Rapporto Irpet 2026: economia della Maremma tra turismo, imprese e famiglie in difficoltà | MaremmaOggi Skip to content

La Maremma resiste, ma corre troppo piano: il rapporto Irpet svela tutte le fragilità

Turismo e agricoltura sostengono l’economia, ma Grosseto perde imprese manifatturiere, non fa crescere quelle più strutturate e vede aumentare le difficoltà delle famiglie
Rapporto Irpet, tengono turismo e agricoltura, ma in Maremma i problemi non mancano
Rapporto Irpet, tengono turismo e agricoltura, ma in Maremma i problemi non mancano

GROSSETO. La Maremma non è ferma, ma corre troppo piano. Resiste alle crisi, continua ad attirare turisti, produce eccellenze agricole e sta completando nuove opere pubbliche. Eppure, sotto questa capacità di tenuta, emergono problemi che rischiano di diventare strutturali: diminuiscono le imprese manifatturiere, non crescono quelle più grandi, il lavoro rallenta e molte famiglie vedono ridursi il proprio potere d’acquisto.

È questa la fotografia che si ricava dal rapporto annuale Irpet, presentato il 16 luglio e dedicato alla tenuta, ai rischi e alle prospettive di rilancio dell’economia toscana. Un documento di 88 pagine che analizza industria, lavoro, turismo, energia, famiglie e Pnrr.

Il rapporto contiene pochi dati riferiti direttamente alla provincia di Grosseto, ma quelli disponibili, letti insieme alle dinamiche regionali, permettono di ricostruire una situazione abbastanza chiara: la Maremma non è in recessione, ma fatica a costruire un’economia più solida, produttiva e capace di trattenere valore sul territorio.

L’economia cresce, ma appena dello 0,5%

Il punto di partenza è la previsione per la Toscana. Irpet stima una crescita del prodotto interno lordo dello 0,5% nel 2026 e dello 0,5% nel 2027.

Non è una recessione, ma neppure una vera ripartenza. I consumi delle famiglie dovrebbero aumentare dello 0,6% nel 2026 e dello 0,7% nel 2027. Gli investimenti cresceranno dell’1,6% quest’anno, per poi rallentare all’1%. L’occupazione salirà dello 0,4% e poi dello 0,3%.

In parole semplici, l’economia continuerà a muoversi, ma senza la forza necessaria per correggere le sue debolezze. Irpet osserva che una crescita dello 0,5% non è sufficiente ad assorbire le difficoltà dei settori in crisi né a provocare da sola una nuova stagione di investimenti privati.

Per la Maremma il problema è evidente. Un territorio con poche grandi imprese, infrastrutture ancora incomplete e una forte dipendenza dalle stagioni turistiche avrebbe bisogno di crescere più velocemente della media, non allo stesso passo lento del resto della regione.

In dodici anni è sparita un’impresa manifatturiera su sette

Il dato più netto sulla provincia di Grosseto riguarda l’industria. Ponendo uguale a 100 il numero delle imprese manifatturiere presenti nel 2012, Grosseto nel 2024 è scesa a 86,5. Significa che in dodici anni il territorio ha perso il 13,5% delle aziende manifatturiere, poco più di una su sette.

La media toscana è leggermente migliore, con un indice pari a 86,9. Grosseto ha contenuto il calo più di Siena, Pisa, Firenze, Arezzo e Pistoia, ma ha fatto peggio di Livorno, Lucca, Massa-Carrara e Prato.

Non siamo davanti al crollo industriale più grave della Toscana. Ma il dato assume un peso particolare perché la provincia di Grosseto partiva già da una base manifatturiera ridotta.

La Maremma non ha perso solo alcune fabbriche. Ha visto restringersi quel sistema di imprese che, oltre a produrre direttamente, genera lavoro nell’autotrasporto, nella manutenzione, nei servizi professionali, nella logistica e nelle forniture.

Irpet sottolinea che circa un terzo della produzione dei servizi toscani viene attivato proprio dalle richieste delle aziende manifatturiere. Quando l’industria rallenta, quindi, gli effetti si allargano ben oltre i cancelli degli stabilimenti.

Le aziende più grandi non aumentano

Ancora più preoccupante è la dimensione delle imprese. Nel 2012 le aziende grossetane con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 249 rappresentavano l’1% del totale. Nel 2024 la quota è scesa allo 0,9%. Le imprese con almeno 250 dipendenti, già rarissime, non raggiungono più una percentuale significativa nella tabella Irpet.

Nello stesso periodo, in Toscana il peso delle imprese con 50-249 addetti è invece cresciuto dall’1,2 all’1,8%.

Anche la fascia intermedia, quella delle aziende con 10-49 addetti, è rimasta ferma. A Grosseto erano 98 nel 2012 e sono ancora 98 nel 2024.

