Commercio in Maremma, chiusi 364 negozi: persi 54,6 milioni | MaremmaOggi Skip to content

Negozi che chiudono, il conto è enorme: 54,6 milioni che non restano più in Maremma

Dal 2019 al 2025 in provincia sono scomparse 364 attività commerciali. Ma Grosseto resiste meglio di quasi tutta la Toscana. Nei paesi il colpo più duro: 268 negozi in meno
Da sinistra: Valentino Visconti, Massimiliano Mei e Olga Ciaramella
Da sinistra: Valentino Visconti, Massimiliano Mei e Olga Ciaramella

GROSSETO. Valgono circa 54,6 milioni di euro i consumi potenzialmente sottratti al circuito economico locale. Una cifra molto alta unita a circa il 10,9% in meno di imprese dal 2019 al 2025, ovvero ben 364 attività commerciali in meno in tutta la provincia. I numeri spaventano, ma in relazione alle altre province toscane il Grossetano è la seconda migliore per la tenuta (-10,9%), seconda solo alla provincia di Prato che registra un -5,1%.

Nei dati forniti dall’indagine di Confesercenti emerge una situazione molto particolare, anche perché province come quelle di Firenze, Pisa, Massa Carrara e Arezzo – che sono fra le più ricche della Toscana – registrano perdite maggiori. Nel Grossetano il commercio di vicinato a gestione familiare regge meglio, ma la sua chiusura lascia spazio alla grande distribuzione e agli acquisti online.

«Con Confesercenti nazionale abbiamo fatto un’indagine per studiare lo stato di salute del commercio di prossimità in tutte le province d’Italia e abbiamo messo in relazione i dati grossetani con quelli di altre province toscane – dice Andrea Biondi, direttore di Confesercenti Grosseto – La fotografia che emerge è una provincia dove il commercio regge, ma che presenta delle criticità».

In Toscana, infatti, le imprese commerciali sono passate da 52.901 nel 2019 a 45.112 nel 2025, con 7.789 attività in meno (-14,7%), mentre complessivamente in Italia la diminuzione è stata del 13,4%.

Nel Grossetano, quindi, la contrazione è stata meno importante sia rispetto alla media regionale che a quella nazionale.

La macchina della grande distribuzione e dell’online

Acquistare online è semplice e veloce e sono tanti i consumatori che prediligono questo nuovo modo di acquistare. Perché uscire e andare a comprare una camicia, quando la si può scegliere comodamente dal divano? Si risparmia tempo e, soprattutto con i tempi che corrono, si risparmia anche denaro. Ma lo sconto non arriva al caso: sia la grande distribuzione che l’online riescono ad avere prezzi migliori per la forza d’acquisto che hanno.

Siti come Amazon, Shein o Zalando, fra l’altro, sono soggetti anche ad altro tipo di spese sia nell’organico che di tassazione. Naturalmente, un negozio a Semproniano pagherà anche la Tari, l’affitto del fondo, il suolo pubblico se ha qualcosa all’esterno e via dicendo. Soldi che entrano nel circuito locale e che permettono alle amministrazioni locali di avere dei fondi da usare per il territorio stesso.

Meno negozi significa meno presidi

Secondo lo studio nazionale, infatti, per ogni 100 euro spesi nella rete commerciale fisica circa 70 rimangono sul territorio, attraverso occupazione, redditi d’impresa, affitti, servizi, manutenzioni e fiscalità. Quando invece la spesa si sposta sui grandi marketplace internazionali, una quota analoga tende a uscire dall’economia locale.

«Questo è un dato importante, perché lascia comprendere quanto sia la grande distribuzione che l’online lascino nel territorio – dice Biondi – È una “perdita” per tutto il territorio. I negozi di vicinato non sono solo attività: sono un presidio capillare. Perdere 364 attività in provincia, di cui 96 a Grosseto, significa anche che molti abitanti hanno servizi in meno».

La perdita di attività ha anche altre conseguenze: meno negozi significa meno presidi sociali nei quartieri e nei paesi, meno spazi attivi e una maggiore concentrazione del commercio. Un fenomeno che incide anche sulla sicurezza percepita e sulla coesione sociale. Inoltre, la chiusura delle attività riduce le entrate delle amministrazioni locali, che hanno così meno risorse da utilizzare per i servizi e per il territorio.

La provincia di Grosseto

Un altro dato importante che emerge è quello dell’occupazione da differenziare dal comune di Grosseto con quello della provincia. Questo è un dato fondamentale, perché regala anche una fotografia della situazione sociale in provincia, vien da sé che se un imprenditore chiude la sua attività questo dovrà comunque andare a lavoro, ma se il lavoro non c’è?

Nel comune di Grosseto la situazione regge: i dipendenti dal 2019 al 2025 risultano essere 162 in più a fronte delle 184 imprese in meno, ma nel territorio provinciale la situazione è più drammatica. In tutto il Grossetano si ha un +324 dipendenti e un -567 indipendenti, ovvero la crescita del lavoro dipendente non compensa la perdita degli indipendenti.

