La spiaggia perfetta non esiste: «Quella posidonia che non vi piace la sta proteggendo» | MaremmaOggi Skip to content

«La gente vuole la spiaggia delle vacanze, non quella naturale»: cosa nasconde la posidonia

Dopo la protesta della turista a Punta Ala e la risposta della sindaca Elena Nappi, parla il biologo marino di tartAmare Diego Arzola: dalle praterie sommerse alle banquette, il viaggio dentro una pianta capace di trattenere la sabbia, proteggere la costa e custodire la vita del Mediterraneo
Il team dei biologi di Tartamare sulla spiaggia di Punta Ala con la posidonia

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. Bisognerebbe cominciare dimenticando per qualche minuto la spiaggia che abbiamo in testa, quella delle fotografie pubblicitarie e delle vacanze perfette, con la sabbia chiara senza niente sopra, il mare trasparente, gli ombrelloni ordinati e una battigia sulla quale non esiste una foglia, un ramo, un’alga o qualsiasi altra cosa possa ricordarci che il mare non è una piscina e che una spiaggia, prima di essere il posto dove stendiamo un asciugamano, è un ecosistema.

Poi bisognerebbe andare a Punta Ala, guardare quella massa di foglie marroni accumulate sulla battigia e provare a fare l’esercizio più difficile: non chiedersi perché qualcuno non le abbia ancora portate via, ma che cosa succederebbe alla spiaggia se quelle foglie non ci fossero.

La posidonia sulla spiaggia di Casetta Civinini

Perché la storia della posidonia comincia da un equivoco.

«La prima cosa da spiegare è che la posidonia non è un’alga, è una pianta», dice Diego Arzola, biologo marino di tartAmare.

E non è una differenza da poco.

La foresta che cresce sotto il Mediterraneo

Le alghe non hanno vere radici, un fusto e foglie come le piante superiori. La Posidonia oceanica, invece, sì.

Vive completamente immersa nel mare, produce foglie, possiede rizomi e radici e forma sul fondo quelle immense distese verdi che vengono chiamate praterie di posidonia, uno degli ecosistemi più importanti e caratteristici del Mediterraneo.

«Come qualsiasi pianta ha un ruolo ecologico fondamentale – spiega Arzola – e le praterie che forma sono ecosistemi estremamente ricchi».

I biologi di Tartamare sulla spiaggia di Punta Ala. Al centro Diego Arzola

Arzola ha studiato biologia all’Università di Genova e ricorda in particolare gli insegnamenti della professoressa Monica Montefalcone, che proprio alle praterie di posidonia e agli ecosistemi marini mediterranei ha dedicato una parte importante della propria attività scientifica. La prof è morta in un tragico incidente subacqueo alle Maldive. Aveva lavorato proprio al ripristino della posidonia sui fondali del Giglio dopo il naufragio della Concordia

È lì che bisogna andare, qualche metro sotto la superficie, per capire quello che accade molti mesi dopo sulla spiaggia.

Perché mentre noi vediamo soltanto lunghe foglie verdi che ondeggiano sott’acqua, sotto quelle foglie sta succedendo molto altro.

Sotto la posidonia c’è una specie di pavimento vivente

Le radici e i rizomi della pianta, intrecciandosi con il sedimento e con il materiale organico che progressivamente si accumula, contribuiscono alla formazione di quella che gli studiosi chiamano matte, una struttura biogenica che può svilupparsi nel corso di tempi lunghissimi.

«La posidonia solidifica il sedimento – spiega Arzola  – Con le radici crea la matte, trattiene la sabbia e contribuisce anche a rendere più limpide le acque».

La Posidonia

In altre parole, una parte di ciò che rende così bello il mare che cerchiamo durante le vacanze dipende proprio dalla pianta che poi, quando le sue foglie arrivano sulla spiaggia, vorremmo far sparire.