Il problema non è celebrare le imprese grandi a scapito di quelle piccole. Le piccole aziende sono una parte essenziale dell’economia maremmana. Ma, in media, una realtà più strutturata ha maggiori possibilità di esportare, investire in tecnologia, assumere personale qualificato e pagare stipendi più elevati.

La provincia, invece, continua ad avere moltissime microimprese, pochissime aziende medio-grandi e una fascia intermedia che non cresce.

Il turismo aumenta, ma la costa corre meno delle città d’arte

Il turismo resta uno dei grandi sostegni dell’economia maremmana. Nel 2025 le presenze in Toscana sono aumentate del 3,8%, superando i 55 milioni. La crescita è stata trainata soprattutto dall’ospitalità extra-alberghiera, salita del 6,9%, mentre gli alberghi hanno registrato una diminuzione dello 0,8%.

Gli stranieri sono aumentati del 5,3%, mentre gli italiani soltanto dell’1,8%.

Guardando alle diverse destinazioni, però, emergono velocità molto differenti. Le città d’arte hanno guadagnato il 7,2%, la montagna il 6,4%, le aree balneari l’1,5% e quelle rurali l’1,3%.

Nelle zone collinari e di campagna, la presenza degli italiani è diminuita dell’1,9%.

Per la Maremma significa che il turismo continua a crescere, ma la costa e le campagne avanzano molto meno delle città d’arte e della montagna. Inoltre, la crescita dipende sempre di più dai visitatori stranieri e dagli affitti brevi o dalle strutture non alberghiere.

Questo modello produce presenze, lavoro e consumi, ma presenta anche alcuni limiti. Parte dell’occupazione è stagionale, i redditi non sono sempre elevati e l’aumento dei pernottamenti non si traduce automaticamente in un aumento della produttività.

Irpet rileva infatti che, negli ultimi venticinque anni, la produttività di alberghi e ristoranti è diminuita. Allo stesso tempo, una parte crescente degli occupati si è spostata verso settori che producono meno valore per lavoratore. Il turismo è quindi fondamentale, ma non può essere l’unico motore.

L’agricoltura vende di più, l’agroalimentare di meno

Anche sull’agricoltura il rapporto restituisce una situazione in chiaroscuro. Nel primo trimestre 2026 le esportazioni toscane di prodotti agricoli sono aumentate del 13%. Nello stesso periodo, però, quelle dell’industria agroalimentare sono diminuite del 12,5%.

L’olio ha perso il 31% in valore e il vino il 7,9%. Sul vino hanno inciso anche i dazi introdotti sul mercato statunitense. Il rischio è evidente: esportare più prodotti agricoli ma meno alimenti trasformati può significare vendere più materia prima e trattenere meno valore.

La ricchezza non nasce soltanto nel campo. Si crea anche nei frantoi, nelle cantine, nei laboratori, nella trasformazione, nel confezionamento, nella distribuzione e nella vendita con un marchio riconoscibile.

Secondo Irpet, quando il settore agricolo acquista beni e servizi necessari alla produzione, soltanto il 25% del valore aggiunto attivato resta in Toscana. Nell’industria alimentare la quota scende al 21%. Il resto viene prodotto nel resto d’Italia o all’estero.

Per una provincia agricola come Grosseto, la sfida non è dunque soltanto aumentare la produzione. È rafforzare le filiere locali, trasformare sul territorio e controllare meglio la commercializzazione.

Il lavoro tiene, ma perde velocità

Il mercato del lavoro toscano continua a mostrare un saldo positivo, ma la crescita è sempre più debole. All’inizio del 2024 gli occupati dipendenti aumentavano a un ritmo superiore al 3%. Nel marzo 2026 la crescita era scesa a poco più dell’1%.

Nel 2025 le nuove posizioni nette sono state circa 16.500, contro le 27.600 dell’anno precedente.

I contratti a tempo indeterminato continuano a crescere, del 2,7% nei primi tre mesi del 2026, mentre quelli a termine diminuiscono di oltre il 4%. Può essere il risultato di una maggiore stabilizzazione, ma anche di un calo delle assunzioni stagionali. Il rapporto non permette di distinguere il fenomeno a livello provinciale.

Per Grosseto resta comunque un segnale da osservare, perché turismo, agricoltura e ristorazione hanno un forte bisogno di lavoro concentrato in alcuni periodi dell’anno.

L’agricoltura, dopo una fase positiva, ha iniziato a perdere addetti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Il manifatturiero resta debole, mentre costruzioni e servizi continuano a crescere, anche se più lentamente.

Sei famiglie su dieci faticano ad arrivare alla fine del mese

La parte più immediata del rapporto riguarda le famiglie. Nel 2026 il 14,7% dei toscani si definisce relativamente povero, rispetto al 9,7% del 2025. Irpet precisa che non si tratta di una misurazione ufficiale della povertà, ma della percezione della propria condizione economica.

Nello stesso tempo aumenta anche la quota di chi si considera relativamente ricco. Si riduce, invece, la grande fascia intermedia. Il risultato è una società più divisa, nella quale alcuni nuclei migliorano e altri diventano più fragili.