Nel complesso, gli addetti al commercio in provincia sono passati da 7.202 nel 2019 a 6.959 nel 2025, con una diminuzione del 3,4%. I dipendenti sono passati da 3.614 a 3.938 (+9%), mentre gli indipendenti sono scesi da 3.588 a 3.021 (-15,8%).

Andrea Biondi e Massimiliano Mei durante l'analisi dei dati
Andrea Biondi e Massimiliano Mei durante l’analisi dei dati

«Le attività che rimangono sono più solide»

Il commercio di prossimità ha ricevuto un duro colpo soprattutto nell’intera provincia rispetto a Grosseto. Proprio in quei territori c’è il bisogno di avere della bottega, per fornire alle persone quello di cui hanno bisogno e, soprattutto, lì la grande distribuzione non posa gli occhi.

Delle 364 attività perse in provincia, 268 si trovavano fuori dal comune di Grosseto, quasi tre quarti del totale. Dei 54,6 milioni di euro di consumi potenzialmente sottratti al circuito economico locale, circa 40,2 milioni riguardano il resto della provincia, mentre 14,4 milioni riguardano il capoluogo.

Nei piccoli centri la perdita di un negozio può significare anche la perdita di un servizio essenziale e di un luogo di relazione. Non tutti i servizi, inoltre, possono essere sostituiti dall’online, soprattutto per le persone anziane che hanno meno dimestichezza con gli acquisti digitali. La chiusura delle attività nei paesi rischia così di contribuire anche allo spopolamento e alla perdita dei rapporti di vicinato.

«Il quadro suggerisce meno attività indipendenti, ma le attività che rimangono sono più strutturate nel loro organico – dice Biondi – La grande distribuzione trova uno spazio in un mercato e guarda la città, non i piccoli borghi. Ed è nei paesi dove chiudono più attività e questo lascia sforniti i presidi sul territorio e porta disagio, perché il vestiario lo posso comprare online, ma i generi alimentari no».

Il paradosso di Firenze

Il commercio di prossimità regge meglio a Grosseto (-8,5%) che a Firenze (-17,7%) e questo dato è importante, perché dimostra che il turismo ha più effetti sul comparto della ristorazione che in quello del commercio. Nel capoluogo toscano il turismo c’è 12 mesi all’anno, ma l’attrattiva per i turisti non basta a mantenere il commercio delle botteghe. Ma nel Grossetano quello che traina è la costa.

«La situazione di Firenze mostra che online e grande distribuzione arrivano ovunque, anche dove c’è il turista – dice Biondi – Non siamo contro gli e-commerce e le grandi catene, ma anche loro dovrebbero pagare quanto pagano i commercianti di prossimità, che pagano oltre il 40% degli incassi in spese per lavorare, mentre gli altri pagano fra il 5 e il 6%».

Il turismo sporadico, quindi, non può sostenere da solo il commercio, mentre nel Grossetano la costa contribuisce alla maggiore tenuta del settore. La crescita dell’online, inoltre, non mette in difficoltà soltanto i piccoli negozi: secondo quanto emerso durante l’incontro, a lungo andare può ridurre anche il mercato della grande distribuzione e, di conseguenza, incidere sul numero dei dipendenti.

La proposta per salvare il commercio di prossimità

Per contrastare la desertificazione commerciale, Confesercenti sostiene la proposta di legge di iniziativa popolare “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”. Una proposta che chiede strumenti nazionali, perché le amministrazioni comunali possono provare a intervenire sul territorio, ma da sole hanno una forza limitata.

Fra le misure richieste ci sono fiscalità di vantaggio, sostegno finanziario, semplificazione, un osservatorio e un fondo dedicato alla rigenerazione del commercio e dei servizi di prossimità.

La campagna nazionale ha già raccolto quasi 40mila firme e punta alle 50mila necessarie per portare la proposta in Parlamento. La raccolta prosegue anche nel Grossetano: giovedì 10 settembre, dalle 9 alle 12, Confesercenti sarà in corso Carducci a Grosseto, mentre domenica 13 settembre, dalle 18 alle 20, sarà all’Orto dei Frati di Castiglione della Pescaia, in occasione della terza edizione del Festival Officina delle Parole. Online sarà possibile firmare fino alla fine di ottobre.

«Senza negozi vengono meno anche la cultura e i rapporti sociali»

Alla presentazione era presente anche Olga Ciaramella, consigliera comunale e provinciale, che ha ricordato la situazione del centro storico di Grosseto, dove alcune saracinesche sono abbassate ormai da anni. Fra le zone citate ci sono via Mazzini e via Ginori, mentre fra i problemi ci sono il caro affitti e una zona che non è più attrattiva dal punto di vista della sicurezza.

«Nei piccoli centri la chiusura di un’attività può significare molto più della perdita di un negozio – dice Massimiliano Mei, presidente provinciale di Confesercenti Grosseto – Può voler dire perdere un servizio essenziale e un luogo di relazione. Per questo riteniamo che la rigenerazione urbana e commerciale debba diventare una vera politica pubblica».

Per Giaranella, soprattutto nei piccoli centri urbani, le attività sono essenziali anche per mantenere i rapporti fra le persone: con la chiusura dei centri storici vengono meno la cultura, i rapporti di vicinato e la bellezza del vicinato, con il rischio di contribuire ulteriormente allo spopolamento.

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