Le praterie frenano infatti il movimento dell’acqua vicino al fondale, trattengono sedimenti e contribuiscono alla stabilizzazione dei fondali costieri. Le lunghe foglie, muovendosi insieme all’acqua, dissipano una parte dell’energia delle onde prima che queste raggiungano la riva.

È una barriera che non abbiamo costruito noi, non richiede cemento e lavora continuamente.

«La posidonia funziona anche come protezione della spiaggia dal moto ondoso – dice Arzola – Le foglie rallentano l’acqua e raccolgono la sabbia. E questo è fondamentale perché il moto ondoso è uno dei fattori che provocano l’erosione».

Poi arriva l’autunno e quella foresta comincia a perdere le foglie.

Quando il mare porta le foglie sulla spiaggia

Succede qualcosa di molto simile a ciò che osserviamo nei boschi sulla terraferma. Con il cambiamento stagionale una parte delle foglie più vecchie si stacca dalle piante. Le correnti cominciano a trasportarle, una parte rimane nel sistema marino alimentandone la rete ecologica e un’altra raggiunge la costa.

 

È qui che nascono le banquette di posidonia. Sono gli accumuli marroni che vediamo lungo la battigia e che possono diventare spessi, irregolari, a volte estesi per lunghi tratti di arenile. Esteticamente sono quanto di più lontano esista dall’immagine della spiaggia tropicale venduta dalle pubblicità.

Ecologicamente, però, continuano a lavorare. «Quando arriva sulla spiaggia, una delle funzioni più importanti della posidonia è proprio la protezione dell’arenile – spiega Arzola – Durante l’inverno le banquette diventano delle barriere nei confronti delle mareggiate».

Il mare quindi costruisce davanti alla spiaggia una specie di argine utilizzando ciò che la prateria ha prodotto durante l’anno.

E dentro quell’argine rimane intrappolata anche la sabbia.

Il paradosso della spiaggia “pulita”

È qui che la questione diventa molto meno semplice di quanto sembri quando, in costume, guardiamo la battigia e pensiamo che basterebbe una ruspa per sistemare tutto.

Perché portando via la posidonia non si portano via soltanto foglie morte. Si porta via anche la sabbia che quelle foglie hanno intrappolato.

Arzola cita studi condotti sulle spiagge della Sardegna nei quali è stata osservata la relazione tra gli accumuli di posidonia e la morfologia dell’arenile, confrontando ciò che accade prima e dopo le mareggiate e dopo la rimozione del materiale spiaggiato.

Il meccanismo è intuitivo una volta che lo si guarda dal punto di vista del mare: se eliminiamo la barriera naturale e contemporaneamente sottraiamo parte del sedimento che contiene, la successiva mareggiata incontra una spiaggia più esposta.

«Quando la posidonia viene portata via cambia anche la morfologia della spiaggia – spiega il biologo – Una spiaggia può diventare più piatta e il moto ondoso riesce ad arrivare più in alto».

Ed ecco il paradosso: possiamo togliere la posidonia perché vogliamo più spiaggia e contribuire, nel tempo, ad averne meno.

Tutto era cominciato da una turista

È proprio a Punta Ala che nei giorni scorsi questo conflitto tra due modi di immaginare il mare è esploso.

Una turista aveva scritto a MaremmaOggi lamentando le condizioni della spiaggia e la grande quantità di posidonia presente sull’arenile. Una protesta che aveva aperto una discussione enorme, tanto che l’articolo è stato letto da circa 150mila persone.

Alla segnalazione aveva risposto la sindaca di Castiglione della Pescaia Elena Nappi, difendendo la scelta dell’amministrazione di non rimuovere sistematicamente la posidonia e spiegandone il valore per la protezione della costa.

Il dibattito non è passato inosservato neppure a tartAmare, l’associazione che lavora sulla costa maremmana nella tutela dell’ambiente marino e che a Marina di Grosseto gestisce anche il centro di recupero delle tartarughe marine.

I giovani biologi dell’associazione hanno realizzato un video proprio a Punta Ala per spiegare che quella massa marrone sulla spiaggia non è sporcizia, definendo la posidonia addirittura «il supereroe dei nostri mari».