Il dato più duro riguarda la gestione quotidiana: il 60,7% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con qualche difficoltà, contro il 48,5% dell’anno precedente.

Il 36,6% incontra problemi nel pagare farmaci, dentista o visite specialistiche private. Il 24,6% fatica a sostenere le spese per i trasporti e il 19% quelle per scuola, libri e università.

La spesa per gli spostamenti ha un peso ancora maggiore in Maremma. In un territorio molto vasto, con molti paesi distanti dagli ospedali, dalle scuole superiori e dai principali luoghi di lavoro, l’auto non è sempre una scelta. Spesso è una necessità.

Energia e abitazioni, l’entroterra è più esposto

La Toscana presenta indicatori di povertà energetica meno gravi della media italiana, ma il problema resta ampio. Il 4% delle famiglie è in arretrato con le bollette, l’8,1% dichiara di non riuscire a riscaldare adeguatamente l’abitazione e per il 12,8% la spesa per l’energia supera il doppio della quota mediana nazionale.

Il rapporto non offre il dettaglio per Grosseto, quindi non è possibile attribuire automaticamente queste percentuali alla provincia.

È però ragionevole osservare che molte zone dell’Amiata e dell’entroterra presentano alcuni dei fattori che aumentano il rischio: case vecchie, redditi contenuti, inverni più rigidi e costi elevati per ristrutturare gli edifici.

Sul piano generale, Toscana e Italia dipendono ancora per circa l’80% da fonti fossili, considerando anche quelle utilizzate per produrre elettricità. Ogni nuova crisi internazionale può quindi trasformarsi rapidamente in un aumento dei costi per famiglie e imprese.

Il Pnrr porta opere, ma chi pagherà per gestirle?

Il Pnrr ha permesso ai comuni di realizzare interventi che, con le sole risorse ordinarie, sarebbero stati difficili o impossibili: scuole, asili, impianti sportivi, progetti ambientali, rigenerazione urbana e valorizzazione dei borghi. Ma un’opera pubblica, una volta conclusa, produce costi: bisogna pagare personale, energia, pulizie, manutenzione e servizi.

Per il comune toscano mediano, Irpet stima che gli oneri ricorrenti collegati al Pnrr peseranno per il 2,6% della spesa corrente, percentuale che sale al 4% considerando solo i settori di bilancio direttamente coinvolti.

I comuni piccoli sono più vulnerabili, perché dispongono di minori entrate e di strutture amministrative ridotte. È una questione centrale per la provincia di Grosseto, dove la maggior parte dei comuni ha pochi abitanti e un territorio molto esteso.

Irpet individua proprio nelle aree interne e montane un gruppo di enti esposti, soprattutto a causa della ridotta autonomia finanziaria. Dopo la corsa per ottenere e spendere le risorse, arriverà quindi la prova più difficile: mantenere aperte e funzionanti le strutture realizzate.

Costruire opere non basta a rafforzare le imprese

Nel 2027 gli investimenti in costruzioni dovrebbero crescere dell’1,2%, mentre quelli in macchinari e attrezzature soltanto dello 0,8%.

Le opere del Pnrr continueranno quindi a sostenere i cantieri, ma sarà più difficile vedere un salto negli investimenti produttivi, nell’automazione e nell’innovazione delle imprese.

Per Grosseto è un nodo decisivo. Il territorio può migliorare strade, edifici pubblici e spazi urbani, ma senza aziende più robuste, competenze tecniche e nuovi investimenti privati rischia di non trasformare le opere in crescita duratura. Le infrastrutture sono una condizione dello sviluppo. Non sono lo sviluppo.

La Maremma resiste, ma deve trattenere più valore

Il rapporto Irpet non descrive una Toscana al collasso e non permette di dire che Grosseto sia in una crisi economica generale. Racconta, però, una regione che resiste più di quanto cresca. E, per molti aspetti, questa descrizione si adatta perfettamente alla Maremma.

Il turismo aumenta, ma la costa cresce lentamente e dipende sempre più dagli stranieri. L’agricoltura esporta, ma la trasformazione agroalimentare perde terreno. Il lavoro tiene, ma rallenta. Le opere pubbliche avanzano, ma produrranno costi futuri. Le famiglie continuano a consumare, ma sei su dieci faticano a chiudere il mese.

Soprattutto, in dodici anni Grosseto ha perso il 13,5% delle imprese manifatturiere e non è riuscita a far crescere il numero delle aziende più strutturate.

La questione centrale non è quindi soltanto produrre di più. È trattenere più valore in Maremma.

Significa trasformare qui i prodotti agricoli, rafforzare le imprese, migliorare la qualità del lavoro, allungare la stagione turistica, investire nelle competenze e fare in modo che le opere pubbliche diventino servizi sostenibili.

La Maremma ha dimostrato di saper resistere. Ora deve dimostrare di saper cambiare passo.

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