.
Giuseppe lo fece più di una volta. La Germania gli diede il lavoro. L’America gli diede la possibilità di costruirsi una posizione. Ma fu la Maremma a dargli qualcosa che, evidentemente, né l’una né l’altra erano riuscite a dargli. La sensazione di essere arrivato.
«Meglio di qui non stava da nessuna parte»
Giuseppe Ferrara è rimasto lucido fino alla fine. Margaret racconta che, poco prima di morire, aveva ancora raccontato la sua storia a un’infermiera. Forse perché una vita così lunga diventa inevitabilmente un racconto.
Dentro c’erano sette fratelli e un’infanzia difficile, la Sicilia e le strade percorse a piedi, la Germania, Sara, i figli, l’America, le tempeste, i pescherecci, le case comprate e poi vendute, un’automobile presa a noleggio per attraversare l’Italia, una sosta quasi casuale in Maremma e un pezzo di terra trasformato nella casa definitiva della famiglia.

E quando Margaret deve spiegare il rapporto del nonno con il luogo che aveva scelto dopo averne conosciuti tanti, non servono grandi parole. Ne usa poche. «Lui meglio di qui non stava da nessuna parte».
Domani, lunedì 14 settembre, alle 10.30, nella chiesa di Ribolla, la Maremma saluterà Giuseppe Ferrara.
L’uomo che era partito dalla Sicilia, aveva attraversato l’Europa e sfidato l’Atlantico. E che, dopo aver visto mezzo mondo, aveva scelto di fermarsi qui.