Dietro la formula utilizzata per i social c’è molta più scienza di quanto potrebbe sembrare.

Una nursery sotto il mare

Se potessimo immergerci sopra una prateria di posidonia e restare abbastanza a lungo da dimenticarci della spiaggia, scopriremmo infatti che quella distesa verde non è abitata soltanto dalla pianta.

È una città sommersa. Tra le foglie trovano rifugio, nutrimento e aree di crescita moltissimi organismi e diverse specie che hanno anche un’importanza diretta per l’uomo.

Un ancoraggio nella posidonia

«Pensiamo a salpe, saraghi, seppie – dice Arzola – Molti animali vivono, si alimentano o utilizzano questi ambienti durante una parte della loro vita».

La prateria diventa così nursery, rifugio, territorio di caccia e fonte di materia organica, creando una rete che collega il fondale agli organismi che lo abitano e, alla fine, anche alle attività umane come la pesca.

Ma il viaggio della posidonia non finisce neppure qui, perché una parte di quello che assorbe viene sepolta sotto il fondale.

 

Una cassaforte di carbonio sotto la sabbia

Come le piante terrestri, anche la posidonia attraverso la fotosintesi sottrae anidride carbonica all’ambiente e utilizza quel carbonio per costruire i propri tessuti.

Una parte entra nella catena alimentare, mentre un’altra può essere progressivamente incorporata e conservata nei sedimenti associati alle praterie.

«Il carbonio catturato dalla posidonia viene inserito nella catena alimentare e in parte si accumula nel fondale marino, contribuendo a sottrarlo al sistema», spiega Arzola.

È quello che oggi viene indicato come blue carbon, il carbonio immagazzinato dagli ecosistemi marini e costieri.

E sotto una prateria che esiste da moltissimo tempo può esserci quindi non soltanto sabbia, ma una memoria biologica costruita lentamente generazione dopo generazione.

Distruggerla significa perdere qualcosa che non possiamo semplicemente ricostruire l’estate successiva.

Per tornare indietro possono servire cento anni

La posidonia cresce lentamente, molto lentamente.

Ed è forse questo il particolare che cambia completamente la prospettiva quando osserviamo i danni provocati da un’ancora trascinata sul fondale o da un’attività capace di strappare una porzione della prateria.

«La capacità di recupero è lentissima – dice Arzola – Se viene distrutta una parte della prateria possono servire anche cento anni perché si ricostituisca».

Un solco prodotto in pochi minuti può quindi rimanere nel fondale per generazioni.

Tra le minacce ci sono gli ancoraggi, soprattutto quando vengono effettuati direttamente sulle praterie, e le attività che danneggiano meccanicamente il fondo, oltre alle alterazioni della qualità delle acque e al cambiamento climatico.

E quando la posidonia scompare, il mare non lascia necessariamente quello spazio vuoto in attesa che torni.

Il mare non ama gli spazi vuoti

«Nel momento in cui si libera uno spazio, può essere occupato da altre fanerogame marine – spiega Arzola – Si crea una sostituzione che dal punto di vista ecologico non equivale necessariamente a recuperare la prateria che avevamo prima».

Altre piante marine possono colonizzare fondali sabbiosi e alcune riescono a crescere più rapidamente, ma struttura, copertura e funzioni dell’habitat non sono necessariamente le stesse di una prateria matura di Posidonia oceanica.

Per questo proteggere quello che esiste è infinitamente più semplice che provare a ricostruirlo dopo. E adesso c’è un’altra minaccia che arriva dall’alto.

Un Mediterraneo sempre più caldo

Il riscaldamento del mare sta modificando anche gli equilibri delle praterie. La posidonia è una specie mediterranea e naturalmente vive in acque che durante l’estate diventano calde, ma questo non significa che possa sopportare indefinitamente qualsiasi temperatura.

«Può vivere in acque calde, ma non estremamente calde», sottolinea Arzola.

L’aumento delle temperature può inoltre favorire lo sviluppo degli epifiti, organismi che crescono sulla superficie delle foglie. La presenza degli epifiti è naturale, ma quando diventano troppo abbondanti possono interferire con la quantità di luce disponibile alla pianta e alterare gli equilibri della prateria.

È un altro pezzo di una trasformazione molto più grande che sta interessando il Mediterraneo e che rende ancora più preziosi ecosistemi capaci di proteggere le coste e immagazzinare carbonio.

Dalla posidonia alle dune

C’è infine un ultimo viaggio che le foglie compiono quando raggiungono la terraferma. 

Le banquette non servono soltanto a frenare le onde. La materia organica depositata sulla spiaggia contiene nutrienti, tra cui fosforo, che possono essere trasferiti agli ecosistemi terrestri costieri.

«La posidonia spiaggiata dà nutrimento anche agli ecosistemi dunali – spiega Arzola – e questo materiale entra poi nelle reti alimentari degli animali che vivono sulla costa».

Il confine tra mare e terra, quindi, è molto meno netto di quella linea che disegniamo mentalmente sulla battigia. Una foglia nasce sotto il mare, cresce nella prateria, contribuisce a ospitare animali e trattenere sedimenti, poi si stacca, viene trasportata dalle correnti, arriva sulla spiaggia, protegge la sabbia dalle onde e infine restituisce sostanze nutritive all’ambiente costiero.

Solo alla fine di questo lunghissimo viaggio arriviamo noi e diciamo che è sporca.

«Vogliamo la spiaggia delle vacanze, non quella naturale»

Arzola individua anche una ragione culturale dietro questa avversione. Per decenni abbiamo imparato a riconoscere come bella una spiaggia attraverso immagini che eliminano quasi completamente la natura dalla natura stessa.

Pubblicità, cataloghi turistici, fotografie e social ci hanno abituati a una rappresentazione molto precisa: sabbia perfettamente uniforme, acqua azzurra, nessun materiale sulla battigia.

«È anche una vendita di idee – dice il biologo – Bevi la Coca-Cola o lo spritz davanti alla spiaggia perfettamente pulita. È quella l’immagine che ci viene continuamente proposta».

Il risultato è che tutto ciò che non corrisponde a quell’immagine rischia di essere percepito come degrado: una foglia diventa sporco, un accumulo naturale diventa incuria. Una spiaggia che sta semplicemente seguendo il proprio ciclo biologico sembra una spiaggia abbandonata.

«Alle persone spesso non piace quello che non corrisponde alla propria idea di vacanza – dice Arzola – La gente non vuole la spiaggia naturale, vuole la spiaggia delle vacanze. E queste due cose non sempre combaciano».

Forse è proprio qui che si trova il punto più interessante della discussione nata a Punta Ala.

Non nello stabilire chi abbia ragione tra una turista che vorrebbe una battigia pulita e un’amministrazione che decide di lasciare la posidonia sulla spiaggia, ma nel chiederci che cosa intendiamo davvero quando diciamo di volere un mare naturale.

Perché possiamo desiderare acqua trasparente, pesci, dune intatte, spiagge che resistano alle mareggiate e fondali pieni di vita, ma non possiamo poi pretendere che la natura elimini tutto ciò che non corrisponde alla fotografia che avevamo immaginato prima di partire.

La prossima volta che a Punta Ala qualcuno incontrerà quella fascia marrone sulla battigia, quindi, potrebbe provare a guardarla in maniera diversa.

Quelle foglie sono nate sotto il Mediterraneo, hanno oscillato per mesi seguendo il movimento delle onde, hanno dato rifugio agli animali, contribuito a trattenere sabbia e carbonio e, una volta concluso il loro ciclo, sono arrivate sulla terraferma per continuare a proteggere la stessa spiaggia sulla quale abbiamo deciso di trascorrere le vacanze.

Non sono arrivate lì nonostante il mare sia pulito, sono lì proprio perché, sotto quella superficie, il mare è ancora vivo.

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